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“Sposatevi!”, così il Vietnam comunista incentiva la natalità

Mentre l’Occidente "cristiano" offre soluzioni irrilevanti all’emergenza demografica, il Vietnam mira a far sì che le coppie possano convolare a nozze prima dei 30 anni e le donne possano avere il secondo figlio prima dei 35. Va sottolineato che il programma pro natalità del Paese non è del tutto eticamente accettabile, ma il fatto che un regime comunista punti sull’istituto matrimoniale non può non farci riflettere.

Il miglior antidoto all’inverno demografico? Si chiama matrimonio. È la conclusione cui è giunto un Paese tutto fuorché tacciabile di cattolicesimo e il cui solo nome riporta alla memoria occidentale ricordi non esattamente piacevoli: la Repubblica Socialista del Vietnam. Il governo vietnamita si sta infatti impegnando in una politica di rilancio della natalità da qui al 2030 finalizzata a risollevare le aree dove essa è sotto il tasso di sostituzione, pari come noto a 2,1 figli per donna. Sì, perché a tale soglia – che in Occidente pare oggi un miraggio – il Vietnam già ora arriva, dopo esser risalito dal minimo storico dagli 1.89 figli per donna del 2005 ai 2.04 attuali.

Ciò nonostante, il governo guidato da Nguyễn Xuân Phúc intende intervenire, come si diceva, in quelle parti del Paese dove l’inverno demografico inizia a farsi sentire. E lo fa su più livelli, quindi da un lato rafforzando tutta una serie di sussidi economici e, dall’altra, incentivando le giovani coppie a sposarsi. Nello specifico, il Vietnam mira a far sì che le coppie possano convolare a nozze prima dei 30 anni e le donne possano avere il secondo figlio prima dei 35. Pur di raggiungere tale scopo, le istituzioni vietnamite sono disposte a tutto, anche a puntare su club di incontri e consulenti matrimoniali. Il che, se da un lato può strappare un sorriso, dall’altro merita una riflessione.

Infatti, se va comunque sottolineato come il programma pro natalità del Vietnam non sia eticamente accettabile nel suo insieme (prevede sì l’innalzamento della natalità dov’è bassa, ma mira a ridurla dove le culle sono piene, chiedendo a dipendenti pubblici e membri del Partito di non avere più di due figli), il fatto che un regime comunista punti sull’istituto matrimoniale non può non far riflettere. Sopratutto considerando che l’Europa, che con la denatalità ha un problema infinitamente più serio di quanto non l’abbia il Vietnam, stenta a mettere a fuoco – eccettuata l’Ungheria di Orbán - l’importanza del matrimonio.

Al contrario, per combattere l’inverno demografico vengono ancora proposte soluzioni o socialmente destabilizzanti e di dubbia utilità, come l’immigrazione di massa, oppure minestre riscaldate in salsa femminista come gli incentivi per far lavorare di più la donna, strada che i Paesi del nord Europa battono da decenni senza tuttavia essere stati risparmiati, anzi, dalla denatalità. L’istituto matrimoniale resta così in disparte, nonostante demografi quali Roberto Volpi da anni ne segnalino l’utilità proprio in un’ottica demografica.

Del resto, è ormai un dato consolidato il fatto che la convivenza non solo non rappresenti un equivalente “procreativo” del matrimonio, ma ne sia a tutti gli effetti la brutta copia, facendo registrare tassi di natalità ancora più bassi. Non per nulla già un report di sedici anni fa della Rand Corporation faceva presente, sulla scorta dei dati raccolti in molteplici Paesi europei, come la fertilità nelle coppie conviventi sia più bassa rispetto alle coppie sposate «quasi ovunque». La differenza, insomma, la fa davvero il matrimonio.

Che le cose stiano in questi termini è chiaro ormai a mezzo mondo, se si pensa come ancora la scorsa estate sia toccato a Thein Swe, politico della Birmania – Paese asiatico e, come il Vietnam, a maggioranza buddista –,  sottolineare che uno dei motivi del calo del tasso di natalità nel suo Paese è «il crescente numero di donne non sposate». Solamente in Europa, purtroppo, il concetto tarda a passare, con il risultato che l’inverno demografico, di fatto, peggiora anno dopo anno. Uno scenario rispetto al quale, c’è da temere, la pandemia rischia di essere una sorta di colpo di grazia.

Un motivo in più, allora, per chiedere ai nostri governanti, se proprio non se la sentono di dare retta alle esortazioni delle famiglie e della Chiesa – che da decenni insiste sull’importanza di riscoprire la «cellula fondamentale della società» -, di provare almeno a guardare che cosa fa l’insospettabile Vietnam. Un Paese che, come già si diceva all’inizio, per sua fortunata non ha la metà dei guai demografici occidentali eppure punta con decisione, per risollevarsi, proprio sul vituperato matrimonio. Qualcosa vorrà pur dire.