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Tanto fumo e poca Co2 nel piano di Obama

Barack Obama annuncia un altro piano "senza precedenti" nella storia americana: quello per l'energia pulita. Washington chiede un piccolo sacrificio per sé e un grande sacrificio per gli tutti gli altri, aumenta i costi delle bollette per una riduzione irrisoria del "riscaldamento globale".

COME OBAMA SI RIPETE di Fabio Spina

Gina McCarthy (Epa) firma il Clean Power Plan

Il Clean Power Plan (piano per l’energia pulita) annunciato da Barack Obama mira alla riduzione complessiva delle emission di Co2 del 26-28% entro il 2025 e del 32% entro il 2030. Il presidente definisce il suo piano come “Il singolo passo più importante intrapreso dall’America nella sua lotta contro il cambiamento climatico globale”. In realtà, come La Nuova Bussola Quotidiana aveva scritto poco più di un anno fa, con un articolo di Fabio Spina, il piano annunciato ieri non è nulla di nuovo. Obama ha fatto esattamente lo stesso discorso del giugno 2014, modificando di appena 2 punti percentuali l’obiettivo finale: invece del 30% entro il 2030, ora mira al 32% di riduzione entro la stessa data.

Come già scritto su queste colonne, non si tratta affatto di un piano coraggioso. Prima di tutto perché la data di riferimento della riduzione è il 2005 (e non il 1990 come nel piano dell’Ue, ispirato al protocollo di Kyoto). Tre anni dopo il 2005, le emissioni negli Usa hanno iniziato a ridursi a causa della crisi economica. Al contrario, nei 15 anni che vanno dal 1990 al 2005, le emissioni in Europa erano in crescita costante. Negli Usa, le emissioni di Co2 sono calate già del 15% dal 2005 al 2013, quindi metà dell’obiettivo è stato raggiunto. E con questo si può anche prevedere che il piano annunciato dal presidente americano non possa produrre grandi risultati sul piano diplomatico. Se uno degli intenti principali di Obama è proprio quello di “dare l’esempio”, è difficile che nazioni europee che già tirano la cinghia molto di più rispetto a Washington e nazioni in via di sviluppo (fra cui la Cina) possano prendere ad esempio un presidente che annuncia un piano ben poco ambizioso. Sarebbe uno scambio a dir poco iniquo. Dalla Cina arriva già un segnale molto chiaro, in questo senso. Pechino, nel corso dell’ultimo vertice sul clima, ha aperto la porta, per la prima volta, alla riduzione delle emissioni. Ma a ben vedere accetta solo uno stop alla loro crescita entro il 2030. Il che vuol dire che Pechino continuerà ad aumentare le emissioni di Co2 per i prossimi 15 anni. La Cina, inoltre, accetta di sostituire con fonti di energia rinnovabile appena un quinto del totale della sua produzione. Gli altri quattro quinti continueranno ad essere costituiti da centrali “sporche”, alimentate da combustibili fossili.

Se, nei confronti degli altri paesi, il piano di Obama costituisce un esempio molto fragile, quale è il rapporto costi/benefici per gli americani stessi? Per l’amministrazione democratica, il piano, preparato dall’Epa (l’agenzia per la protezione dell’ambiente) permetterebbe addirittura un risparmio per le famiglie americane di almeno 85 dollari all’anno. Ma l’Epa, già l’anno scorso, è stata ripresa dal Government Accountability Office per aver sbagliato le previsioni economiche dei precedenti piani. E l’Epa stessa ammette, nel suo ultimo rapporto, che il Clean Power Plan avrà un costo pari alla somma di tutti i precedenti regolamenti per l’aria pulita (Clean Air Acts) degli ultimi 5 anni. E ci sono istituti indipendenti che calcolano costi economici ancora maggiori. Il Nera (National Economic Research Associates) stima un costo di 479 miliardi di dollari, che verrà distribuito negli aumenti delle bollette delle famiglie in almeno 43 stati su 50. Si tratta, dunque, di un impatto economico notevole, soprattutto per un paese che sta uscendo solo da poco dalla sua peggiore crisi economica.

Il Clean Power Plan apre anche una serie di problemi di costituzionalità e, principalmente, di libertà. Benché modellato sul federalismo americano, implica una centralizzazione verticale della gestione energetica. Ogni stato dovrà infatti presentare il suo piano di riduzione delle emissioni entro e non oltre il 2018, e questo piano deve essere ovviamente conforme agli obiettivi fissati dall’Epa a livello centrale. Se uno stato non sarà in grado, o non vorrà, obbedire a questi parametri, sarà l’Epa stessa a imporgli il proprio piano, direttamente da Washington. Questo è un ennesimo problema di lotta fra il centro e la periferia che verrà quasi certamente impugnato di fronte alla Corte Suprema dagli stati più dissenzienti. Il Clean Power Plan spiana la strada a quello che gli americani hanno sempre evitato accuratamente: un'energia di Stato. Se, finora, l’energia è stata affidata alla concorrenza del libero mercato, con risultati a dir poco spettacolari (da due secoli almeno gli Usa sono la prima potenza energetica del mondo e tuttora stanno passando all’avanguardia grazie alla loro shale gas revolution, fatta da piccole aziende non statali), ora rischiano di conformarsi al modello di pianificazione, tipico dei sistemi socialisti ed europei. Il rischio è ancora lontano, ma la strada è quella.

Ma, da un punto di vista ambientale, almeno il Clean Power Plan potrà raggiungere gli obiettivi climatici desiderati dall’amministrazione? Potrà veramente fare la differenza nella “lotta al cambiamento climatico”? Complessivamente parlando, gli Stati Uniti contribuiscono all’emissione del 5% della Co2 di tutto il mondo. Il ricercatore del Cato Institute Chip Knappenberger ha calcolato che, se anche tutti gli impianti americani smettessero all’unisono di emettere gas serra, il mondo guadagnerebbe (dando per buono il metodo della Epa) una riduzione del riscaldamento di 0,15 gradi Celsius. Siccome il piano di Obama non prevede l’arresto di tutte le emissioni, ma la loro riduzione del 32% rispetto al 2005, il riscaldamento globale (sempre dando per buona la metodologia dell’Epa) verrebbe ridotto di 2 centesimi di grado Celsius da qui al 2100. Anche dando per buona la metodologia di chi ha studiato questo piano, dunque, avremmo un risultato a dir poco irrisorio. 

Tutto questo, va detto, viene calcolato accettando per fede due premesse che non sono affatto certe: a) che esista un fenomeno di riscaldamento globale b) che sia l’uomo a provocarlo, con le sue emissioni industriali. Sono due dogmi della scienza contemporanea che non possono essere negati pubblicamente (si rischia la galera o quantomeno l’ostracismo), ma sono tutt’altro che certi. Basti pensare che l’aumento della temperatura è fermo da 15 anni.

COME OBAMA SI RIPETE di Fabio Spina