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Tibet, la resistenza sconosciuta contro la Cina

Dal 1956, nel Tibet occupato dalla Cina maoista si scatenò una guerriglia anti-comunista che tenne testa per un quarto di secolo agli occupanti. Finché gli Usa non abbandonarono la causa nel 1974. Un libro di Gianluca Franchillucci e Laura Bacalini, Il Dorje e la Spada, ricorda questo evento misconosciuto.

L'esercito tibetano prima dell'invasione

Quando gli Stati Uniti, inaugurando la famosa politica detta «del ping-pong» con la storica visita di Nixon (dietro cui stava Kissinger) in Cina, cessarono con gli aiuti alla resistenza tibetana. Il Dalai Lama, dall’esilio indiano, si rese conto che era finita e lanciò la cosiddetta «Via di Mezzo». Si trattava di un metodo di lotta (si fa per dire), contro l’occupante maoista, che più rispondeva alla filosofia buddista. In poche parole, la «non-violenza». Anche perché non c’era altro da fare. Il loro re-sacerdote-dio aveva parlato e molti tibetani scelsero, allora, di togliersi la vita.

All’ora dell’invasione, nell’ottobre 1950, il popolo tibetano aveva invocato l’aiuto americano, ma il democratico Truman non aveva voglia di imbarcarsi in un’altra guerra, dato che, dopo quella mondiale, si era impegnato in Corea nel giugno dello stesso anno. Così, il Dipartimento di Stato rispose praticamente picche. Comunque, gli Usa non rinunciarono ad almeno disturbare la Cina (che aiutava massicciamente la Corea del Nord), incaricando la Cia di fornire sottobanco armi e munizioni (anche un campo d’addestramento): lo scopo era distogliere parte delle forze cinesi dal 38° parallelo. Ma se c’era una cosa che alla Cina non mancava erano gli uomini. Così, quando mezza Corea fu persa, prevalse la realpolitik e gli Usa preferirono scendere a patti con Pechino.

La prima cosa che Mao aveva annunciato al momento del presa del potere in Cina era l’intervento in Tibet per sottrarlo alle «influenze imperialiste occidentali». Nella capitale Lhasa tali «influenze» erano tre di numero: un telegrafista inglese regolarmente stipendiato e due austriaci della Wehrmacht scappati da un campo di concentramento britannico in India (uno di questi era Heinrich Harrer, l’autore di Sette anni in Tibet, interpretato da Brad Pitt nel film omonimo). I cinesi non attaccarono direttamente la capitale ma penetrarono in Tibet da diversi punti. Uno dei quali Chamdo, una fortezza che, vista la disparità delle forze in campo, si arrese senza combattere. Ma prima fece saltare la santabarbara, dove c’erano praticamente tutte le armi disponibili nel Paese, così che la resistenza dovette procurarsele tra i residuati della Seconda guerra mondiale che riuscì a racimolare oltre il confine indiano.

Un libro di Gianluca Franchillucci e Laura Bacalini, Il Dorje e la Spada. La resistenza armata tibetana contro l’invasione cinese, 1950-1974 (Il Cerchio, pp. 84, €.18) ripercorre la storia di questa insorgenza disperata di cui l’anno scorso ricorreva il sessantesimo. Quando, nel 1951, il governatore di Chamdo e altri delegati furono «pregati» di venire a Pechino per firmare il cosiddetto «Accordo dei diciassette punti» fu chiaro che la Cina intendeva maoizzare il Tibet. Oltre alle normali angherie, espropri, uccisioni indiscriminate e spesso per futili motivi, razzie per sfamare l’esercito occupante, distruzioni di monasteri, ecco le riforme agrarie maoiste, che ovviamente provocarono le stesse spaventose carestie che stavano spopolando la Cina. Allora il generale tibetano Andrung Gompo Tashi cominciò a organizzare un esercito clandestino, il Chushi Gangdruk, cioè l’Armata ei Quattro Fiumi e Sei Montagne, che nel 1956 arrivò a seimila volontari con tanto di bandiera (spade con il dorje, cioè l’energia pura del credo buddista, come elsa). Questi partigiani scendevano dai loro introvabili rifugi di montagna e attaccavano gli avamposti militari cinesi, sostenuti  dalla popolazione. Seguirono terribili rappresaglie, talvolta con l’aiuto di collaborazionisti sedotti dal verbo di Mao.

La cosa curiosa (ma non tanto) è che del verbo di Mao ne avevano le tasche piene molti degli stessi cinesi, alcuni dei quali non esitarono a passare dalla parte dei resistenti: addirittura un ufficiale di artiglieria di nome Chang Hother. Allora Pechino cambiò sistema. Avvertito che i cinesi stavano per prenderlo in ostaggio, il Dalai Lama nel 1959 scappò, travestito e coperto da oltre centocinquantamila suoi sudditi che preferirono espatriare con lui. Si rifugiarono a Dharamsala, in India, dove furono accolti (con qualche titubanza) da Nehru. La resistenza continuò a combattere, ma nel 1974, come abbiamo visto, dovette deporre le armi.