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Scrivono di scuola, ma solo per infangare i cattolici

La rivista MicroMega, organo militante della sinistra intellettuale e anticlericale, dedica il suo ultimo numero alla scuola italiana. Il titolo: "Un’altra scuola è possibile: laica, repubblicana, egualitaria, di eccellenza”. Più dogmatici di così. Ma tutto è solo un pretesto per accusare la Chiesa e i cattolici.

Il nuovo numero della rivista MicroMega

Ultimo numero di MicroMega dedicato al mondo della scuola: “Un’altra scuola è possibile: laica, repubblicana, egualitaria, di eccellenza”. Luci ed ombre in questo volume che raccoglie i saggi di un ventina di autori. Partiamo dalle luci, spigolando qua e là. Michela Mayer e Giorgio Parisi insistono che l’educazione scientifica non debba basarsi solo su nozioni, ma deve tendere a «interiorizzare un modello concretamente praticato» al fine di usare questo modello divenuto ormai personale in ogni futura situazione. Giovanni Fornero, con la collaborazione di Giancarlo Burghi, ci spiega che «la filosofia non è un lusso, ma una necessità delle mente umana». Solo che i più, aggiungiamo noi, filosofano inconsapevolmente e in modo non rigoroso e invece il pensare ha le sue che leggi che occorre rispettare per arrivare a conclusioni razionali e logiche: occorre quindi “apprendere a pensare”. I filosofi offrono allora tesi (si spera) ragionate alle domande che ogni giovane si pone. Lo scopo delle didattica, perciò, potrebbe essere quello di legare la personale filosofia del giovane studente a quella dei “professionisti del pensiero”. Nicola Piovani poi suggerisce che il primo passo dell’educazione musicale è l’abitudine all’ascolto e stesso suggerimento arriva da Lugi Miraglia che in merito al latino indica come strada per insegnarlo non solo quella che passa dalla traduzione dei testi ma anche quella che privilegia la lettura, la scrittura e l’espressione verbale.

Passiamo alle ombre, che non sono poche. Sorvoliamo sul contributo di Telmo Pievani, “Darwin sin da piccoli”, che mira a far crescere tra i banchi di scuola piccoli balilla dell’evoluzionismo e concentriamo la nostra attenzione sul tema, richiamato dal titolo di questo numero, del laicismo. Nell’editoriale “Ai lettori” si legge che una certa etica repubblicana dovrebbe essere il dna di ogni vero didatta. Poi ecco la domanda: «Ma in che cosa consiste l’ethos repubblicano? Qual è insomma la morale della democrazia? Non ovviamente un insieme di regole morali proprie di un gruppo o di una chiesa, anche se spacciate come ‘naturali’. Sarebbe sopraffazione non democrazia. La morale della democrazia può essere solo quel minimo di valori senza i quali anche il minimo di democrazia – una testa, un voto – diventa aleatorio». Siamo nel pieno del democraticismo: è giusto ciò che indica la maggioranza. Il valore viene indicato matematicamente da quante teste votanti superano il 50% dei consensi, poco importa poi che le teste siano bacate. Né più né meno che Rousseau. Roba vecchia insomma che sa di stantio anche per quelli di Repubblica e de La Stampa.

Proseguiamo: «Nella discussione pubblica questo significa ateismo: l’argomento-Dio non può avere cittadinanza nel dia-logos tra cittadini, perché i non credenti ne sarebbero esclusi (e fra i credenti, ‘quale Dio’ sia quello vero, inquinerebbe la sfera pubblica di diatribe teologiche)». Qualche pensierino poco eticamente repubblicano. Se parli di Dio escludi i non credenti (ma questi non potrebbero partecipare alla discussione dicendo che Dio non esiste?), ma per logica inversa se non parli di Dio escludi i credenti. Corretto? In secondo luogo la religione cristiana che rimane la radice della cultura europea viene estromessa dalla dialettica democratica. Curiosa dialettica poi questa proposta da MicroMega: una dialettica che non è aperta a tutti gli apporti, a tutti gli interlocutori, ma che invece discrimina, fa selezione all’ingresso: una dialettica aperta alle differenze solo quando queste sono uguali alle idee della redazione di MicroMega. Quest’ultima alla fine, forse senza che se ne accorga, celebra la religione civile del laicismo che viene definito come «ethos repubblicano, laico, egualitario, logico-illuminista, intransigente di legalità e giustizia e libertà». Una vera e propria religione dato che è dogmatica perché esclude dal proprio orizzonte tutto ciò che sa di metafisica, in primis Dio e i credenti. Ma questi due ultimi soggetti sono ancor abbastanza presenti nelle coscienze di molti e dunque ci si lamenta che «siamo in un pantano di ‘valori’ che spesso ha tanfo di sanfedismo e comunque tollera il fascismo». Se la fede puzza per Micromega, questo passaggio odora di muffa perché abbinare fede e fascismo era un vecchissimo cliché dei partigiani comunisti.

Davvero totalitaria, infine, questa democrazia che impone addirittura ai credenti di tacere su questioni teologiche perché «inquinerebbe la sfera pubblici di diatribe teologiche». Ma quelli di Micromega non erano aperti al dia-logos? Adele Orioli nel suo contributo – “Il Vaticano e la scuola: ‘cosa nostra’” - poi si omologa perfettamente a queste “linee guida” indicate nell’editoriale. Nel sottotitolo leggiamo una summa del pensiero laico antagonista quasi dal sapore risorgimentale: «Tante e di vario tipo sono le forme che assume l’ingerenza clericale nella scuola pubblica italiana, anche prescindendo dalla questione principale, quella dell’ora di religione», che è facoltativa – aggiungiamo noi – e prevista da accordi bilaterali Stato-Chiesa che trovano il loro fondamento nella Costituzione, quel testo “sacro” per i micromegani che si tira fuori dal cassetto solo quando fa comodo. Ecco poi le “ingerenze vaticane”: «dal crocifisso che campeggia nella maggior parte delle aule scolastiche» – confermato da legge democratica e repubblicana – «alle messe e preghiere durante l’orario di lezione, passando per le visite pastorali e le gite di intere scolaresche presso famosi santuari, l’elenco è lungo e lascia l’amaro in bocca a coloro che hanno a cuore il principio della laicità delle istituzioni repubblicane». 

La guerra di religione ingaggiata da Micromega trova altri due generali di brigata pronti a cannoneggiare contro Santa Romana Chiesa. Marina Boscaino con l’articolo “Senza oneri per lo Stato: la beffa (la scuola pubblica o è statale o non è)” e Valerio Gigante con il suo “Nominati dal vescovo, pagati dallo Stato. Ovvero l’ora di religione cattolica”. Deleghiamo a volenterosi la lettura di queste pagine. Noi ci limitiamo a registrare che il fenomeno del giapponese nella giungla intento a far guerra al nemico cattolico è fenomeno che stenta ad estinguersi. Vogliamo dire che, tanto per parlare di scuole cattoliche, non di rado queste lo sono solo di nome, ma non de facto. Che i fumi della laicità sono entrati da tempo nel sacro recinto dell’educazione cattolica. Che gli insegnanti degli istituti cattolici e quelli che si cimentano nell’ora di religione rimasti fedeli al magistero sono numerosi come le dita della mano di un falegname. Che il Crocefisso appeso alla parete dell’aula è da qualche era geologica diventato solo un inoffensivo soprammobile, perché non compiace né dà fastidio più a nessuno. Eccetto, in quest’ultimo caso, al personale delle pulizie che ogni tanto deve spolverarlo.