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Teodolinda, la regina che donò la corona a Cristo

Narra la leggenda che Teodolinda, principessa della Baviera andata in sposa ad Agilulfo, re dei Longobardi, cavalcando un giorno nella pianura del fiume Lambro vide una colomba che, posatasi, le disse: “Qui”. Sul quale luogo la regina fece erigere una cappella, diventata poi il Duomo di Monza.

Il Duomo di Monza
Narra la leggenda che Teodolinda, principessa della Baviera andata in sposa, in seconde nozze, ad Agilulfo, re dei Longobardi, cavalcando un giorno nella pianura del fiume Lambro vide una colomba che, posatasi, le disse: “Qui”. Su quel luogo la regina fece erigere un oraculum, ovvero una cappella, presumibilmente a croce greca, da cui si sviluppò un tempio più grande, divenuto, nel corso dei secoli, il Duomo di Monza. Dell’edificio longobardo resta solo una torre a est della sacrestia, ma di Teodolinda il Duomo, intitolato a San Giovanni Battista, conserva ancora oggi la Corona ferrea, mirabile manufatto di oreficeria ma, soprattutto, inestimabile reliquia perché custode di un chiodo della Croce di Cristo. 
 
A tre navate, con cappelle laterali, coro e transetto, all’incrocio dei quali si innesta il tiburio, la basilica ha facciata a vento, a salienti, firmata dall’architetto Matteo da Campione, cui si deve, nel Trecento, l’ampliamento in cinque campi tramite lesene che culminano in edicole contenenti simulacri di santi. Il rivestimento bicromo, bianco e nero, nel corso del restauro ottocentesco venne sostituito da un paramento bianco e verde. Trecentesca è anche lunetta del portale maggiore, ricca di rilievi tra i quali una chioccia con sette pulcini di difficile interpretazione. Incerto ne è il significato che, se non è augurio di fertilità per Teodolinda, potrebbe alludere alla Chiesa che protegge i suoi fedeli. 
 

Alla volontà di adeguare la chiesa ai canoni formali dettati da San Carlo e dall’estetica controriformista si deve l’ampliamento dello spazio interno che interessò, sulla fine del Cinquecento, la zona del coro e dell’abside. Il nuovo altare collocato per l’occasione, fu successivamente smantellato e sostituito con quello neoclassico di Andrea Appiani. Ancora nella posizione originaria resta il pulpito di Matteo da Campione, con le cornici fitomorfe e la cassa su cui sono scolpite, tra gli altri rilievi, le effigi dei santi Barnaba e Paolo. 

Capolavoro della pittura tardo gotica lombarda sono gli affreschi quattrocenteschi degli Zavattari che raccontano, sulle pareti della cappella di Teodolinda, a nord dell’abside, la vita della sovrana longobarda. Attualmente le quarantacinque scene sono oggetto di un imponente intervento di restauro. Il resto dell’ambiente chiesastico è impermeato da un’atmosfera barocca dovuta ai molteplici cicli decorativi susseguitisi tra il Cinque, il Sei e il Settecento. 

Intorno alla metà del XVI secolo, Giuseppe Arcimboldi e Giuseppe Meda realizzarono un bellissimo e monumentale Albero di Jesse sulla testata meridionale del transetto. Fu, poi, la volta del presbiterio e del coro nella cui decorazione si cimentarono il Montalto, Ercole Procaccini il Giovane, seguiti dal Legnanino che intervenne sul soffitto della navata maggiore, mentre l’Abbiati e il Ricci  ne produssero i quadroni. 

 
 
 

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