• ANTISPECISMO

Se “offendere” i polli un giorno diventerà reato

Due accademici hanno pubblicato una riflessione sull’Oxford Journal of Legal Studies, ponendo la domanda: «Dovremmo proteggere gli animali dall’incitamento all’odio?». La loro risposta è sì, e si basa sulla falsa idea che l’uomo sia un “animale umano”. E la ragione non conta? Così anche modi di dire come «avere il cervello di una gallina» potrebbero un giorno essere banditi.

«Avere il cervello di una gallina», «esser fastidiosi come una zanzara», «ignoranti come una capra». Sono tutti modi di dire che, prossimamente, potrebbero essere messi al bando; ma non a tutela delle persone bersaglio di tali espressioni - che possono offendere, ma non son certo il peggio che si possa sentire oggi -, bensì di galline, zanzare e capre.

Non è uno scherzo, attenzione, ma la logica conseguenza di un dibattito surreale finché si vuole ma già aperto in seno al mondo accademico più esclusivo. Lo prova Should We Protect Animals from Hate Speech?, «Dovremmo proteggere gli animali dall’incitamento all’odio?», intervento il cui titolo potrebbe far pensare ad una rivista satirica o alla battuta di qualche personaggio imitato da Maurizio Crozza. Invece no, si tratta del dilemma posto davvero da Josh Milburn e Alasdair Cochrane, due accademici dell’Università di Sheffield, in Inghilterra, i quali non si sono accontentati di confrontarsi con un quesito assai singolare, ma hanno condiviso le loro riflessioni in proposito sulle pagine dell’Oxford Journal of Legal Studies, rivista giuridica edita dalla Oxford University Press per conto della Facoltà di Giurisprudenza della stessa Università di Oxford.

Manco a dirlo, i due studiosi, misuratisi con questo già originalissimo dubbio, sono pervenuti ad una conclusione ancora più spiazzante, e cioè che sì, è giunta l’ora di proteggere anche gli animali dall’odio. «Le leggi contro l’incitamento all’odio proteggono i membri di determinati gruppi umani», scrivono infatti Milburn e Cochrane, osservando che tali norme «tuttavia, non offrono protezione agli animali non umani». Ma questo è ingiusto, proseguono i due, dato che secondo loro «non vi è alcuna ragione di principio per sostenere la censura del discorso di odio razzista ma non la censura del discorso di odio specista».

Ma com’è possibile offendere gli animali nella misura in cui essi neppure sono consapevoli d’essere offesi? A questa, che è la prima obiezione - anche se non certo l’unica - alla tesi in questione, i due studiosi hanno già pensato, ribattendo fin d’ora che «sarebbe bizzarro e poco pratico affermare che le parole che feriscono debbono essere censurate solo se effettivamente feriscono». Anche perché se così fosse, viene aggiunto, «anche i casi più eclatanti di incitamento all’odio dovrebbero essere consentiti se, per qualsiasi motivo, nessuno fosse ferito da quanto detto». Ora, se quest’ultimo pensiero ha una sua logica - l’incitamento all’odio verso gli ebrei, per fare un esempio, è ovviamente da condannarsi anche se, là dove esso viene esplicitato, non sono presenti persone di fede ebraica -, è in realtà già la premessa all’intera tesi ad essere traballante. Nello specifico, allorquando Milburn e Cochrane si riferiscono agli animali come «agli animali non umani», stanno tra le righe dicendo una cosa enorme, e cioè che l’uomo è solo un «animale umano». Ma questo non è vero.

Gli esseri umani sono anzitutto persone, collocandosi quindi ontologicamente su un piano - altro e superiore - rispetto a tutto il resto del Creato. Questo ce lo insegna la Bibbia, ma è una lezione che pure i non credenti possono far serenamente loro, nella misura in cui riflettono sul fatto che solo l’uomo possiede la ragione. Non a caso, solo dall’agire umano è derivata la civiltà in tutte le sue forme più elevate, da quella artistica e letteraria - si pensi alla Cappella Sistina o alla Divina Commedia - a quella più propriamente sociale, col riconoscimento, eredità anzitutto di riflessioni prima teologiche e in particolare cristiane e poi filosofiche, dell’esistenza di diritti fondamentali universali, che appartengono all’essere umano a prescindere da sesso, credo e convincimenti individuali.

Tutte cose, queste, che gli animali non solo non comprendono, ma non possono neppure pensare; il che ci spiega perché la tesi di Milburn e Cochrane sia falsa, anche se risulta comunque istruttiva sotto un aspetto: le degenerazioni cui può condurre una lotta ai «discorsi d’odio» che, a parole nata per contrastare l’intolleranza, nei fatti sta progressivamente finendo per avversare il raziocinio.

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