• IL BELLO DELLA SCUOLA/30

Scoprire i propri talenti, via per la felicità

Quando non conosciamo o non utilizziamo i nostri talenti, li perdiamo, mentre scoprirne anche uno solo e farlo fruttificare è più proficuo che possederne tanti senza adoperarli. Come fare, allora, a scoprirli? Un aiuto ci viene da Dante, Pupi Avati e un padre spirituale di Madre Teresa…

L’educazione non può prescindere dalla valorizzazione della persona nelle sue capacità e nelle sue doti. Perciò, spalanca nel ragazzo una domanda sui talenti e apre alla consapevolezza che il loro uso nella vita non è affatto elemento secondario per la realizzazione e la felicità personali. Il frutto del talento non è, poi, benefico solo per chi lo possiede, ma per tutti, come se un pezzo di realtà fosse più compiuto e più bello quando i talenti sono messi al servizio di tutti.

La conoscenza del talento comporta la considerazione della vita come assunzione di responsabilità, come compito, come «prendersi cura di». Quando non conosciamo o non utilizziamo i nostri talenti, li perdiamo, mentre scoprirne anche uno solo e farlo fruttificare è più proficuo che possederne tanti senza adoperarli.

Alcuni anni fa, in qualità di responsabile del progetto “orientamento” nel Liceo in cui insegnavo, avevo deciso di avviare il percorso con i ragazzi affrontando il tema della passione e del talento. Decisi allora di far vedere agli studenti il film del regista Pupi Avati Quando arrivano le ragazze? in cui si racconta di due giovani che decidono di partecipare ad un concorso musicale. Uno sa suonare la tromba, la conosce fin da piccolo, da quando il padre l’ha instradato sulla via della musica. L’altro ha trovato casualmente lo strumento su un’automobile, ma non conosce neppure le note. Diventati ben presto amici, i due creano una nuova band finché un giorno non emergerà in maniera clamorosa il talento del ragazzo che non ha studiato musica.

La pellicola nasconde alcune vicende autobiografiche del regista che un giorno comprese, dopo aver suonato fin da piccolo, di aver la passione per la musica, ma di non aver davvero talento. Da quel momento, decise che avrebbe abbandonato quel mondo e si sarebbe dedicato ad altro in attesa di scoprire il suo vero talento.

I giovani sentono, spesso, parlare di passioni, ma sono raramente spronati a scoprire i propri talenti personali. Anzi, per loro è strano sentirsi dire che li possiedono, immersi come sono in una società in cui sembra che pochi li abbiano, di solito quelli che sono osannati, idolatrati e cosparsi di oro e di denaro. Tutti gli altri che, invece, non possiedono quei «talenti» che piacciono ai mass-media, tutti coloro che non sono calciatori, veline, presentatori televisivi, attori, cantanti da talent show dovranno adottare un criterio di scelta dell’università o del lavoro differente, non strettamente legato alle proprie  doti.

Alla fine del nostro percorso di orientamento organizzammo una tavola rotonda con alcune figure professionali appartenenti ad ambiti lavorativi differenti sul tema “Passione e talento sul lavoro”. Questi raccontarono agli studenti di aver frequentato una facoltà e di aver scoperto, una volta laureati, che i loro interessi erano rivolti ad altro. Così, si misero in discussione, animati dalla domanda di svolgere un lavoro che fosse più corrispondente ai loro interessi e alla loro persona.  Si trovarono alla fine felici dell’attività che svolgevano.

Ecco la conclusione della tavola rotonda. La strada che dobbiamo percorrere è dentro la realtà che, spesso, consente di orientarci nuovamente e di riportarci sulla giusta via, se manteniamo viva la domanda su quali siano le nostre passioni e soprattutto i nostri talenti. È chiaramente preferibile per sé imparare a leggere prima i segnali che ci permettono di capire meglio la nostra persona. In quel percorso con liceali alle prese con la scelta universitaria era emerso in maniera evidente il fatto che i ragazzi raramente partissero da una domanda su di sé; quasi sempre, invece, avevano come riferimento le aspettative di carriera, di guadagno, di successo, insinuate nel loro animo da un contesto culturale che spesso veicola la riuscita lavorativa (in termini economici) come unica possibilità di compimento personale.

In poche parole, i giovani raramente sanno quali domande porsi per capire la propria strada, di rado si chiedono cosa davvero piaccia loro, quasi mai quali siano i loro talenti.

Nella Divina Commedia Dante riflette sulla necessità che gli uomini perseguano il proprio talento. Nel canto VIII del Paradiso Carlo Martello afferma che a ciascuno è stato donato un talento. Per questa ragione sulla Terra esistono compiti e mansioni differenti: c’è chi nasce legislatore, come Solone ad Atene, chi nasce condottiero, come Serse, re persiano, chi nasce sacerdote, come Melchisedech, chi artefice, come Dedalo. Purtroppo, spesso, le persone non assecondano i talenti e le capacità e capita che chi è adatto a combattere ricopra cariche religiose, mentre chi ha doti di predicatore diventi re. In questo caso Carlo sta facendo un’allusione sferzante al fratello Roberto d’Angiò che amava predicare in pubblico, addirittura dal pulpito delle chiese. Ci rimangono di lui quasi trecento sermoni in latino. Carlo Martello invita a seguire la natura, se le persone agissero così sarebbero migliori.

«Naturam sequi» scriveva anche Seneca. Nella società possiamo verificare che molto spesso le persone non occupano il posto che più si addice loro, perché nella scelta lavorativa non hanno assecondato passioni, capacità e talenti, ma hanno perseguito guadagno, opportunità di prestigio e di carriera. Così, è come se avessimo un puzzle in cui molti pezzi non occupano il loro posto corretto.

Nel canto XVII del Paradiso, esattamente al centro della terza cantica, il trisavolo Cacciaguida invita Dante a mettere a frutto il suo talento e a comunicare a tutti quanto ha visto nell’aldilà:

[…] rimossa ogne menzogna,

tutta tua visïon fa manifesta;

[…] se la voce tua sarà molesta

nel primo gusto, vital nodrimento

lascerà poi, quando sarà digesta.

Che cos’è allora la vocazione? Non è un’illuminazione interiore, bensì una chiamata concreta ad operare in un certo ambito, come Dante che è stato invitato da Cacciaguida a essere testimone della verità. Là dove viviamo e dove lavoriamo, siamo noi tutti chiamati a portare testimonianza della verità che abbiamo incontrato nella vita.

La verità è l’arma più forte che ci sia, mentre la stessa ignoranza è colpevole, come affermò Junge Traudl, segretaria di Hitler, convinta per tanti anni di non aver sbagliato, perché era all’oscuro dei progetti del capo nazista. Solo quando scoprì che Sophie Scholl (1921-1943) - ragazza universitaria a lei quasi coetanea e appartenente all’associazione di resistenza al nazismo chiamata «Rosa bianca» - era stata condannata a morte per aver cercato di informare la popolazione delle azioni perpetrate dai nazisti,  solo allora capì che la stessa ignoranza è colpevole.

Chi segue i talenti e persegue i doni che Dio gli ha donato porta sul volto i segni di una grande letizia. Quando Madre Teresa di Calcutta, appena dodicenne, sentì il desiderio di diventare suora, si recò dal proprio direttore spirituale, padre Franjo, e gli chiese consiglio. Questi le rispose:

Lo saprai dalla tua felicità interiore. […] La profonda letizia del cuore è la bussola che indica il sentiero da seguire. Dobbiamo farlo, anche quando la strada non è chiara e il cammino disseminato di difficoltà.

Non dobbiamo mettere a tacere la domanda di compimento e di felicità. Al contrario, dobbiamo rimanere attenti agli indizi e ai segni che arrivano dalla realtà. Tra questi vi sono anche i desideri e i sogni che albergano nel nostro cuore, come pure le passioni e i talenti che emergono dalla nostra persona.

In questa prospettiva, che accomuna un genio come Dante Alighieri e una santa della carità come Madre Teresa di Calcutta, la vita diviene assunzione di responsabilità, compito, «prendersi cura di». La vita diventa allora bella, perché è una continua scoperta, e la strada che percorreremo ci sorprenderà, perché ci mostrerà paesaggi e mete che supereranno ogni nostra aspettativa.

La settimana prossima rifletteremo sulla scelta della scuola superiore.