• IL CASO

Smith vs Rock, tra eccessi e virilità

Dal punto di vista morale lo scontro (una farsa per alcuni) tra Will Smith e il comico Chris Rock, che agli Oscar ha offeso la moglie dell’attore, configura due azioni riprovevoli perché sproporzionate. Una difesa proporzionata avrebbe richiesto una risposta verbale. Ma il ceffone di Smith, seppur sbagliato, ha riproposto il tema della virilità...

Tutti ne parlano e allora ne parliamo anche noi. Notte degli Oscar a Los Angeles. Il comico Chris Rock dal palco fa una battuta su Jada Pinkett, moglie dell’attore Will Smith, entrambi seduti in platea. La Pinkett soffre di una grave forma di alopecia e si è presentata agli Oscar con la testa completamente rasata. Dato che anche lei è un’attrice, Rock le ha chiesto se il suo prossimo film sarebbe stato un sequel di Soldato Jane, in cui Demi Moore aveva appunto la testa rasata. La Pinkett leva gli occhi al cielo in segno di disappunto e il marito invece sale sul palco e molla uno schiaffone al comico. Seguono una serie di improperi di Smith gridati all’indirizzo di Rock: “Togliti dalla fottuta bocca il nome di mia moglie!” (qui il video). Smith poi riceverà la statuetta come miglior attore, si scuserà con i colleghi e l’Academy, la quale si dissocerà dalla reazione dell’attore, ma non si scuserà con Rock. C’è da aggiungere che nelle ultime ore, come era fisiologico aspettarsi, qualcuno ha iniziato a mormorare che era tutto una farsa. Nel mondo delle apparenze tutto è possibile.

Torniamo allo scontro Smith vs Rock. Dal punto di vista morale ci troviamo di fronte a due azioni riprovevoli perché sproporzionate, esagerate. Tommaso d’Aquino insegna che una buona intenzione (nel nostro caso: far ridere e difendere l’onore della moglie) necessita di modi consoni all’intenzione stessa, altrimenti un’azione in astratto moralmente lecita può diventare nel concreto illecita. Da una parte abbiamo il comico Rock: voleva far ridere, ma la battuta sulla moglie di Smith è apparsa a tutti irriverente, appunto eccessiva. Dunque la sua intenzione comica si è trasformata nei fatti in un atto offensivo. Poi abbiamo Smith che, di fronte a questo atto offensivo, si è sentito in dovere di difendere la moglie, ma la difesa doveva essere proporzionata all’offesa. Se Rock avesse aggredito fisicamente la moglie di Smith sarebbe stato congruo difenderla a ceffoni.

In questa situazione specifica, quindi, la difesa proporzionata, cioè giusta (e la giustizia si può anche esprimere come medietà tra due eccessi opposti: in questo caso da una parte la pavidità o la remissività o il falso rispetto umano e, su altro fronte, la tracotanza o l’arroganza), esigeva una risposta verbale. Bene ad esempio avrebbe fatto l’attore ad alzarsi in piedi e a riprendere il comico dicendogli: “Chi si prende gioco delle sofferenze altrui non fa ridere ma fa piangere. Forse, caro Rock, dovresti prendere in considerazione di interpretare ruoli drammatici d’ora in poi. Inizia con il chiedere scusa a mia moglie”. In definitiva, abbiamo assistito ad un doppio eccesso: quello del comico e quello dell’attore.

Quando si parla di eccesso, di sproporzione, di reazione non consona significa dunque che gli effetti negativi sopravanzano quelli positivi. Ciò vuol dire che esistono degli effetti positivi, seppur schiacciati da quelli di segno negativo. Vogliamo qui intessere una lode di tali aspetti positivi scaturiti dal gesto di Smith, pur consapevoli che lo stesso, come più volte abbiamo ripetuto, ha trasceso, si è fatto prendere la mano, è proprio il caso di dire. Smith ha ricevuto la statuetta per il film King Richard - Una famiglia vincente. Richard Williams è il padre e allenatore delle tenniste Venus e Serena Williams. Smith, che nella pellicola interpreta Richard, ha dichiarato al momento della premiazione che quest’ultimo “è stato un feroce difensore della sua famiglia”. Tra le lacrime ha aggiunto: “In questo momento della mia vita sono sopraffatto da quello che Dio mi chiede di fare su questa terra. Sono stato chiamato nella mia vita ad amare le persone, a proteggere le persone ed essere un fiume per la mia gente. Ho dovuto proteggere Jade [la moglie]. Io voglio essere un ambasciatore di questo tipo di amore, cura, attenzione”.

Smith, con quel ceffone e con quelle espressioni assai colorite, ha scaldato il cuore di molte fanciulle perché in lui hanno visto l’uomo che è finalmente maschio. Forse un poco rude, poco razionale e molto emotivo, ma molto virile e molto coraggioso. Il coraggio è anche questo: sapere che in un duello puoi anche perdere, ma non perderai l’onore (“Hai perso, ma ti sei battuto con onore” si legge in molti romanzi di cappa e spada). Infatti poteva giocarsi la statuetta e non è detto che ciò non accada. Smith ha punito chi voleva svendere la dignità e la sofferenza della moglie per una mezza risata strappata al pubblico, mettendo a rischio la propria candidatura: agli occhi di molti, ma soprattutto di molte, è apparso come un principe azzurro che va in guerra per difendere la sua amata. In quella manciata di minuti Smith non ha interpretato, ma è stato un vero e proprio cavaliere. Roberto Marchesini ha scritto che “il più forte, cioè il cavaliere, mette la sua forza a disposizione del più debole, cioè la donna. La forza deve essere usata per servire, non per prevaricare” (Virilità tossica? In Notizie Pro Vita&Famiglia, Marzo 2022, p. 14).

Il coraggio non riguardava solo l’Oscar come miglior attore che avrebbe potuto sfuggirgli di mano all’ultimo, ma anche la pioggia di critiche che gli sarebbero piovute addosso di machismo, di supremazia maschilista, di uomo violento, di maschio tossico, di pessimo esempio per i giovani. Insomma, fango sulla sua carriera. Avrebbe avuto contro, com’è accaduto puntualmente, tutto il buonismo e il femminismo più appiccicoso che esista, quello che bercia che con la violenza non si risolve mai niente, che il dialogo appiana ogni asperità, che le donne non hanno bisogno degli uomini per difendersi e via stereotipando.

Smith con quel ceffone ha spazzato via in un momento tutte le fluidità di genere di chi è maschio e si sente femmina, di chi non si sente né l’uno né l’altra, tutte le effemminatezze e fragilità di quella infinita schiera di uomini debosciati, piagnucolosi, svenevoli, insicuri e mammoni che non hanno piglio e non vogliono avere carattere, che hanno barattato la fermezza con il compromesso, la responsabilità con la pavidità, il coraggio con la mediocrità, la radicalità con l’accomodamento, la fierezza con il vittimismo, il non voler arretrare di un millimetro, costi quel che costi, con la fuga. Tutti uomini che non vogliono la pace, bensì la resa, che non sanno più cosa sia l’onore, la nobiltà d’animo, la dignità, la rispettabilità, la lealtà, preferendo l’infamia alle ferite inferte sul campo di battaglia. Smith, invece, ha scelto di gridare al mondo che vale più sua moglie che un Oscar.

Ne siamo consapevoli: tutte parole che puzzano molto di testosterone e che dunque si meriterebbero di essere candeggiate nel politicamente corretto con una buona dose di ammorbidente di marca Peace & Love.  Ma a noi piace quell’odore e non ce ne vergogniamo.

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