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Statale o paritaria, sempre pubblica è

Ogni volta che si parla di scuola e libertà di educazione, scatta la polemica. Ma l'esperienza ci suggerisce qualcosa di diverso.

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Le polemiche seguite alle dichiarazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi su scuole pubbliche e libertà di educazione hanno messo in risalto ancora una volta come sembri impossibile in Italia - non da oggi - ragionare seriamente e pacatamente dei problemi fondamentali del nostro paese.

L’istruzione è peraltro uno di quegli argomenti che ciclicamente infiammano il dibattito e vengono usati per muovere le piazze, colmandole di slogan che paiono ogni volta riemergere dai polverosi e obsoleti archivi del ‘68, nonostante l’evidente e drammatica marginalità sociale in cui è stata relegata la professione degli insegnanti.  Una particolare veemenza, poi, si registra allorché il dibattito vira sulla questione della libertà di scelta educativa e sulle cosiddette scuole “private” (termine usato ancora da tanti in modo dispregiativo, nonostante la legge 62/2000 abbia sancito la parità tra istituti statali e non statali purché conformi a determinati requisiti), rendendo particolarmente difficoltoso farsi largo tra le maglie – ancora molto strette - del pregiudizio e dell’ostilità.

L’esplosione di livore e la diffusione di (pre)giudizi sommari e affrettati contro le scuole paritarie, che anche qualche settimana fa hanno accompagnato certe notizie (come la scoperta di un “diplomificio” a Campomarino o la pubblicazione dei dati OCSE–Pisa), ne sono l’ennesima riprova.
Eppure, in questi ultimi anni, alcuni segnali positivi avevano fatto scorgere nuovi spazi di dialogo che lasciavano ben sperare. Quali? Innanzitutto una più diffusa e trasversale consapevolezza, in ambito politico, che la scuola paritaria costa molto meno (500/600 euro ad alunno a fronte dei 7.000 della scuola statale!) e spesso funziona meglio; poi, non meno importante, la progressiva crescita delle iscrizioni in scuole non statali registrata in questi ultimi anni (periodo 1997/98-2007/08: scuola dell’infanzia + 19,9%, primarie e secondarie di 1° grado +0,8% e di +2,2%,  in confronto alle statali che hanno registrato, nel medesimo periodo, un aumento di +0,2% nelle primarie e una diminuzione di -5,2% nelle secondarie di 1° grado*), a documentazione di una accresciuta stima e fiducia da parte delle famiglie italiane, pronte a sacrificarsi (non dimentichiamo che in Italia la parità è solo giuridica e non economica…) per garantire ai propri figli una istruzione/educazione di qualità.
 
In ultimo (ma potremmo elencarne altri), l’apertura di spazi di dialogo e di collaborazione fra scuole statali e paritarie, consapevoli che l’emergenza educativa/formativa si può affrontare e risolvere solo facendo rete e chiedendo una maggiore autonomia per tutti, anziché esasperando i contrasti, come invece qualcuno -ad arte- tenta di fare.

La necessità di una pacificazione e di un dialogo costruttivo, del resto, emerge ormai come una priorità ineludibile, se vogliamo risollevare le sorti del sistema di istruzione italiano, sempre più mortificato da logiche di contrapposizione che nulla hanno a che fare con l’educazione.
Per procedere in questa direzione, però, occorrerebbe muoversi verso una autonomia globale di tutte le istituzioni scolastiche, abbandonando definitivamente il modello della “scuola unica di Stato” (che, pur a fronte di alcuni meriti storici, persiste oggi oltre ogni ragionevolezza), e scegliendo fino in fondo la strada dell’attuazione del pieno diritto alla libertà di educazione riconosciuta ai soggetti che ne sono detentori, in primis ai genitori e alle famiglie.

Bisognerebbe ripartire da una scuola che metta al centro, così come è nella sua natura, innanzitutto il diritto-dovere delle famiglie all’educazione/istruzione dei propri figli e la persona degli alunni che la frequentano; una scuola per tutti e per ciascuno (“Una buona scuola pubblica per tutti, statale e paritaria”, viene definita nel volume Dati e tendenze sulle scuole cattoliche paritarie, di Guglielmo Malizia e Sergio Cicatelli, Rizzoli 2010) non più impoverita da sterili e controproducenti dicotomie come “pubblico-privato” e “statale-non statale”, bensì riconosciuta tale (come sancito tra l’altro anche dalla sentenza  2605/2001 del Consiglio di Stato) in quanto erogatrice di un servizio offerto a tutti e orientato al bene della res publica, di cui la famiglia è e resta la fondamentale cellula costitutiva. Un nuovo modello di scuola italiana, dunque, esclusivamente e pienamente autonoma, per definizione e nella sostanza.

Un contesto di vera autonomia di tutte le istituzioni scolastiche, associata ad un’effettiva libertà di scelta educativa (che implica una equa distribuzione delle risorse economiche), apporterebbe tra l’altro diversi innegabili vantaggi:
- consentirebbe una responsabilità non formale che si eserciti sulla gestione, sulle materie, sui programmi, e ancor più sulla cura delle persone, che è il fondamento di ogni educazione;
- raccoglierebbe la sfida di elaborare, con maggior efficacia, una cultura di sintesi capace di esaltare tutte le diversità, orientando positivamente il processo di integrazione culturale in atto nella nostra società;
- permetterebbe una sana emulazione e un confronto tra le scuole, all’interno di regole generali fissate dallo Stato, per migliorare la qualità del sistema, eliminare le situazioni carenti, fare un uso adeguato delle risorse economiche e realizzare l’eccellenza;
- accelererebbe il processo di equiparazione agli altri sistemi scolastici europei improntati ad una effettiva integrazione statale-non statale e ad un’ampia autonomia;
- aiuterebbe le famiglie e i corpi intermedi a maturare la consapevolezza dei propri diritti e ad esercitarli creativamente;
- favorirebbe la formulazione di un patto educativo tra la famiglia, la scuola e i diversi soggetti sociali, culturali ed imprenditoriali, per realizzare liberi progetti educativi, dal momento che l’educazione è l’esito di una rete di relazioni tra soggetti educanti, una funzione “corale” e non semplicemente specialistica.

Prototipi di tutto questo già esistono, nel nostro paese, fra le scuole paritarie, e rappresentano un embrione di ciò che tutta la scuola italiana potrebbe essere. Alcuni di questi sono stati presentati con ricchezza di dati ed esemplificazioni anche in occasione del recente convegno nazionale CdO Opere Educative -FOE, svoltosi a Firenze dall’11 al 13 febbraio, realizzando una felice sintesi di ciò di cui ha bisogno il nostro sistema di istruzione: modelli efficaci ed efficienti di governance e di gestione economico-finanziaria; vera autonomia educativa e didattica, nel rispetto delle norme generali dello Stato; creatività e innovatività, nel solco della migliore tradizione culturale del nostro Paese.

Partendo dall’esperienza, dunque, e non da modelli astratti, si potrebbe finalmente ragionare con serenità su questo tema per adottare soluzioni concrete e condivise, affinché ogni famiglia possa scegliere liberamente la scuola per i propri figli, all’interno di un servizio pluralistico e di qualità.  “Una buona scuola pubblica per tutti, statale e paritaria” è dunque possibile; torniamo al dialogo: il nostro paese, tutto il nostro popolo ne ha davvero bisogno.

*CdO Opere Educative

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