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Si farà la legge ora che hanno inguaiato D'Alema?

Qualcuno lo chiama “metodo Woodcock”, dal nome del pm ormai noto per le inchieste spesso tradottesi in semplici bolle di sapone. Ora nel mirino è finito Massimo D’Alema, il cui nome compare in alcune telefonate tra politici nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’arresto del sindaco di Ischia. 

Massimo D'Alema

Qualcuno lo chiama “metodo Woodcock”, dal nome del pm ormai noto per le inchieste riguardanti i vip, spesso tradottesi in semplici bolle di sapone. Ora nel mirino è finito Massimo D’Alema, il cui nome compare in alcune telefonate tra politici nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’arresto del sindaco di Ischia. Gli intrecci riguardanti le coop rosse lambirebbero anche l’ex premier a causa del vino da lui comprato presso la coop coinvolta nello scandalo. C’è un dialogo “rubato” tra due esponenti della stessa cooperativa che parlano proprio dell’esponente della vecchia guardia dem, di fatto inguaiandolo.

E la reazione di quest’ultimo, per quanto giustificata, è apparsa un po’ sopra le righe, soprattutto se rapportata a quella che ebbe quando le intercettazioni riguardavano Berlusconi o altri suoi avversari politici. In un’intervista al Corriere della Sera, D’Alema tuona contro la pubblicazione di «colloqui tra persone terze del tutto privi di valenza penale» e invoca persino l’intervento del Consiglio superiore della magistratura e dell’Associazione nazionale magistrati, poiché ritiene incombente il rischio di delegittimazione delle toghe, proprio in ragione di questi abusi in materia di intercettazioni. É chiaro che ben difficilmente la notizia dell’arresto del sindaco di Ischia avrebbe occupato le prime pagine dei giornali se nell’ordinanza di Woodcock non fossero stati citati D’Alema, Tremonti, Lotti e altri personaggi di richiamo. Tuttavia, la scomposta reazione di D’Alema, che si indigna nei confronti di chi pubblica intercettazioni irrilevanti solo ora che nel tritacarne mediatico è finito il suo nome, ci riporta al tema assai controverso dell’uso delle intercettazioni e dello “strabismo” di certi politici.

Anche il premier e molti esponenti del Pd, che per anni hanno sottovalutato la necessità di bilanciare il diritto di cronaca con la tutela della privacy delle persone coinvolte nelle conversazioni telefoniche, ora sembrano accelerare sulla strada dell’emanazione di una riforma in materia. L’ex ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, si è dovuto dimettere per una mezza raccomandazione a favore del figlio e un Rolex regalato a quest’ultimo da un personaggio chiacchierato, ma amico di famiglia. Intercettazione rilevante ai fini sul piano dell’interesse pubblico alla notizia? Difficile stabilirlo. Sicuramente non è stata decisiva per la formazione delle prove né per la formulazione dell’accusa, che peraltro non c’è stata, visto che Lupi non è indagato. Al contrario, è stata decisiva per farlo dimettere. Ora D’Alema non può dimettersi da nulla perché non ha incarichi, ma certamente risulta ulteriormente depotenziato, proprio all’indomani delle sue pesanti accuse di arroganza e di scarso rispetto del principio democratico rivolta al premier. Sarà un caso? Indubbiamente, nel clima giustizialista che si è creato nel nostro Paese, con una magistratura che sembra svolgere stabilmente da 23 anni compiti di supplenza politica, basta un’intercettazione per eliminare dalla scena un personaggio di primo piano. Non occorre neppure una condanna di primo grado. 

A questa deformazione del sistema se ne aggiunge un’altra: la mediatizzazione dell’inchiesta, con la pubblicazione delle intercettazioni, produce una risonanza nell’opinione pubblica che è funzionale all’acquisizione di notorietà per chi conduce le indagini. Eppure nessun magistrato è poi mai stato chiamato a rispondere di attività investigative sfociate in un nulla di fatto. Il problema è che al protagonismo di alcune toghe si somma la complicità di certa stampa, che ne amplifica la portata e gli effetti perversi. É innegabile l’urgenza di disciplinare la materia con una legge ad hoc, che non comprima il diritto-dovere dei giornalisti di informare ma che tuteli la riservatezza dei soggetti coinvolti nelle telefonate. 

Le coop rosse, già coinvolte nelle intercettazioni dell’inchiesta “Mafia capitale”, sembrano essere non più “intoccabili” e alcune procure cominciano a interessarsi ai loro metodi di gestione del potere e di conduzione degli affari. Forse anche per questo c’è da prevedere una corsia preferenziale per un disegno di legge che miri a limitare la diffusione delle telefonate e la loro pubblicazione sui media. Ma l’importante è che venga approvato. A patto che non si traduca in una censura sulle accertate malefatte dei potenti, mascherata dalle buone intenzioni di proteggere la privacy di terze persone non coinvolte nelle indagini.