• VALORE DA RISCOPRIRE

Sì al merito nell'istruzione. Perché i risultati contano

La polemica innescata dal cambio di nome del Ministero dell'Istruzione, con l'aggiunta del termine "merito", è rivelatrice dell'etica dei suoi critici. Si oppongono al concetto di merito perché vorrebbero valutare i risultati solo in rapporto all'impegno. Invece i risultati contano e in una prova l'insegnante deve valutare in base a quelli.

Merito

Ministero dell’istruzione e del merito. Così si chiama ora il ministero dedicato all’istruzione in Italia. L’aggiunta del termine “merito” ha innescato la solita polemica all’italiana. Proviamo allora a riflettere sul significato di questo termine declinato nella materia dell’istruzione scolastica.

Limitatamente a questo ambito vengono in evidenza due accezioni di “merito”. Per la prima citiamo la definizione fornita dalla Treccani: “il diritto che con le proprie opere o le proprie qualità si è acquisito all’onore, alla stima, alla lode, oppure a una ricompensa (materiale, morale o anche soprannaturale), in relazione e in proporzione al bene compiuto”. La definizione rimanda a quella di giustizia intesa come dare a ciascuno il suo: i buoni si meritano un premio, i malvagi una condanna.

In questa accezione il bene presente in un’azione non è sempre proporzionale all’utilità, ai risultati raggiunti con l’azione stessa. Ci spieghiamo meglio citando il Vangelo di Marco: “E [Gesù] sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere»” (Mc 12, 41-44).

Dal punto di vista dell’utilità, ossia della quantità di valore monetario, i ricchi superano la vedova, ma dal punto di vista del bene fatto, lei è migliore: “ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri”, dice Gesù. Il peso specifico morale di quell’elemosina è superiore a quella fatta dagli altri. Quindi dato che il merito si lega al bene ed è ad esso proporzionale, il gesto della vedova è più meritorio di quello degli altri.  Ma come calcolare la quantità di bene presente in un’azione e quindi il grado di merito insita in esso? E’ molto complicato perché il grado di merito/demerito, ossia il grado di responsabilità nel compiere un’azione dipende da innumerevoli fattori che influenzano la libertà umana: i talenti donati da Dio, l’istruzione e l’educazione ricevuta, gli esempi buoni o cattivi, la situazione concreta in cui si è svolta un’azione, lo stato sociale, etc. Ad esempio Gesù, nel caso delle vedova, indicava il suo stato di povertà. Il grado preciso di responsabilità, ossia di imputabilità di un’azione riferita al suo agente e quindi il grado di merito/demerito, è conosciuto solo da Dio. Da qui il divieto di Gesù di non giudicare per non essere giudicati

Ciò detto a volte è necessario o estremamente utile esprimere un giudizio sulla responsabilità e quindi sul merito o demerito. Pensiamo al giudice di un tribunale (vedasi ad esempio le circostanze attenuanti o aggravanti), all’attribuzione delle onorificenze pubbliche, alla madre che domanda al figlio perché la scorsa notte è tornato a casa così tardi.

Chi ha criticato la parola “merito” inserita nella nuova denominazione del Ministero dell’istruzione fonda la propria censura soprattutto su questa argomentazione: nella valutazione degli studenti occorre tenere in considerazione anche tutte quelle circostanze che possono influire sul rendimento. Così come avrebbe fatto Gesù con la vedova di cui sopra. Ma questo tipo di giudizio non dovrebbe invece entrare nelle valutazioni delle prove orali e scritte degli studenti, per due motivi. Primo perché abbiamo visto che è impossibile individuare tutte le possibili circostanze che influiscono sul merito e sul demerito: si dovrebbe, assai inutilmente, analizzare minuziosamente la biografia di ogni studente per individuare le condizioni che lo hanno aiutato o ostacolato nell’apprendimento. Ma, posto che si riuscisse in tale intento, sarebbe poi impossibile soppesare, ossia valutare quanto ogni accadimento abbia influito in tale apprendimento, il suo grado di incidenza.

In secondo luogo il maestro o il professore non devono tenere conto del merito, in questa precisa accezione, durante la valutazione delle prove scritte e orali perché costoro sono chiamati a valutare non il grado di responsabilità – detto banalmente: “quanto si è impegnato, quante difficoltà o facilità ha avuto nello studiare” – bensì semplicemente il risultato della prova. E qui veniamo alla seconda accezione della parola merito che è quella, così crediamo, scelta dal Ministro Giuseppe Valditara. Merito come qualità, come competenza, come bravura, come capacità ma attualizzate, espresse concretamente, provate nei fatti, non intese come mere potenzialità inespresse. La meritocrazia è questa: valutare a seconda dei risultati ottenuti, i quali attestano le competenze.

Come nella prima accezione il merito non andava sempre di pari passo alle utilità/risultati espressi, anche in questa seconda accezione il merito non sempre è proporzionale ai risultati ottenuti. Pensiamo ad un ragazzo dotato per natura di talenti eccezionali in matematica, che ha una madre che insegna lei stessa matematica e che vive in un ambiente familiare sereno: per lui prendere un voto alto in matematica è sicuramente più facile rispetto ad un compagno non così dotato naturalmente e socialmente. Questo ragazzo  ha meno meriti – intesi secondo la prima accezione di “merito” – di altri, ma a lui spetta un 10 se ha risolto il compito in classe senza un errore. Quel 10 semplicemente attesta la sua bravura, la sua competenza, non quanto è stato virtuoso. Chi è meno dotato sarà meno bravo e quindi è giusto che riceva un 6 o un 4 che attestano la minore competenza. Sarà, per ipotesi, più meritorio agli occhi di Dio perché per prendere quel 6 ha dovuto faticare il doppio del compagno secchione, ma la sua prestazione non per questo dovrà valere 10. Occorre quindi distinguere l’impegno (merito nella prima accezione) dal risultato (merito nella seconda accezione): il docente deve valutare nei compiti in classe e nelle interrogazioni quest’ultimo aspetto.

Dunque il maestro o il professore si devono comportare come il giudice di gara in atletica leggera, che certifica chi ha tagliato per primo il traguardo dei 100 metri, e non come il giudice del tribunale penale che deve tenere in conto, per irrogare la pena, anche delle responsabilità del reo. Al maestro e al professore in sede di valutazione di una prova importano i risultati, gli effetti dello studio, non le cause di questi effetti, al di là del fatto che le circostanze che hanno impedito allo studente di eccellere non siano a lui imputabili. Importa il risultato, non il grado di colpa.

Chi ha criticato Valditara per la questione del merito vorrebbe invece che chi potrebbe al massimo prendere 4 perché vive in condizioni svantaggiate prenda 10 come i più bravi: la scuola dovrebbe dunque coprire questo gap, colmare le lacune sociali e personali, non per rendere tutti più bravi – cosa auspicabile – ma per riconoscere a tutti meriti che non hanno. Ma agire in questa prospettiva sarebbe come far partire un velocista dei 100 metri un poco più avanti degli altri perché meno dotato di natura nella velocità o perché due mesi or sono si era rotto un gamba e quindi non ha potuto allenarsi bene come i restanti avversari. L’egualitarismo che critica il merito vorrebbe portare in alto chi, almeno attualmente, non è capace di arrivarci. Di contro l’uguaglianza e la giustizia predicano che occorre trattare i casi uguali in modo uguale e i casi diversi in modo diverso: e dunque chi è bravo deve essere trattato in modo diverso rispetto a chi non lo è. Pare pleonastico sottolinearlo.

Il merito inteso nella prima accezione deve quindi essere escluso dalle aule scolastiche? No di certo. Esso interessa tutti i momenti – e sono la maggioranza - che non riguardano le verifiche delle competenze. La scuola assolve ad un compito educativo e dunque è imprescindibile nel percorso formativo del ragazzo comprendere da quale ambiente sociale viene, i suoi legami familiari, i suoi talenti e inclinazioni, etc. Tutto questo per aiutarlo a fare sempre meglio. Ma dopo l’aiuto – tutto l’aiuto che è possibile dare –  viene il voto e il voto riguarda il rendimento, ciò che l’alunno sa, le competenze effettivamente acquisite e non le condizioni che hanno influenzato nel bene e nel male la sua prestazione davanti al professore che lo interroga. Queste non devono aver posto nella valutazione.

Un ultimo appunto. Nelle polemiche innescate dalla parola “merito” in ambito scolastico, si è spesso insistito sul ruolo sociale della scuola, soprattutto in riferimento alla latitanza della famiglia. La competenza educativa spetta in primis alla famiglia che può delegarla a terzi. La delega non significa che la famiglia abdica al proprio ruolo educativo e così la scuola diventa lei stessa famiglia. Ciò a dire che alcune lacune formative della famiglia – una di quelle possibili circostanze che influenzano negativamente il merito –  possono solo in parte venire colmate dalla scuola per due motivi. Il primo ha carattere contingente: penuria di risorse. Il secondo riguarda la natura della scuola la quale ha sì un compito educativo, ma di minore spessore rispetto alla famiglia. Ad esempio, sulla carta, chi meglio dei genitori conosce i propri figli? Dunque laddove la famiglia non offre condizioni ottimali per l’apprendimento dei figli, la scuola può e deve sì intervenire, ma nella consapevolezza che la sue competenze in ambito educativo sono meno vaste e profonde di quelle della famiglia. E quindi – tenuto fermo il ruolo sussidiario della scuola – è prioritario curare le deficienze e inerzie della famiglia e non aspettare che sia un altro ente che la sostituisca in tutto e per tutto perché chiederemmo alla scuola di svolgere un ruolo che non le è proprio.

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