• L'EDITORIALE

Se il lavavetri usa il cellulare

La virtù cristiana del realismo impone, nel rispondere al comandamento evangelico della carità, di aiutare chi ha davvero bisogno e non il racket di chi sfrutta i poveri.



L’altro giorno ero fermo, in auto, a un incrocio affollato di Milano e ho visto questa scena: uno dei lavavetri, quelli pronti a scattare per pulirti il parabrezza che tu lo voglia o no, si era concesso una pausa e stava appoggiato al semaforo parlando tranquillamente al cellulare. Dapprima non ci ho fatto caso.

Cosa c’è di più normale della gente che parla al telefono per strada? Per non dire degli auricolari bluetooth, che hanno riempito le nostre città di persone che sembrano parlare da sole e magari gesticolano platealmente come matti… Poi, riflettendoci un istante, c’era in quella scena qualcosa di stridente. Il lavavetri all’angolo della strada appartiene – o dovrebbe appartenere – alla categoria dei “poveri”, di chi non ha un lavoro dignitoso, di chi non sa se porterà la pagnotta a casa la sera.

Ecco che cosa c’era di stridente: non mi aspettavo che il lavavetri potesse permettersi il telefono cellulare. D’accordo, oggi esistono telefoni che costano nulla, e piani tariffari economici. Ciò non toglie che se puoi permetterti il cellulare, significa che non stai lavorando per sopravvivere. La scena mi ha fatto tornare in mente quanto sia importante, nel rispondere al comandamento evangelico della carità e della condivisione con chi è nel bisogno, conoscere coloro che si intende aiutare. Quanto sia importante sostenere persone o associazioni (ricordiamoci sempre la straordinaria presenza sul territorio costituita dalle parrocchie) che aiutano i poveri e intervengono con cognizione di causa nelle purtroppo crescenti situazioni di disagio.

Non posso dimenticare la frase pronunciata da Giovanni Paolo I – il quale da bambino, al tempo della Grande Guerra, aveva conosciuto povertà e fame – nel corso dell’udienza generale del 27 settembre 1978. «Tutti ricordiamo – disse Luciani – le grandi parole del papa Paolo VI: “I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza. La Chiesa trasale davanti a questo grido di angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello” (Populorum progressio, 3). A questo punto alla carità si aggiunge la giustizia, perché – dice ancora Paolo VI – “la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario”. Di conseguenza “ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile”. Alla luce di queste forti espressioni si vede quanto – individui e popoli – siamo ancora distanti dall’amare gli altri “come noi stessi”, che è comando di Gesù».

Oggi, molto più che trent’anni fa, quei “popoli della fame” sono tra di noi. E ci interpellano. La grande virtù cristiana del realismo ci impone di cercare di aiutare chi ha davvero bisogno e non il racket di chi sfrutta i poveri. Con ciò, ovviamente, non intendo dire che dobbiamo sempre prima conoscere chi aiutiamo e certamente non possiamo pretendere la dichiarazione dei redditi di chi ci sta tendendo la mano. Ma il problema esiste.

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