• GIUSTIZIA

Sì alla riforma Cartabia, è il de profundis per i 5 Stelle

Approvata dal Consiglio dei ministri la riforma del processo penale, che archivia quella del grillino Bonafede. Il nuovo impianto, che non piace al Csm, non reintroduce la prescrizione ma parla di improcedibilità. Prosegue intanto il clima di sfiducia alimentato da politici e media. E un editoriale di Sorgi evoca lo spettro di un regime militare…

Ormai si parla incautamente e inopportunamente di quarta ondata di pandemia, le disdette nelle prenotazioni turistiche fioccano, il clima di sfiducia è alimentato da alcuni politici e dal mondo dell’informazione, ma c’è ancora chi si illude che riformando la giustizia si possano ottenere i fondi europei per la ricostruzione post-Covid.

Il dibattito sulla riforma del processo penale è stato surreale e si è concluso nell’unico modo possibile: l’approvazione della riforma Cartabia in Consiglio dei ministri e l’archiviazione di quella Bonafede, sulla quale il giustizialismo grillino aveva fondato le sue fortune. È il de profundis per il Movimento Cinque Stelle, che perde definitivamente la faccia, e per Giuseppe Conte, che forse si è già pentito di non essere tornato in università e di essere rimasto in campo a farsi cuocere a fuoco lento dalla nuova maggioranza che sostiene Mario Draghi, Luigi Di Maio compreso.

La riforma promossa dall’attuale ministro della Giustizia, Marta Cartabia, ribalta completamente l’impostazione pentastellata. Alcune innovazioni sono certamente positive. Si sa che i processi penali italiani durano tra i 1.500 e i 2.500 giorni, il che equivale a 4 o 5 volte di più che in Germania, Francia, Spagna. L’obiettivo della riforma Cartabia è ridurre i tempi dei procedimenti almeno del 25%. Attualmente vige la riforma voluta dall’ex Guardasigilli, Alfonso Bonafede, detta “Spazzacorrotti”, che ha abolito la prescrizione dopo il primo grado di giudizio.

La riforma Cartabia non reintroduce la prescrizione ma parla di improcedibilità, cioè tempi fissi oltre i quali il processo non sarà più procedibile e dunque si estinguerà. Dopo due anni dal ricorso in appello e uno dal ricorso in Cassazione, un disonesto avrà la certezza di farla franca e un martire della giustizia potrà cantare vittoria per la fine di un incubo. I termini sono comunque prorogabili di un anno e di sei mesi per reati gravi o processi complessi. Si tratta comunque di tempi molto più brevi anche rispetto alla vecchia prescrizione, quella modificata nel 2005 dalla ex Cirielli, che calcolava i termini in base alla pena massima prevista per ciascun reato. Tuttavia, per i delitti non poteva comunque mai essere inferiore a 6 anni. I tempi della ex Cirielli erano poi stati raddoppiati dalla riforma Orlando.

La demagogia grillina ha fatto gridare all’impunità di fronte alle anticipazioni sul contenuto della riforma Cartabia, ma è stato subito chiarito che essa si applicherà ai reati commessi dall’1 gennaio 2020 in poi, per cui resterebbero comunque fuori i processi in corso come quello per il crollo del ponte Morandi a Genova, nel 2018. Ora i pentastellati provano a placare le ire di una base inferocita e di molti parlamentari disgustati per i continui voltafaccia di Conte, Di Maio, Fico e degli altri leader del Movimento, che hanno praticamente cambiato idea su tutto e ora si accontentano di inserire nella riforma Cartabia il divieto di introdurre improcedibilità o prescrizioni brevi per reati di terrorismo e mafia. Un po’ pochino per una forza politica che urlava “onestà, onestà” e minacciava di aprire il Parlamento come una scatola di tonno e ora si trova a dover combattere per la sua sopravvivenza.

Certo, una parte della magistratura è preoccupata per questa riforma, che rischierebbe di far perdere credibilità alle toghe e di metterle sotto il controllo del Parlamento, che potrà decidere la priorità dei reati da perseguire. Si rischia di passare, quindi, da un eccesso all’altro: da una magistratura onnipotente che ha deciso per decenni il corso della vita politica italiana a una magistratura depotenziata e sotto schiaffo della politica, che in qualche modo potrebbe condizionarne e orientarne l’azione. Si vedrà quali saranno le declinazioni attuative della riforma Cartabia, che tuttavia è già stata bocciata dal Csm con commenti molto critici.

Nel frattempo si è scatenata una polemica dopo un editoriale di Marcello Sorgi, sul quotidiano La Stampa, che due giorni fa paventava il rischio di un regime militare post-Draghi, qualora l’attuale governo durante il semestre bianco dovesse cadere. Per Sorgi, se l’inquilino di Palazzo Chigi cadesse, «Mattarella lo rinvierebbe immediatamente alle Camere, mettendo i partiti di fronte alle loro responsabilità» e la confusione «cesserebbe tutt’insieme». «Ma metti anche che - ha proseguito il giornalista - in un intento suicida gli stessi responsabili delle dimissioni insistessero per mandare a casa il banchiere», a Mattarella «non resterebbe che mettere su un governo elettorale, forse perfino militare, com’è accaduto con il generale Figliuolo per le vaccinazioni. A mali estremi, estremi rimedi. Anche se - ha concluso Sorgi - non è affatto detto che ci si arriverà».

Ci mancava solo lo spettro di un regime militare per rovinare ancora di più le vacanze di milioni di italiani sempre più esasperati e disorientati.

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