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Ted Cruz e i conservatori si riconciliano con Trump

Ted Cruz ha ufficialmente appoggiato la candidatura di Donald J. Trump. E con lui, anche il movimento conservatore pare aver accettato la candidatura del tycoon, dopo una lunga lotta senza quartiere. E' la vittoria del miliardario sul movimento che dà l'anima al partito repubblicano? Non proprio...

Ted Cruz e Donald Trump

Venerdì 23 settembre Ted Cruz ha ufficialmente appoggiato la candidatura presidenziale di Donald J. Trump. Un gesto d’importanza enorme.

Il senatore del Texas è sempre stato la punta di diamante del fronte “No Trump”. Il 20 luglio, alla Convenzione Nazionale del Partito Repubblicano di Cleveland, in Ohio, si era rifiutato di sostenere il rivale vittorioso preferendogli la “piattaforma” senza sconti che il partito aveva appena approvato proprio senza e al di là di Trump, ma anche minacciandolo di concentrarsi, l’8 novembre, solo sugli eligendi al Congresso. Ora però Cruz cambia passo. Su Facebook ha annunciato che «[…] dopo molti mesi di attenta ponderazione, di preghiera e di scrutamento dentro la mia coscienza, ho deciso che all’Election Day voterò il candidato Repubblicano Donald Trump». Perché, nonostante i punti di disaccordo con lui, «Hillary Clinton è totalmente inaccettabile su tutti i punti».

La capitolazione finale di fronte all’uragano Trump? Esattamente il contrario. È andata così: Trump ha cercato di mandare in soffitta il Grand Old Party (GOP, l’altro nome dei Repubblicani), ma il partito ha fatto quadrato attorno agli elementi migliori muovendosi bene nel senso opposto a quello immaginato da Trump. Ha cioè proseguito, anzi approfondito quella svolta conservatrice in atto da tempo che oggi, pur contro molti pronostici, è più seria che mai. Il partito, oggi un partito conservatore, ha tenuto testa a Trump per ottime ragioni sin che ha potuto e quando ha gettato la spugna è stato non per l’irresistibilità del tycoon ma per quelle divisioni tra i conservatori che hanno fatto implodere la possibilità di una vera alternativa.

La musica suonata nel GOP è stata cioè quella di Trump solo in apparenza. Il movimento conservatore (di per sé esterno al GOP, ma senza il quale il GOP perde sempre) si è organizzato in grandi numeri deciso a non darsi ancora per vinto. Il trionfo di Trump è stato tale solo su una parte dell’elettorato Repubblicano e quando, conti alla mano, è stato evidente che quella parte di elettorato Repubblicano forse non sarebbe stato sufficiente a conquistare la Casa Bianca, Trump ha cambiato marcia. Ha scelto un gran conservatore, Michael Pence, come candidato alla vicepresidenza e poi ha messo per iscritto il proprio netto impegno su uno dei temi chiave della politica conservatrice: l’aborto. È stato insomma Trump a cedere, piegandosi a quel mondo conservatore prima dileggiato. A questo punto nessun conservatore sano di mente può negargli l’appoggio.

Un conto, infatti, è criticare un Trump ambiguo, ondivago, debolista; un altro non prendere atto della realtà. Molti conservatori (e nel messaggio tanto preciso quanto laconico di Cruz lo si percepisce) ancora non credono pienamente in Trump, ma non vogliono certo essere additati come la causa di un eventuale successo della Clinton. E c’è pure di più. Oggi i conservatori, e Cruz in testa, vedono nettamente che il non amato Trump, da male minore che era, si è messo (quanto consapevolmente è un altro discorso) a disposizione di un bene maggiore. Serendipità della Provvidenza. Bello immaginare che abbiano svolto la loro parte anche i rosari dei cattolici trumpisti e persino non-trumpisti. Adesso, sondaggi alla mano, la possibilità di battere l’ex First Lady è infatti concreta.

Un futuro difficilissimo attende del resto sia il GOP, che oggi è un partito conservatore, sia il movimento conservatore, che comunque non coincide mai automaticamente con il GOP. Se l’8 novembre vincerà Hillary saranno ovviamente guai seri, ma sarà facile individuare nel non pienamente conservatore Trump il responsabile (sorvolando magari sul ruolo complice svolto dalla divisione tra i conservatori). In questo caso, la Destra avrà quattro o persino otto anni per costruire la rivincita. Se invece sarà il tycoon a vincere le elezioni, GOP e conservatori dovranno camminare a lungo sul filo del rasoio. Non sarà semplice, infatti, distinguersi da un presidente vincitore che sembra un conservatore pure non essendolo, e questo soprattutto se, onorando gl’impegni presi oggi, Trump governasse bene o quanto meno discretamente. Per farsi capire bene dall’elettorato occorrerà che il GOP e i conservatori lavorino raffinatamente di cesello muovendosi come elefanti in una cristalleria. Perché se infatti Trump vincesse l’8 novembre, il GOP e i conservatori potrebbero, potenzialmente, non liberarsi di lui per otto lunghi anni. A meno che rinunci a un eventuale secondo mandato, infatti, nel 2020 Trump andrà ancora sostenuto (anche se nel primo eventuale mandato non avesse infatti brillato, un partito che non sostenesse la ricandidatura di un proprio presidente in carica si voterebbe alla sconfitta cocente). Insomma, in tutti i casi, la chance vera per i conservatori autentici è rimandata, presidenzialmente parlando, a molti anni da oggi.

Ebbene, in questo periodo comunque lungo il GOP e i conservatori dovranno trovare il modo di sistemare alcuni nodi imprescindibili. Anzitutto il rapporto non sempre terso tra di loro: oggi che il GOP è un partito conservatore, le critiche conservatrici che al partito venivano mosse un tempo sono ferri vecchi. In secondo luogo il sistema per evitare nuovi uragani alla Trump: la divisione tra i candidati conservatori, che è iniziata nelle elezioni del 2012 e che nel 2016 ha permesso a un “alieno” di ottenere la nomination, resta sempre un problema di crescita ma è tempo di archiviarla. Il GOP deve trovare il modo per anticipare i litigi a prima delle primarie in modo da presentarsi poi elettoralmente compatto; in questo ambito, il movimento (esterno) può e deve svolgere un ruolo guida ricreando quell’unità culturale che è condizione imprescindibile di qualsiasi unità politica. In ultimo deve prestare attenzione alla demografia e articolare un proposta politica appetibile anche per le minoranze etniche: altrimenti diventerà un “partito dei bianchi” cioè sempre più un ghetto; qui l’uragano Trump ha davvero fatto danni. Per tutti questi nodi le elezioni intermedie per il Congresso (almeno quelle del 2018, poi si vedrà) saranno pettini inesorabili.

In coda un pensiero va all’assente di quest’anno, evidentissimo proprio perché negli ultimi anni è stato un grande protagonista elettorale: il movimento dei Tea Party, che tanto ha fatto anche per l’ultima fase della maturazione conservatrice del GOP. Di fatto non c’è più. Su “Trump sì” o “Trump no” si è spaccato, e così ha depotenziato il bene che in passato è stato in grado di fare al Paese. Ma i Tea Party erano solo l’ultima manifestazione di uno spirito conservatore parecchio antico. Esaurita la loro funzione storica, la Destra saprà generare i loro eredi. La notizia di oggi, infatti, quella che vola serena sulle ali dell’endorsement di Cruz a Trump è che quel GOP che pareva ormai essere stato annientato ha invece saputo reagire bene e pure prima del previsto, procurando di condizionare al meglio l’obiettivo di quest’anno, “Stop Hillary”, anche dall’“opposizione”.