• PARADOSSI LGBT

Se una coppia gay chiede il bonus bebè dopo l’utero in affitto

Due gay “sposati” in Francia volano negli Usa e tornano in patria con un bambino ottenuto da maternità surrogata. Costo: 130 mila euro. Chiedono poi il bonus bebè che nel Paese transalpino è pari a meno di 950 euro. Ma gli viene negato da un’agenzia pubblica perché privi del necessario certificato di gravidanza. Loro fanno causa, ma dovrebbero prendersela con le leggi di madre natura.

La realtà è una cosa seria. Se decidi di non rispettare la realtà spesso l’esito può essere surreale - l’aggettivo è quanto mai appropriato - e quindi comico. Nel caso di vicende legate al mondo Lgbt il comico diventa non di rado tragicomico.

Apriamo Le Figaro e leggiamo la storia di Bruno e Romain, coppia gay “sposata” in Francia. I due volano negli Usa e tramite maternità surrogata tornano in patria con un bambino, perché all’ombra della Torre Eiffel l’utero in affitto è pratica vietata, ma non sanzionabile se svolta all’estero (come in Italia). Costo dell’operazione: 130 mila euro. Il figlio viene riconosciuto anche in Francia.

In quel Paese esiste la Caisse d’Allocation Familiale (Caf), un organismo pubblico preposto per l’aiuto alle famiglie bisognose. Bruno e Romain, forse a corto di quattrini dato che ne hanno speso 130 mila per acquistarsi il bambino, chiedono alla Caf dell’Alto Reno il bonus bebè pari a 948,27 euro, concesso per la nascita di ogni figlio. La Caf, come è previsto dalla legge, ha chiesto alla coppia di produrre il certificato di avvenuta gravidanza. Il duo ha così replicato: «Richiedere un certificato di gravidanza a due maschi è offensivo. Ci obbliga a parlare della nostra omosessualità, che è qualcosa che non vorremmo esporre». Controreplica nostra: è la realtà ad offendervi, non la Caf, ed è l’utero in affitto ad offenderci. Se non volevate essere offesi, non dovevate chiedere il bonus. Non si capisce poi perché parlare in modo ossessivo dell’omosessualità dalla mattina alla sera per 365 giorni all’anno è un diritto e poi quando torna comodo diventa disdicevole.

La coppia, orfana di cotanta gravidanza, ha pensato bene poi di far causa alla Caf che è come far causa a madre natura che ha inventato la gravidanza però ha escluso i maschi (sia etero che gay). La Caf, con ammirevole aplomb non inglese ma francese, ha ribattuto: «La Caf rispetta ciascuna e ciascuno, in tutte le situazioni di famiglia e genitorialità. Ma le regole attuali che valgono per tutti ci impongono di richiedere il certificato». La coppia ha continuato sulla sua strada: «Così si lede la nostra dignità: vogliamo soltanto essere una famiglia come le altre. Qui è in gioco l’interesse del bambino».

Ma una coppia omosessuale non è “famiglia”, e, anche volendo far finta che lo sia, non può essere come una coppia formata da un uomo e una donna perché, limitandoci al punto scriminante di questa vicenda, la donna può partorire e produrre il relativo certificato. Se poi vogliamo parlare dell’interesse del bambino, era suo interesse non essere strappato dalle mani della madre biologica. Purtroppo per la coppia il certificato della madre gestante che ha affittato l’utero non è producibile perché le norme dello Stato degli Usa in cui si sono recati i due prevedono la cancellazione di ogni traccia della gestante. Un caposaldo, tra l’altro, delle battaglie Lgbt.

La storia di Bruno e Romain è una delle tante vicende del mondo arcobaleno che ci illustrano il tentativo di scrivere storto sulle righe dritte tracciate dalla natura.

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