• APERITIVO LETTERARIO/4

Testimonianze della conversione di Carducci

Nutrito di cultura classicista, letterato fortemente risorgimentale, incline ai miti repubblicani e garibaldini prima e monarchici più tardi, Giosuè Carducci cantò sempre le gesta dell’Italia unita con una vena decisamente civile, non scevra spesso di un tono caustico nei confronti della classe dirigente.

Senatore e iscritto alla massoneria, divenne espressione dello scrittore engagé ovvero organico al potere e al sistema, poeta ufficiale del Regno.

Nel clima anticlericale e anticattolico del primo Regno d’Italia la cultura dominante trovò in lui un suo illustre rappresentante.

Attratto dal progresso, dalle invenzioni e dalla tecnologia, nel 1863 a ventotto anni, Carducci scrisse l’inno A Satana, ove esalta l’edonistica gioia di vivere, sbeffeggia la persona di Cristo chiedendosi a che cosa sia servito che i riti liturgici celebrati a memoria dell’ultima cena abbiano bruciato i templi pagani e abbiano distrutto le statue greche pagane. Il progresso ha vinto, rendendo inutile la superstizione cristiana.

Osannato in vita come poeta vate, Carducci venne celebrato per decenni come punto di riferimento per la poesia e per gli ideali della patria in tutte le scuole. Generazioni d’italiani impararono i suoi versi a memoria finché il poeta non cadde nella dimenticanza tanto cupa quanto prima era stata luminosa la sua fama.

Nell’ambito della vita privata gravi lutti colpirono il poeta nella giovinezza: prima, nel 1857, la morte del fratello Dante, suicida o ucciso dal padre (chiarezza definitiva non si fece mai sull’accaduto, perché il caso venne archiviato con la tesi del suicidio, anche se forti dubbi rimasero) e, l’anno seguente, la morte del padre stesso.

Convolato a nozze con Elvira Menicucci nel 1859, Carducci ebbe cinque figli: Francesco morì pochi giorni dopo la nascita, mentre Dante all’età di tre anni, forse di tifo. Era il 9 novembre 1870. Fu una morte che lasciò un segno indelebile non solo nella vita e nel cuore del poeta, ma anche nei suoi versi.

Innanzi alla morte, e ancor di più di fronte alla scomparsa di un figlio, solo la speranza di rivedere il volto dell’amato nell’aldilà potrebbe dar conforto. Persa la fede, considerata retaggio vetusto e superstizioso, Carducci creò nuovi idoli (il progresso, la scienza, il culto della classicità, ecc.) che non riuscirono, in alcun modo, a rispondere all’umano e universale desiderio di salvezza e di eternità.

Il dolore per la morte del figlio divenne fonte di ispirazione di Funere mersit acerbo. Carducci si rivolge al fratello Dante, chiedendogli di accogliere suo figlio appena defunto. In un sonetto dai toni aulici e classicheggianti, ispirato a quell’Ade pagano e antico raccontato da Virgilio nel VI libro dell’Eneide, Carducci sa toccare il cuore di ogni uomo grazie all’universalità dei temi affrontati: il dolore per la morte di un caro, il bisogno umano di amore e di affetto. La disperazione, ovvero la totale mancanza di speranza, si tramuta qui in tragedia.

Eppure negli ultimi anni qualcosa accadde nella vita di Carducci. Vi sono testimonianze del cammino di conversione del poeta. È l’argomento di questo aperitivo letterario.

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