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Simona Beretta: la crisi siamo noi

Quante volte si sente dire che la crisi più lunga della storia d'Italia non sia colpa nostra? Che è tutto un complotto di "banchieri e usurai" internazionali? Ma l'origine della crisi è in ognuno di noi, secondo la professoressa Beretta. E in una finanza che ha dimenticato il suo ruolo.

La Borsa di Milano

L’Italia è “schiava dei banchieri e degli usurai internazionali”, ci sentiamo vittime del “far west della globalizzazione”, in uno Stato ricattato “dai poteri forti della finanza”, un debito pubblico “creato dai grandi speculatori”. Sono queste le suggestive immagini descritte dai promotori e dai semplici militanti della rivolta dei forconi, che oggi sbarca a Roma con una grande manifestazione (si spera non violenta). Dal 2008 ad oggi, il terrore generato dalla crisi finanziaria fa sì che molti si sentano vittime di un gigantesco complotto, volto a impoverire l’Italia e gli altri Paesi mediterranei dell’eurozona. Ma siamo veramente vittime? Cosa c’è che veramente non va nella finanza e cosa, invece, è solo frutto di paure ancestrali e pregiudizi? Ne abbiamo parlato con una professoressa che di finanza si occupa da quasi quaranta anni. Simona Beretta, docente di Politica Economica presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano, è anche direttrice del master in International Cooperation and Development. Nel corso della sua carriera, ha assistito a tutta l’evoluzione, l’involuzione e la crisi del sistema Italia. «Che le radici di questa recessione siano finanziarie è innegabile. In Italia ci è arrivata, di rimbalzo, una crisi finanziaria statunitense. Che, però, ha messo a nudo una serie di debolezze pre-esistenti. Non parlo tanto di fragilità della finanza italiana, che è di qualità mediocre, ma non cattiva. Quanto le grandi problematiche strutturali che persistono da decenni».

Quali sono le debolezze strutturali dell’Italia che questa crisi ha messo a nudo?
Per come la vedo io, è un problema culturale: ci sono difficoltà a comprendere cosa ci sia di positivo nella realtà e a costruire a partire da quella. Detto così, sembra un fuori tema rispetto a un discorso economico, ma in realtà è l’abc dell’economia: chi è capace di valorizzare l’esistente è anche in grado di sviluppare una creatività maggiore. In Italia si tende a vedere l’esistente (dunque ciò che è stato prodotto dalle generazioni precedenti) come un dono da tesorizzare e non come un’opportunità per far circolare la ricchezza o lanciarsi in nuove imprese. Non si vede la bellezza del lavoro, ma lo si tramuta una fonte di recriminazioni e rivendicazioni, oppure di opportunismo. Sono tutti tratti culturali e caratteriali che hanno poi ricadute molto pesanti sul sistema economico, sia nella finanza che, allo stesso modo, nell’economia “reale”. È puro mito distinguere fra un’economia reale “buona” e una finanza “cattiva”: i problemi sono comuni e hanno la stessa radice. Invece di essere contenti della realtà, si tende sempre a creare uno spazio di sicurezza privata, in cui si stia bene senza agire, senza mettere in circolo più niente.

Detto in soldoni, la crisi c’è perché gli italiani si limitano a vivere di rendita?
È un concetto più esteso: si cerca l’autosufficienza in tutti i settori, sia pubblici che privati, nella finanza e nell’economia “reale”. Il sogno condiviso è ancora quello del posto fisso, dove timbro il cartellino alla mattina e lo timbro alla sera, ma non mi importa di quel che faccio fra questi due timbri. La differenza fra un’attività economica che funziona e una che non funziona è sotto gli occhi di tutti. E, andando a scavare, la causa di questa differenza è sempre quella: il senso che le persone danno al loro lavoro. L’atteggiamento di chi si aspetta, passivamente, il soddisfacimento dei suoi bisogni, è una malattia di cui l’Italia è affetta da decenni. D’altra parte se si continua a predicare che “niente vale”, poi la gente se ne convince e si adagia in una passività tutelata. Il viver di rendita, che un secolo fa era appannaggio di pochi aristocratici, si è massificato. Ci è stato insegnato, per decenni, che la libertà è far quel che si vuole entro la sfera di quel che le nostre risorse consentono. Dunque siamo ormai portati ad ampliare la sfera di quel che si ha, per poter fare sempre di più. Ma non è questa la libertà autentica, che invece è quella che crea, costruisce, produce, mette in gioco le proprie capacità. E la stiamo dimenticando.

In effetti, finora abbiamo accettato di ampliare il debito pubblico per permetterci più consumi. Ora che il debito pesa, i contestatori ritengono che non sia un problema italiano, ma un finto problema creato dalla grande finanza e dall’Ue per tenerci in pugno…
Chiunque lo dica, sta affermando il falso. Il debito di un Paese è creato solo dai suoi conti pubblici. Da spese che, in parte, sono decise per motivi politici e in parte sono causate dal comportamento quotidiano delle persone. Faccio un esempio banale: se getti la cicca della sigaretta per terra, stai contribuendo, nel tuo piccolo, ad aumentare la spesa pubblica e dunque anche il debito, perché aumenti il costo della nettezza urbana. Un medico che, invece di prendersi cura del paziente e accertarsi se abbia bisogno di cure o no, ordina subito tre Tac e una risonanza magnetica, contribuisce a un aumento di spese mediche non necessarie. E noi sappiamo che i tre quarti delle spese regionali sono sanitarie e il grande disavanzo nazionale è dovuto ai conti in rosso delle regioni. Facciamo due più due… Il debito pubblico nasce dall’insieme di questi comportamenti, non solo da decisioni politiche nazionali. Da questa mancanza di consapevolezza dell’impatto che piccole azioni quotidiane possono avere su tutto il sistema economico. Dipende da noi, non dall’estero.

Il debito pubblico è il nostro maggior problema?
Direi di no, perché ora è più o meno ai livelli degli anni in cui tutti pensavano che l’economia andasse bene. Gli anni in cui il problema politico era “come usare il tesoretto”. Ce lo ricordiamo? Questo è l’errore: pensare che, siccome le cose stanno andando bene, abbiamo sempre un “tesoretto” da spendere, abbiamo sempre una mucca da mungere, qualcosa da portare a casa. È questo l’atteggiamento che fa esplodere il debito e ci rende incapaci di fare buona impresa.

Escluse le colpe che la finanza non ha, quali sono i suoi peccati?
Di colpe ne ha ancora molte, a partire dal fatto che la finanza ha perso la sua stessa identità. La finanza è stata un’innovazione istituzionale nata dalla società per far fronte all’incertezza nel tempo. Nasce come patto per affrontare i tempi avversi e per sostenere chi si trova in temporanea difficoltà ad opera di chi, in quello stesso lasso di tempo, dispone di liquidità in eccesso. Questa è la finanza e questo è il suo compito. Punto. Se invece si mette a fare altre cose, comincia a generare danni. La finanza non è fatta per togliere l’incertezza dal mondo, perché l’incertezza esiste ed esisterà sempre. E dunque i complicatissimi strumenti che vengono venduti come panacea di ogni rischio, sono pure menzogne. La finanza genera ricchezza quando permette davvero di far transitare il risparmio e l’eccedenza del potere d’acquisto, da chi (temporaneamente) non ne ha bisogno a chi ne ha necessità per investire, produrre, far fiorire la terra, far fiorire la vita. Al contrario, la finanza che dimentica la sua identità e crede di generare denaro tramite se stessa è una menzogna ed entra in crisi sempre più spesso. La finanza che non va in crisi è quella che rispetta patti duraturi, fra persone che hanno nomi, cognomi e responsabilità. Quando diventa anonima, spersonalizzata, velocissima, in cui i conti non li fanno le persone ma i software… allora non la chiamo più finanza, ma poker online. È questa la cultura che è alla base della crisi finanziaria del 2008.