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XI, PUTIN, TRUMP

Storia di due summit a Pechino, il difficile equilibrio fra le tre grandi potenze

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Nei due vertici di Pechino, prima quello fra Trump e Xi, poi quello fra Xi e Putin, non sono stati registrati risultati eclatanti. Non è stata risolta la crisi del Golfo, né si è abbassata la tensione per Taiwan e di sicuro si è ben lontani dalla fine della guerra in Ucraina. Le tre grandi potenze sono però alla ricerca di un difficile equilibrio che eviti lo scoppio di crisi peggiori.

Esteri 21_05_2026
Le tre matrioshke dei tre leader Putin, Trump, Xi (AP)

Non è emerso nulla di risolutivo rispetto alle crisi e ai conflitti internazionali ma i summit a Pechino che Xi Jinping ha avuto con Donald Trump e poi con Vladimir Putin sono stati un successo relativo che i tre leader protagonisti possono sbandierare a casa propria. Del resto se i summit internazionali non avessero una robusta base di successi da presentare al pubblico verrebbero annullati preventivamente adducendo qualche emergenza interna.

La frase che meglio riassume l’esito dei due vertici è forse quella pronunciata ieri da Trump: «Xi Jinping mi aveva detto che Vladimir Putin sarebbe andato: io vado d'accordo con tutti e due». Poi, con la consueta altezzosità che lo contraddistingue ha aggiunto; «Non so se la cerimonia riservata a Putin sia stata bella quanto la mia, penso che con noi hanno fatto meglio»Il 15 maggio Trump ha concluso la visita a Pechino vantando “accordi commerciali fantastici” e “opinioni molto simili" con Xi sulla guerra con l'Iran, di fatto esaltando valutazioni che la Cina non ha mai nascosto circa la necessità che lo Stretto di Hormuz resti agibile e liberamente percorribile (aspetto fondamentale per alimentare la sua economia) e che Teheran non si doti di armi atomiche dal momento che i cinesi hanno sempre considerato negativamente l’aumento delle nazioni dotate di armi nucleari. «Abbiamo discusso dell'Iran. Abbiamo opinioni molto simili sull'Iran. Vogliamo che la situazione si risolva. Non vogliamo che abbiano un'arma nucleare. Vogliamo che gli stretti rimangano aperti», ha detto Trump.

«La Cina ha sempre sostenuto che il dialogo e il negoziato siano la strada giusta e che una soluzione militare non sia la via da seguire. Ora che la porta del dialogo è stata aperta, non dovrebbe essere richiusa», ha reso noto il ministero degli Esteri cinese aggiungendo che «le rotte marittime dovrebbero essere riaperte il prima possibile, rispondendo agli appelli della comunità internazionale e contribuendo congiuntamente al mantenimento della stabilità e della fluidità delle catene di approvvigionamento globali». I colloqui sull’Iran potrebbero aver a che fare con la decisione di Trump di non riprendere le operazioni militari contro l’Iran, anche se il presidente statunitense ha attribuito la decisione di prolungare il cessate-il-fuoco, lasciando ulteriore spazio ai negoziati, alle pressioni dei paesi arabi del Golfo Persico. 

Ieri la Marina dei Guardiani della rivoluzione iraniana ha annunciato in una nota che «nelle ultime 24 ore, 26 imbarcazioni commerciali hanno attraversato» lo Stretto di Hormuz tra cui «petroliere, portacontainer e altre imbarcazioni commerciali». I Pasdaran hanno precisato che il transito è avvenuto «in coordinamento e sotto la protezione» delle forze iraniane.

Sul piano commerciale Trump e Xi hanno stabilito intese sui dazi e su un rafforzato export statunitense in Cina. «Abbiamo concluso degli accordi commerciali fantastici, davvero vantaggiosi per entrambi i Paesi» e tra questi vi sarebbe il via libera alle importazioni di carne di manzo da 600 aziende diverse americane, l'estensione dell'accordo per la tregua nella guerra dei dazi con gli Stati Uniti sottoscritto lo scorso ottobre e l’ordine per 200 aerei commerciali Boeing 737 di cui però erano previsti acquisti più ingenti.

Al centro dei colloqui è stata invece la questione di Taiwan con gli Stati Uniti che appaiono disposti a negoziare con Pechino la sospensione a nuove forniture di armi all’isola-Stato mentre Trump ha esortato i taiwanesi a trasferire negli Stati Uniti le aziende che producono chip per metterle al riparo da eventuali rischi. Dichiarazioni che hanno creato qualche preoccupazione a Taipei. Il 20 maggio il presidente di Taiwan, Lai Ching-te, ha affermato che «il futuro di Taiwan non può essere deciso da forze straniere, né può essere tenuto in ostaggio dalla paura, dalla divisione o da interessi a breve termine», ha dichiarato Lai in un discorso in occasione del suo secondo anniversario di mandato. Xi Jinping ha messo in guardia Trump per il sostegno a Taiwan e del resto la Cina, che non ha interferito con le operazioni statunitensi in Venezuela, potrebbe pretendere oggi da Washington lo stesso rispetto delle sfere di influenza circa Taiwan.

Per Taipei, la Cina è la "causa principale" dell'instabilità regionale e la vendita di armi statunitensi rappresenta un impegno a difendere la democrazia sull'isola. Washington si è impegnata a fornire armi difensive in base al Taiwan Relations Act, una legge approvata dal Congresso degli Stati Uniti nel 1979, in seguito al riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese da parte degli Stati Uniti e a condizione che l'isola non dichiari formalmente l'indipendenza. Ieri Trump ha reso noto che parlerà con il presidente Lai prima di prendere la decisione sulle nuove forniture militari.

Irrisolta la crisi di Hormuz, le tensioni bilaterali su Taiwan restano quindi i nodi geopolitici che il summit Xi-Trump non ha potuto risolvere. Il tema dell’instabilità è stato del resto al centro anche della visita a Pechino di Vladimir Putin in cui è stato ribadito l’asse Russia-Cina, definito una “forza di stabilizzazione globale” per far fronte alle crisi che rischiano far regredire il mondo alla "legge della giungla". Con un messaggio diretto agli Stati Uniti, Xi ha definito le relazioni tra Pechino e Mosca al «più alto livello di partenariato strategico globale» e ha invitato i due Paesi a opporsi a «ogni forma di bullismo unilaterale» sulla scena internazionale. Anche Putin ha siglato nuovi accordi commerciali con la Cina, incluso il settore energetico e del resto Pechino è il primo partner commerciale della Russia e acquista quasi metà delle esportazioni petrolifere russe.

Circa la costruzione del gasdotto Forza della Siberia-2 non sembra però sia stato stabilito un calendario preciso probabilmente perché non c’è ancora un’intesa sui costi condivisi dell’opera che attraversando la Mongolia arriverà nel nord della Cina e sul prezzo del gas che Pechino vorrebbe fosse simile a quello sul mercato interno russo. Il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov, ha detto dopo l'incontro fra i due leader che «c'è in generale intesa sui principali parametri del gasdotto. Sul percorso e sul procedimento di costruzione. Rimangono alcuni dettagli da finalizzare, ma l'intesa complessiva c'è già».

Circa la crisi nel Golfo Persico, Russia e Cina restano i maggiori sponsor economici e militari dell’Iran, elemento che potrebbe aver indotto le fonti statunitensi sentite dal Financial Times a rivelare che Xi avrebbe dichiarato a Trump di ritenere che Putin si pentirà presto di aver invaso l’Ucraina. Affermazione negata e definita falsa da un portavoce dell'ufficio stampa del ministero degli Esteri cinese. Anche lo stesso Trump è stato costretto a smentire. «Il presidente cinese XI Jinping non ha mai detto che Vladimir Putin potrebbe rimpiangere in futuro la decisione di aver invaso l'Ucraina» ha affermato il presidente americano smentendo FT e le sue fonti.

Secondo l'agenzia di stampa russa Interfax, il Cremlino non esclude un incontro tra Putin e Trump a novembre, quando entrambi potrebbero partecipare al vertice Apec in Cina. Tra sei mesi. Una tempistica che sembra indicare l’assenza di sviluppi nei negoziati voluti da Washington per porre fine al conflitto in Ucraina e che coincide con le elezioni di mid-term negli Stati Uniti, banco di prova per misurare la forza di Trump e della sua amministrazione.

I due summit sembrano quindi confermare, tra luci e ombre, la necessità percepita chiaramente dalle tre potenze di mantenere un equilibrio che eviti il degenerare delle diverse situazioni critiche.