• IL CASO

Scuola, non è un problema di soldi ma di sistema

Burocrazia e corporativismi sindacali fanno sì che oggi il 97,4% dei fondi destinati alla scuola vadano per "costi di personale". Non così negli altri paesi europei, che si sono mossi per rivedere in profondità sistemi scolastici datati.

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«Il ministero taglia le cattedre, mentre gli alunni aumentano», scriveva ItaliaOggi nei giorni scorsi. E gli faceva eco il Secolo d’Italia che domandava provocatoriamente: «Aumentano gli alunni, diminuiscono i docenti: dov'è la svolta promessa dal Centrosinistra?» Già, dov’è la svolta? E, a questo proposito, quale doveva essere la svolta “promessa” dal centrosinistra? 

Forse una sostanziosa assunzione di docenti di ogni ordine e grado, per la gioia dei nostri inossidabili sindacati, contestualmente a una significativa diminuzione del numero di alunni per classe. E poi, sicuramente, risorse economiche in abbondanza per  il funzionamento delle attività, per la ristrutturazione degli edifici scolastici, per ampliare l’offerta formativa delle scuole, per nuove tecnologie e innovazioni a go-go, e chissà cos’altro ancora….. Tutte cose belle; e sacrosante vorremmo dire. 

Quello che però non si vuole dire, o forse non si è capito (ma occorre proprio fare uno sforzo per non arrivarci…) è che chiunque vada al governo, destra o sinistra, promesse o non promesse, non potrà che fare ciò che le magre risorse disponibili gli consentono: poco o nulla, cioè. Non c’è “trippa per gatti” si dice, ed è vero. Inutile promettere quello che non si può mantenere. 

Meglio sarebbe, con molto realismo e lungimiranza, approfittare della crisi per mettere finalmente mano ad una significativa rivisitazione del nostro sistema scolastico, andando ad alleggerire la pachidermica e inefficiente macchina mangiasoldi che è la scuola statale. Non dimentichiamo che il problema della scuola italiana non è innanzitutto un problema di spesa, ma di utilizzo delle risorse per un sistema che fa acqua da tutte le parti. 

Fino alla secondaria, infatti, spendiamo addirittura più della media Ocse, più della Francia e più della Germania (dati Ocse); tuttavia, su un budget di € 40.253.709.110 stanziato dal Miur per l’anno 2013, ben 39.225.447.063 (pari al 97,4%!) sono “costi di personale” (Budget dello Stato per il triennio 2013-2015, MEF, Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato). Poco o nulla resta per…. tutto il resto. L’impressione finale è che si sia costruito un sistema funzionale alla creazione di posti (molti posti….) sottopagati più che alla qualità dell’insegnamento, cioè al bene dell’alunno.

Che fare per migliorare questa situazione e – quantomeno - allinearci progressivamente agli standard degli altri paesi europei? Semplice, fare come loro.

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Molti Paesi europei, infatti, hanno incominciato da tempo, sin dalla fine degli anni '80, a muoversi sulla strada di una revisione profonda dei sistemi educativi otto-novecenteschi: Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, i Paesi dell'Est, in particolare la Polonia, i Paesi scandinavi, la Finlandia. La ragione fondamentale è che questi Paesi dispongono di sistemi politici e di governi in grado di prendere decisioni. Perciò hanno incominciato a fare riforme che favoriscono la decentralizzazione dei sistemi, la libertà di scelta dei genitori, la valutazione esterna, le carriere degli insegnanti, la definizione di curricula nazionali agili e essenziali, la formazione professionale.

Da noi invece, si è continuato a litigare, e si è perso tempo (e non solo quello). Ancora oggi persiste una forte resistenza dall'interno delle scuole e di larghi settori di opinione pubblica, cui i mass-media danno espressione e linee-guida. Si tratta di una resistenza culturale, ispirata al "pensiero unico" gentiliano e statalista, attestato sul centralismo, sull'egualitarismo burocratico, sulla conservazione sindacale del numero di materie e di cattedre, sul principio di anzianità per gli insegnanti. Secondo questo pensiero non è la famiglia la protagonista principale dell'educazione, è lo Stato. Ogni riduzione del numero abnorme di ore, materie, cattedre, giorni e anni è stato considerato "privatizzazione familistica del curriculum" (On. Fioroni, Commissione istruzione della Camera, 29 giugno 2006).

Quindi? Alcune proposte, fondate – tra l’altro - su norme già approvate ma non attuate completamente: 

-autonomia (e responsabilità) reale delle scuole,  come introdotto dalla L.59/97, fino alla possibilità di arruolamento del corpo docente;

-varo di un sistema funzionale di valutazione su scala nazionale e territoriale delle scuole;

-effettiva parità scolastica e libertà di educazione per le famiglie, in un sistema paritario –come da L. 62/2000- in cui le scuole statali sono affiancate dalle scuole non statali a parità reale di condizioni;

-valorizzazione della formazione professionale e superamento di una concezione che vede nella scuola l’unica agenzia educativa e nella liceizzazione la soluzione per incrementare il livello del capitale umano del paese.

La strada, se lo vogliamo, è già tracciata. E se proprio non la si vuole percorrere, almeno ci sia risparmiato il rumore di vesti stracciate per il sistema che non funziona….

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Alle elementari, il rapporto studenti/docenti italiano è il più basso in assoluto, insieme a Polonia ed Ungheria. Alle medie il rapporto italiano è superiore solo a quello belga e portoghese. Invece il rapporto alle superiori, pur basso, non è molto distante dalla media Ocse. Si noti come la Finlandia non si caratterizzi per un numero di studenti per docente particolarmente basso: i suoi ottimi risultati educativi non dipendono dall'affollamento di professori.