Stereotipi francescani in salsa woke da smontare
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La predica agli uccelli? Un rimprovero; Il lupo? Ripagò il male fatto; La predicazione ai pesci? In chiave anti catara. Quanti stereotipi sul Poverello d'Assisi e su San'Antonio.
Ora, poiché non se ne può più (almeno io) di fiction su san Francesco né di Benigni cattocomunista (almeno io), mi si permettano due parole contro. E sarò breve. Molti anni fa una rivista militare mi commissionò una serie di articoli sui Santi che di mestiere avevano fatto il soldato, visto che avevo pubblicato un intero libro su I Santi militari (Piemme, poi ripubblicato da Estrella de Oriente).
Infatti, non tutti sanno che, per esempio, il Portogallo e la Svizzera hanno come eroi nazionali due Santi cattolici, san Nicola di Flüe la Confederazione Elvetica, Nuno Alvarez Pereira i lusitani (quest'ultimo era addirittura Conestabile, cioè capo dell'esercito in un tempo in cui il capo doveva combattere in prima fila). Lo svizzero aveva preso le armi contro gli Asburgo e le loro mire sul Paese nel XV secolo, il secondo contro quelle della Castiglia nel XIII.
Ma fu quando presentai anche Francesco d'Assisi che la rivista in questione mi sospese la serie. Eppure Giovanni di Bernardone detto Francesco era stato cavaliere ed era finito catturato in battaglia (come mostra il Mickey Rourke di Liliana Cavani), e stava raggiungendo il contingente di Gautier de Brienne per unirsi alla crociata allorché fu folgorato sulla Via di Damasco.
Quando divenne capo dei “francescani” chiese al suo vice di punire i mormoratori mettendoli nelle mani di fra Giovanni da Firenze, un omone che prima di seguire il Poverello aveva fatto di mestiere il pugile. Gli animali? Ecco qua. Il lupo di Gubbio non fu da lui amnistiato, bensì costretto dal Santo a ripagare il male che aveva fatto mettendosi al servizio di quelli che aveva danneggiato.
La famosa predica agli uccelli? Non era affatto una predica, ma un rimprovero: lui stava, sì, predicando, ma ai suoi uomini. E, essendo ormai malato e perciò flebile di voce, il brusìo dei passerotti copriva le sue parole. Lui impose loro di stare zitti finché non avesse finito, cosa quelli eseguirono. Che cosa andò a dire al Sultano ormai è noto. Epperò era in corso la quinta crociata, e una tregua che al-Malik al-Kamil temeva dall'infrangere: i crociati veneravano quell'uomo, e lui lo sapeva; se lo avesse toccato si sarebbero scatenati.
Né risulta che Francesco abbia fatto il pacifista dicendo ai crociati di sbaraccare. Francesco sapeva bene che la Chiesa (come sempre, dico io) aveva in quel momento storico due nemici, uno interno e uno esterno. L'esterno era l'islam, al quale provvide personalmente lui recandosi a Damietta. Quello interno era il catarismo, che aveva infettato le regioni più ricche e colte della Cristianità, la Lombardia (che allora comprendeva tutta l'Italia settentrionale) e la Provenza.
E lui si chiamava Francesco in onore della sua amata mammà, che era appunto provenzale. Così, contro i catari mandò il suo uomo migliore, sant'Antonio (poi di Padova). Che oggi è Dottore ella Chiesa. Prima come provinciale nel Limosino e poi a Rimini, città dominata (anche con le cattive) dai catari. Fu lui a predicare ai pesci, ma a scopo polemico. Mi spiego. I capi catari erano vegani ante litteram, non mangiavano cioè nulla di origine animale. Perché? Perché l'animale si riproduce tramite coito, così perpetuando la materia. E il mondo materiale era opera del dio cattivo, mentre le anime erano dovute a quello buono. I “perfetti” catari infatti vietavano il matrimonio. Ma onoravano i pesci, sia perché erano gli unici animali scampati al Diluvio, sia perché a quel tempo si credeva che si riproducessero senza accoppiamento.
Ora, poiché a colpi di intimidazioni gli avevano fatto trovare la piazza di Rimini vuota, sant'Antonio li umiliò andando a predicare ai pesci. Come a dire: vedete? i vostri amati pesci ascoltano me, non voi. Infine, nel suo Cantico delle Creature san Francesco non nomina alcun animale. Neanche uno. Infatti, era contro i catari che lo scrisse (se lo scrisse anziché declamarlo), per lodare il Dio, unico, che aveva creato la materia. Se volete saperne di più leggete il mio libro Io e il diavolo (Mondadori, ora Lindau).
Ultima notazione su santa Chiara, che accecò i saraceni in procinto di assaltare il suo convento femminile (e indovinate che cosa sarebbe successo senza quei lampi scaturiti dall'Ostia che Chiara levava contro di loro). Questi ultimi erano al servizio di Federico II, lo “stupor mundi” che, guarda un po', il papa aveva scomunicato. Se sceneggiatori e registi (e attori) la smettessero di applicare a Chiara&Francesco il woke del momento, ne guadagnerebbe almeno l'originalità.

