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Il problema

Se Vatican News sdogana la fecondazione artificiale

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In un articolo del 21 luglio l’organo del Dicastero per la Comunicazione sottolinea alcune problematiche che l’IA pone rispetto alla fecondazione in vitro, ma di fatto presenta la Fivet in sé come normale. Un’operazione preoccupante, in contrasto con il magistero della Chiesa.

Editoriali 23_07_2026

A Vatican News c’è qualcuno che non tiene in gran conto il Catechismo. L’ultimo esempio in tal senso riguarda la fecondazione artificiale, che in un articolo di due giorni fa (21 luglio 2026) viene implicitamente ma allo stesso tempo chiaramente sdoganata come cosa normale. Già il titolo è rivelatore dell’operazione di fondo: Procreazione assistita, il ruolo dell’IA divide la bioetica. Lo spunto per l’articolo è il lancio di Aura, «il primo laboratorio di fecondazione in vitro interamente automatizzato» che dal prossimo anno sarà operativo negli Stati Uniti e che pare destinato a radicarsi in altre parti del mondo.

L’articolo sottolinea alcune problematiche che l’intelligenza artificiale pone rispetto alla eufemisticamente detta “procreazione medicalmente assistita” (PMA) e in particolare paventa il fatto che la tecnologia sostituisca del tutto gli uomini, cioè i medici che agiscono nel campo della medicina riproduttiva. A sostegno di questa preoccupazione l’autore dell’articolo, Davide Dionisi, riporta le dichiarazioni della bioeticista Laura Palazzani, membro ordinario della Pontificia Accademia per la Vita (PAV).

Peccato che qui l’IA sia un diversivo rispetto al problema a monte. Quale? Vatican News non esplicita che la fecondazione artificiale è – come insegna il magistero della Chiesa – moralmente inaccettabile. Piuttosto, l’articolo lascia pensare che la fecondazione in vitro sia in sé buona. Si veda ad esempio questa argomentazione della Palazzani: «Il cambiamento bioetico consiste nel passaggio dalla tecnologia come strumento alla tecnologia come agente operativo, fisico e decisionale. La generazione umana rischia così di essere interpretata come una sequenza di procedure da ottimizzare. Ma nella procreazione sono coinvolti la sofferenza per l’infertilità, il corpo della donna, la relazione della coppia, la responsabilità genitoriale, la condizione dell’embrione e il bene del futuro nato. La tecnica può sostenere il percorso clinico, non sostituire la relazione, il discernimento e la responsabilità del medico. Restano quindi indispensabili informazione, consulenza e accompagnamento umano in ogni fase». Dunque, per la Palazzani è indispensabile l’accompagnamento del medico in ogni fase della PMA, che comprende – per citare alcuni dei passaggi ricordati dalla stessa bioeticista – «prelievo e trattamento dei gameti, fecondazione in vitro, coltura e trasferimento degli embrioni».

Ora, è evidente che tutto questo riduce la generazione umana proprio a quel «processo tecnico di produzione e selezione» che Vatican News critica in relazione all’IA. Il che è come dire: se questo processo di produzione e selezione degli embrioni è fatto da medici in carne e ossa, va bene... Infatti, nel mezzo alle dichiarazioni della Palazzani, leggiamo questa chiosa: «Esiste dunque un rischio bioetico specifico quando è un algoritmo, e non più soltanto l’embriologo, a valutare e selezionare gli embrioni da trasferire». Ma il problema non è che gli algoritmi tolgano il lavoro agli embriologi impegnati nella PMA, bensì la pratica stessa della PMA e gli embriologi che la favoriscono.

Bisogna arrivare all’ultimo paragrafo dell’articolo per trovare espresso, dietro domanda, questo principio cattolico: «La prospettiva personalista – spiega la Palazzani – riconosce la dignità della vita umana fin dal suo inizio. L’embrione non è un prodotto del laboratorio né un semplice oggetto di classificazione, ma una vita umana fragile, affidata alla responsabilità di altri e meritevole di tutela». Subito dopo, sempre a proposito dell’automazione della fecondazione artificiale, la bioeticista aggiunge che il rischio è che «il figlio venga percepito come il risultato atteso di un processo produttivo, sottoposto a criteri di efficienza, selezione e controllo. Una visione autenticamente umana della generazione riconosce invece il figlio come dono (...)». Parole, queste ultime, senz’altro vere, ma rimane il nodo indicato sopra: il problema per Vatican News è qui solo l’automazione assoluta attraverso l’IA, l’esclusione del medico, mentre la fecondazione in vitro in sé è di fatto normalizzata.

Ma la normalizzazione della PMA è in aperto contrasto con l’insegnamento della Chiesa. Dall’istruzione Donum Vitae (1987) alla Dignitas Personae (2008), passando per il Catechismo (vedi numeri 2376-2378), è evidente la condanna che la Chiesa fa delle tecniche di fecondazione in vitro, sia di quelle di tipo eterologo (con gameti esterni alla coppia) sia di quelle di tipo omologo. Se la fecondazione artificiale eterologa implica, tra le altre aggravanti, il fatto che «lede i diritti del figlio, lo priva della relazione filiale con le sue origini parentali e può ostacolare la maturazione della sua identità personale» (Donum Vitae, parte II, A, risposta al quesito 2), in quanto lo progetta orfano di almeno uno dei genitori, va anche ricordato che nemmeno la fecondazione artificiale omologa è moralmente lecita.

Pure in questo secondo caso viene disgiunto l’atto unitivo da quello procreativo, si svilisce la dignità del matrimonio e del figlio come frutto della reciproca donazione tra gli sposi. «La FIVET omologa – chiarisce ancora la Donum Vitae (parte II, B, risposta al quesito 5) – è attuata al di fuori del corpo dei coniugi mediante gesti di terze persone [...]; essa affida la vita e l'identità dell'embrione al potere dei medici e dei biologi e instaura un dominio della tecnica sull'origine e sul destino della persona umana». Inoltre, entrambi i tipi di fecondazione artificiale comportano il congelamento e il sacrificio di innumerevoli embrioni, cioè persone, con un’anima immortale, ridotte a mezzi. Siamo all'opposto del figlio come dono di Dio.

In breve, non è possibile parlare di dignità della vita umana e contemporaneamente normalizzare la fecondazione artificiale. Già in passato Laura Palazzani aveva fatto discutere per un’altra intervista su Vatican News: allora, era il 2019, giustificava l’uso della triptorelina, seppur «in casi molto circoscritti», per bloccare o ritardare la pubertà. Ora, il problema non è tanto la singola opinione personale, ma il fatto che la si presenti su un organo di stampa che dipende dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede e per voce di un membro della PAV, come appunto la Palazzani. Il risultato, ovvio, è quello di confondere le menti su quello che è il reale insegnamento della Chiesa. Qualcuno dovrebbe spiegare dove si vuole andare a parare con operazioni del genere.



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