Seveso 50 anni dopo, un disastro tra ideologia e disinformazione
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Questo 10 luglio ricorrono cinquant’anni dalla dispersione di una nube di diossina nel cielo della Brianza, tra Seveso e Meda. Un disastro che scatenò una campagna allarmistica, cavalcata in primis dai sostenitori dell’aborto. Ma ci fu anche un popolo, cattolico, testimone di speranza e verità.
Cinquant’anni fa, il 10 luglio 1976, una nube tossica si sprigiona nel cielo della Brianza, precisamente tra Seveso e Meda. L’incidente avviene a causa di una reazione incontrollata all’Icmesa (gruppo La Roche), specializzata in prodotti intermedi per l’industria cosmetica e farmaceutica.
La popolazione più vicina alla fabbrica si trova subito in una situazione surreale: muoiono gli animali, le foglie delle piante ingialliscono e avvizziscono, i bambini cominciano ad avere strani segni sulla pelle, dovuti alla soda caustica presente nella nube. Si vedono le conseguenze ma non si sa nulla della causa, tant’è che l’Icmesa continua a essere aperta. Al massimo arrivano i vigili urbani, allertati dal sindaco Francesco Rocca, che sconsigliano di mangiare i prodotti dell’orto.
Il primo articolo esce una settimana dopo l’incidente, il 17 luglio su Il Giorno, firmato dal cronista Mario Galimberti. Per sapere cosa contiene la nube bisogna attendere il 21 luglio, quando i laboratori svizzeri de La Roche comunicano la presenza di diossina. Una sostanza tossica di cui si sapeva pochissimo, considerata “parente” di un defoliante utilizzato nella guerra del Vietnam. Erano noti solo gli effetti devastanti sugli animali, e in alcune specie si conoscevano le alterazioni nello sviluppo del feto. Ma niente di più. Intanto, le autorità sono al lavoro giorno e notte per capire come affrontare al meglio la situazione. La zona A, la più contaminata, viene sfollata tra il 26 luglio e il 2 agosto: sono coinvolte circa 800 persone, costrette a lasciare le proprie case e ad andare in due hotel nel milanese, dove rimarranno per oltre un anno. La zona B ha una contaminazione intermedia e 5.000 abitanti devono attenersi a rigide prescrizioni. Infine, si individua la zona R (oltre 30.000 persone) con livelli più bassi ma comunque superiori alla norma.
Una campagna mediatica a senso unico
La presenza di diossina scatena una campagna allarmistica e sensazionalistica. Il Corriere della Sera titola il 21 luglio a caratteri cubitali: La nube di veleno avanza su Milano. Nel sommario del pezzo si legge: «In pochi giorni il micidiale gas ha fatto 4 Km». Affermazione evidentemente assurda perché il gas si era depositato nel terreno. L’Europeo non va molto per il sottile: Può essere peggio di Hiroshima. Un altro settimanale, Epoca, scrive a tutta pagina: Peste chimica: i giorni del terrore.
L’elenco potrebbe continuare a lungo: titoli altisonanti e ricostruzioni parziali da parte di giornalisti che a Seveso non ci avevano messo piede, se non per porre il tema dell’aborto in cima all’agenda politica. «Qui sono venuti finora più giornalisti che donne», leggiamo sull’Europeo del 24 agosto 1976, in un reportage che raccoglie testimonianze all’ingresso del consultorio allestito in paese.
Ricordiamo che nel ’76 non esisteva una legge sull’interruzione di gravidanza e i presunti effetti della diossina vennero ampiamente cavalcati. Gli articoli sul “mostro in pancia” sono innumerevoli, ma il più apodittico è quello di Nicola Adelfi, su La Stampa del 2 agosto: «Il problema delle donne incinte di Seveso deve essere visto come un problema sociale. In altre parole, spetta alla società con i suoi organi rappresentativi prendere una decisione. E questa non può essere che una sola: l’aborto. […] Un provvedimento legislativo, per il suo carattere coattivo, cancellerebbe ogni resistenza affettiva, ogni scrupolo morale o di natura religiosa nelle persone interessate».
“La vita continua”: il realismo della Chiesa
Fin qui la realtà raccontata dai giornali. Ma poi ce n’è un’altra: una realtà che vede il mondo cattolico protagonista dopo l’omelia del cardinale Giovanni Colombo, il 1° agosto 1976: «Non lasciatevi prendere dalla paura. Diffondete la speranza. Non credete a tutte le voci allarmistiche, spesso incontrollate, spesso manipolate con intendimenti interessati e faziosi. L’Eucaristia che celebriamo e di cui ci nutriamo ci fa tutti fratelli e come tali dobbiamo comportarci, non solo a parole ma anche a fatti. Ciascuno si impegni a fare tutto quello che può per aiutare chi è nel bisogno. Le nostre comunità cristiane diano testimonianza operosa di fraternità». L’arcivescovo di Milano rilancia tre parole chiave: realismo, speranza e fraternità.
E così, un popolo formato da Comunione e Liberazione, Azione Cattolica e parrocchie si mette all’opera: apre l’Ufficio decanale di assistenza e coordinamento (Udac), diretto dal medico Ambrogio Bertoglio, per aiutare i più bisognosi, sostenere moralmente ed economicamente gli sfollati, organizzare centri diurni per far giocare i bambini che andavano allontanati. L’Udac stampa il periodico Solidarietà in circa 50 mila co
pie, facendo un po’ di sana contro-informazione, e diffonde in Brianza e poi in tutta Italia il manifesto “La vita continua”. E il 12 settembre 1976 la Diocesi indice presso il Seminario di San Pietro Martire una giornata di preghiera e offerte. Partecipano circa 5 mila persone, ma non uscirà una riga sulla stampa mainstream, sempre a proposito di informazione corretta.
Quanto alla questione dell’aborto, la vicenda di Seveso è stata il grimaldello per approvare la legge 194 del 1978. Ma non viene quasi mai ricordato che la stragrande maggioranza delle donne incinte dell’area contaminata ha detto sì alla vita. E i loro figli sono nati sani. Non solo: le analisi sui feti abortiti (circa 30) non hanno mostrato segni di malformazioni.
Come ricorda il prof. Paolo Mocarelli, tra i massimi esperti di diossina, l’effetto più evidente è la cloracne, una malattia della pelle. Gli studi epidemiologici hanno monitorato la popolazione esposta, rilevando un incremento percentuale di rari tumori del sangue, come leucemie e linfomi.
Ma cosa c’è oggi al posto dell’Icmesa? Dopo un’accurata bonifica, a metà anni Ottanta è stato creato un grande parco di 43 ettari, il Bosco delle Querce. Una risposta all’insegna della bellezza che testimonia una nuova consapevolezza del rapporto tra uomo e ambiente. E c’è un altro frutto, a mio avviso ancora più importante, di questa storia: la rinascita di un popolo che, grazie alla fede, è riuscito a far fronte all’emergenza senza cedere alla disperazione.
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Federico Robbe ha conseguito il dottorato di ricerca in storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano. È autore di diversi libri, tra cui Seveso 1976. Oltre la diossina (Itaca 2016)
