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ELEZIONI

Sondaggi, quanta ipocrisia nel loro oscuramento

I sondaggi continueranno ad essere commissionati sino all'ultimo giorno prima delle elezioni, ma saranno visibili solo ai vertici dei partiti e altri "addetti ai lavori", non possono più essere trasmessi. Ipocrisia: forse le previsioni del tempo non si fanno fino all'ultimo? E non è l'unica stortura. Anche la par condicio non regge alla prova di Internet.

Politica 14_09_2022
Nando Pagnoncelli (Ipsos)

Da qualche giorno gli italiani sono in astinenza di sondaggi. Le legge sulla par condicio vieta, infatti, di divulgare le intenzioni di voto negli ultimi 15 giorni di campagna elettorale. Dunque, a partire dal 10 settembre, è scattato il black-out e i centri di rilevazione degli umori degli elettori dovrebbero incrociare le braccia e non lavorare più o, quanto meno, occuparsi d’altro e non delle preferenze politiche dei cittadini.

Ma le cose stanno realmente così? Nessuno commissiona sondaggi in questi giorni? Nessuno è in possesso di sondaggi più o meno segreti? Evidentemente le cose stanno in maniera completamente diversa. I sondaggisti sono in servizio permanente effettivo anche in questo periodo. Semplicemente non possono svelare apertamente i contenuti delle loro ricerche che svolgono su commissione. I partiti e i loro leader incaricano i più titolati istituti demoscopici per capire se gli indecisi aumentano o diminuiscono, se il partito dell’astensione è ancora molto nutrito o se, al contrario, qualcuno che aveva intenzione di non recarsi alle urne ha cambiato idea ed è ancora convincibile. Insomma, tutto come prima, ma con l’ipocrisia di dover dire che sondaggi non se ne fanno più perché sono vietati.

E allora che senso ha? Le scommesse sulle partite di calcio non si fanno fino alla vigilia del loro svolgimento? Le previsioni del tempo non si fanno lo stesso, anche se c’è il rischio di condizionare la programmazione turistica dei vacanzieri? Sia le scommesse sulle partite di calcio che le previsioni del tempo si fanno sempre e comunque e nessuno ritiene che ciò condizioni la realtà in maniera scorretta.

La ratio della legge sulla par condicio è chiara: evitare che vengano messi in giro ad arte sondaggi taroccati o tarati sulle aspettative di un partito per scoraggiare i suoi avversari e galvanizzare i suoi elettori. Ma se questo può essere anche in parte ragionevole pensarlo, resta il danno gravissimo di non poter incentivare l’elettorato a votare per chi è in vantaggio e per chi sta cercando di rimontare. L’astensionismo in qualche modo è provocato anche dalla mancanza di sondaggi, che finisce per raffreddare l’impeto della competizione fino all’ultimo voto e per insinuare in molti elettori il dubbio della sostanziale inutilità del loro singolo voto. La disaffezione alle urne, tanto più con la miriade di candidati catapultati in territori e collegi nei quali sbagliano anche i nomi delle località e degli abitanti, potrebbe dunque crescere a causa dell’assenza di sondaggi ufficiali e aggiornati. Il gioco, insomma, non vale la candela e la norma andrebbe rivista.

Così come andrebbe rivista anche rispetto ai duelli in tv. Bene ha fatto l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) a richiamare le forze politiche e le emittenti radiotelevisive, in particolare la Rai, a non accreditare una visione bipolare della competizione del 25 settembre ospitando il duello tra Enrico Letta e Giorgia Meloni, visto che l’offerta politica si presenta assai più variegata, non solo all’interno delle due principali coalizioni (centrodestra e centrosinistra) ma anche al di fuori di esse, con il Movimento Cinque Stelle, il terzo polo Calenda-Renzi, Italexit di Gianluigi Paragone e altre forze minori. Presentare ai cittadini una contrapposizione limitata a quei due esponenti di partito avrebbe certamente danneggiato gli altri e falsato la corsa al voto. Il discorso non fa una grinza, proprio in ragione della doverosa applicazione della norma sulla par condicio.

I vertici Agcom, già il mese scorso, hanno varato una delibera che estende al mondo della Rete l’applicazione dei principi di parità d’accesso ai mezzi d’informazione per tutti gli attori politici, responsabilizzando anche i gestori delle piattaforme web e social a una maggiore vigilanza. Tuttavia, questa soluzione non è praticabile per la dimensione oceanica del web, per la volatilità dei suoi contenuti e per la difficoltà di normare con un atto di indirizzo una materia disciplinata da una legge ordinaria, appunto la legge sulla par condicio ferma al 2000, un’era multimediale fa, che parla esclusivamente di mezzi radiotelevisivi. E le conseguenze di questo vuoto normativo si sono viste anche due giorni fa, quando sulla web tv del Corriere della Sera è stato ospitato un duello Letta-Meloni. Esattamente il duello che Bruno Vespa avrebbe voluto ospitare negli studi di Porta a Porta e che gli è stato negato proprio per una restrittiva ma teoricamente corretta interpretazione della normativa vigente. Sulla web tv del Corriere il duello si può fare, sulla Rai, pagata con i soldi pubblici, no. Un paradosso.

E allora c’è bisogno di altre conferme per auspicare che questa campagna elettorale sia l’ultima disciplinata da una normativa che punta giustamente all’uguaglianza delle opportunità, ma in realtà finisce per comprimere la libertà di manifestazione del pensiero e per limitare e condizionare comunque il regolare svolgimento delle attività di propaganda politica?