a cura di Stefano Fontana
  • CATTOLICI E POLITICA

Sul Piave non c’è più nessuno

Mi permetto di segnalare un mio articolo pubblicato su Il Timone attualmente in distribuzione [qui puoi vedere l’indice, acquistare una copia o abbonarti https://www.iltimone.org/]. L’articolo è stato anche ripreso in Spagna da Religion en Libertad [www.religionenlibertad.com]. Non riassumo in questo blog i contenuti dell’articolo che si intitola: “Sulla linea del Piave in politica non c’è più nessuno”, dato appunto che vi rimando alla sua lettura diretta su Il Timone, mi limito a fare qualche osservazione di contorno.

Fuori di metafora la “linea del Piave” è la linea del “non possumus” ed è ripresa da un libro dell’Arcivescovo Crepaldi sui principi non negoziabili. Nel mio articolo constato che questa linea non c’è più. O, meglio, la linea c’è ma non c’è più nessun cattolico a presiederla e a impedire l’invasione. Ora, cosa succede se i cattolici non sanno più dire “da qui non si passa! Da qui non indietreggeremo!”?. Vuol dire che la politica cattolica è finita e che i cattolici in politica non servono più, anzi sono dannosi.

Proviamo a pensare, nel concreto, alla situazione in cui si trova un cattolico che voglia fare politica cattolica. Intendo qui non solo il politico “di professione” che sieda in un Consiglio regionale o in Parlamento e che militi con delle responsabilità in un partito, ma il cattolico comune e semplice che intende fare delle iniziative nel paese dove abita, che opera nell’associazionismo locale o che ha a cuore la scuola frequentata dai figli: anche questa è politica. Questo cattolico che voglia fare una politica cattolica è impedito da tutte le parti, osteggiato e incompreso e, se ha coraggio, deve conquistare il proprio spazio palmo a palmo con una specie di guerra contro tutti.

Se si oppone al riconoscimento delle coppie gay si trova in contrasto addirittura col papa. Se vuole contrastare il disegno di legge Zan [sappiamo per esempio che molti consigli comunali hanno approvato delibere a suo sostegno, inefficaci ma utili ad alimentare la grancassa] si scontra con il Segretario di Stato Parolin e con il cardinale Bassetti, presidente dei vescovi italiani. Se vuole dar vita a scuole parentali o della società civile cattolica, si trova bloccato dal parroco che non vuole “dividere la comunità”. Se organizza iniziative in sede locale per denunciare alcuni elementi assurdi delle politiche dell’ambiente, viene colpito da una fatwa ideologica politicamente corretta. Se solo si permette di ricordare che anche per un piccolo consiglio comunale non tutte le religioni sono uguali, viene bollato di integralismo. Se vorrebbe disciplinare l’ingresso di profughi verrebbe accusato di essere “identitario”. Se si mette a raccogliere firme contro l’aborto di Stato, viene colpito da scomunica. Se denuncia il dirigente scolastico o l’insegnante di ideologia gender o forma un comitato di sorveglianza anti-gender nella scuola si suo figlio, viene considerato non-dialogante e anti-democratico. Se poi contesta le politiche anticovid del governo, del proprio sindaco e del proprio parroco viene bollato come disfattista, qualunquista ed egoista. Ancora di più: se esterna la sua convinzione che esista e si possa attuare una “politica cattolica” viene considerato medievale e passatista.

Diciamo che, ormai, attorno al cattolico che voglia fare politica cattolica si è costituito come un cerchio mortale, esterno e interno alla Chiesa, ed egli si trova solo e costretto a dare di gomito per conquistare piccoli spazi di manovra. Oppure deve adottare il sistema che molti hanno ormai adottato in via sistematica, ossia scegliere il criterio del male minore e dilazionare la sconfitta, accettando di perdere terreno su terreno nella linea del Piave. Nella speranza di evitare l’invasione egli non riesce nemmeno a rallentarla, perché il suo criterio del male minore è noto agli avversari e lui viene strumentalizzato per una causa non sua.

Questo vale anche per i cattolici che militano, anche con responsabilità, nei partiti politici. Se vogliono rimanere sull’onda, devono accettare di non puntare mai i piedi e di non battere nessun pugno sul tavolo, tanto sanno già che la linea del partito sarà, quando va bene, del “male minore” o della “scelta di coscienza”, il che annulla completamente la linea del Piave senza peraltro dirlo apertamente, ossia in modo ingannevole.