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fine vita

Suicidio assistito in Lombardia, la via radicale per morire

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Quello di Domenico Zuccarella è il terzo caso nella regione ma il primo in cui il Servizio sanitario regionale ha organizzato l’intera fase attuativa, scrive l'Associazione Luca Coscioni che ha collaborato fattivamente alla procedura. Una strategia in tre direttrici che spingerà il Parlamento a legiferare e la coscienza collettiva a normalizzare la morte come mera terapia.

Attualità 28_08_2026
Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse

Un altro caso di suicidio assistito in Lombardia. Il terzo, ma, come scrive l’Associazione Luca Coscioni che ha collaborato fattivamente alla procedura,  è «il primo caso nel quale il Servizio sanitario regionale ha organizzato l’intera fase attuativa, compresi l’assistenza sanitaria, il farmaco e la strumentazione necessari e l’individuazione del luogo nel quale procedere». Lui si chiamava Domenico Zuccarella, 59 anni, ed era affetto da sclerosi multipla. È morto lo scorso 25 agosto. I Radicali da una parte si sono lamentati che Domenico ha dovuto aspettare oltre nove mesi per morire e su un altro fronte affermano che lo stesso ha indicato «una strada percorsa fino in fondo nel servizio pubblico, che da oggi potrà essere più chiara per chi verrà dopo». Ed infatti «oggi in Lombardia esiste […] un percorso concretamente tracciato: dalla richiesta di verifica alla tutela contro i ritardi, fino alla presa in carico della procedura, dell’assistenza e del luogo da parte del Servizio sanitario regionale».

Dunque la strategia radicale appare sempre più cristallizzarsi intorno a tre direttrici. La prima, la meno affidabile per gli stessi perché attualmente sfugge al loro pieno controllo: una legge nazionale sul suicidio assistito. Un disegno di legge è fermo in Parlamento  (clicca qui e qui), ma, anche se i lavori riprendessero, il contenuto della normativa non sarebbe così libertario da soddisfare il palato dei Radicali. Ciò detto potrebbero comunque intervenire a livello di campagne sociali per modificarne l’orientamento.

Una seconda direttrice è rappresentata dalle leggi di iniziativa popolare denominate “Liberi subito” che vogliono introdurre normative regionali legittimanti il suicidio assistito e che i Radicali continuano a proporre nonostante la Corte costituzionale abbia già cassato le due leggi regionali sul suicidio assistito della regione Toscana e delle regione Sardegna. Insensatezza? No, realismo giudico. Infatti sono consapevoli che reiterare i tentativi di legittimazione prima o poi porterà ad aprire varchi nelle sentenze della Consulta. Nulla è mai scritto in modo definitivo sulle questioni eticamente sensibili. La storia lo insegna in modo molto chiaro. Questa soluzione ha profili di maggiore efficacia rispetto alla prima soluzione.

Una terza direttrice riguarda anche il caso del signor Zuccarella ed è così composta: l’applicazione dei criteri e delle procedure indicate dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 242 del 2019 (clicca qui e qui) per il tramite del Servizio sanitario regionale. La terza direttrice è, allo stato attuale, la soluzione più efficace anche se non è la più ideale, ma i Radicali sanno che la vetta si conquista passo dopo passo. Questa soluzione ha reso l’aiuto al suicidio una procedura di carattere amministrativo, né più né meno che l’accesso all’aborto o alla fecondazione artificiale, sottraendo de facto la materia dall’ambito penale. È infatti una procedura medica. Il morire, come illustra benissimo la legge 219/17 sul consenso informato che ha legalizzato pienamente l’eutanasia, è diventato una procedura medica. Il morire è diventato per paradosso una terapia. Ecco allora il concorso di ospedali, ASST, comitati etici, etc.

Curiosamente i Radicali spesso criticano il fatto che oggi, grazie al progresso tecnologico, la morte si è troppo medicalizzata, nel senso che si terrebbero in vita le persone malate troppo a lungo, ma poi la procedura inventata dalla Consulta e applicata con soddisfazione anche con il concorso degli stessi radicali è una vera e propria medicalizzazione della morte. Naturalmente uno degli effetti psicologici a livello sociale di questa procedura medica del morire è trasmettere l’idea che togliersi la vita in questo modo è ordinato, perché secondo la legge, è sicuro, perché c’è l’intervento del personale medico ed avviene negli ospedali, ed è indolore, perché il trapasso grazie alla medicina avviene in modo sereno.

Dunque questa terza direttrice è un po’ un compromesso per i radicali, non così valida come una legge regionale e ancor meno valida rispetto ad una legge del Parlamento, ma perlomeno attua il processo del suicidio assistito e crea una prassi che, diffondendosi, spingerà sempre più il Parlamento a legiferare e favorirà il processo di assorbimento nella coscienza collettiva del suicidio assistito e dell’eutanasia. Risultati non di poco conto.



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