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Denatalità

Sconfiggere il fattore paura (da Leone all’Istat)

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Papa Leone affronta la crisi del matrimonio e della denatalità andando al cuore: la paura, dietro la quale si inseriscono tutte le motivazioni per rinunciare a farsi una famiglia. Ma anche Gesù invitava a non avere paura. E pure l'Istat, conferma che...

Editoriali 13_06_2026

Papa Leone utilizza parole asciutte, ma che vanno decisamente al cuore della questione. Nel corso della veglia con i giovani spagnoli che si è svolta sabato scorso in Plaza de Lima a Madrid, ad esempio, ha affrontato il tema della crisi di matrimonio tra i giovani che attanaglia il vecchio Continente e che produce la denatalità come fenomeno sociale.

Rivolgendosi ad un giovane in procinto di sposarsi lo ha invitato a considerare che “anche il matrimonio è una vocazione”. E, con un afflato evangelico che richiama San Giovanni Paolo II, ha detto: “Non abbiate paura di sposarvi e di formare una famiglia!”.

Prevost ha indicato che “il nostro modo di vivere da discepoli di Gesù” è quello di “essere sempre contemporanei, ma mai prigionieri del tempo che passa”. Perché “siamo liberi dalle mode, perché discepoli della verità; siamo aperti al futuro, perché sappiamo che non ci attende la morte”.

Superare la paura e andare oltre le mode. Nella partita della denatalità non c’è causa che possa spiegare meglio il fenomeno, estremamente correlato, tra la perdita di importanza del matrimonio e la crisi della natalità, che vede l’Europa maglia nera nel mondo e in particolare l’Italia fanalino di coda. Non ci si sposa per paura perché la moda, cioè ciò che il mondo pensa o induce a pensare, è che la felicità non risieda in una promessa di amore eterno.

Ma l’appello a vincere la paura può essere un fattore scatenante di verità e libertà. Dietro la paura, infatti, si celano tutte le motivazioni che solitamente si adducono nel giustificare la scarsità di impegni matrimoniali e la conseguente povertà in culla. È per paura che si rinuncia a sposarsi o ad avere figli dando la colpa alle incertezze economiche: si chiama paura degli ostacoli della vita; ed è sempre per paura che si rimanda l’appuntamento con l’anello nuziale e il primo figlio, scegliendo come scusa la precarietà lavorativa: si chiama paura di perdere il controllo sulla propria vita. Ma è altresì per paura che si sceglie una vita rattrappita nei desideri perché nell’esasperato individualismo, a una moglie o a un marito e a un figlio non si dà valore preminente: si chiama paura di aprirsi agli altri, rifugiandosi nella scorciatoia abortista, nella mentalità contraccettiva e in quella divorzista.

La paura, quindi, del futuro, ma anche del presente, è la causa scatenante di tutte le dinamiche anti-familiste e anti-nataliste che commentiamo e alle quali assistiamo. E che, per cercare di mitigare o cancellare proviamo a combattere con strumenti inefficaci: più soldi dalle politiche governative, quasi sempre insufficienti, oppure un maggior introito di immigrati da paesi extraeuropei, che però delinea il quadro di un sostituzionismo socialmente pericoloso. Ma a ben guardare, la prima cosa da fare, ce lo suggerisce il Papa, ma lo ribadisce anche Gesù, è vincere la paura. In tutte le sue forme.

Nei Vangeli, l'espressione «non avere paura» (o «non temete») è pronunciata da Gesù 12 volte. Sembra che ne sia stata scritta una per ogni apostolo. Mentre nella Bibbia, la tradizione vuole che frasi di incoraggiamento contro la paura ricorrano 365 volte: quasi un invito per ogni giorno dell'anno perché, evidentemente, con la paura dobbiamo fare i conti tutti i giorni.

Che la paura sia, perciò, un elemento scatenante di insoddisfazione della propria vita, ce lo conferma anche l’Istat, con dati che sono sorprendentemente in linea con l’appello di Papa Leone. Nell’ultimo rapporto sulla popolazione uscito a fine maggio, infatti, si scopre non solo, come abbiamo già notato, che la quota più ampia di chi ha rinunciato ad avere i figli desiderati (il 62,2%) lo ha fatto per problematiche di varia natura, a partire dalla sfera economico-lavorativa, che, come abbiamo visto sono strettamente connesse alla paura. 

Ma anche, in positivo, che sentimenti contrari alla paura, come la gioia e l’ottimismo, sono un fattore scatenante di un’inversione di rotta. Indipendentemente dalle intenzioni, dice l’Istat, l’idea di avere un figlio nei prossimi tre anni fa ipotizzare cambiamenti in diversi ambiti della vita. “Le relazioni familiari sono gli aspetti per i quali ci si aspetta un cambiamento positivo: il 41,4 per cento dichiara che migliorerebbe la vicinanza con il partner” e “quasi sei persone su dieci, inoltre, si aspettano un aumento della gioia e della soddisfazione che la vita può offrire (57,8 per cento)”.

Dati che fanno dire a Matteo Orlandini, sociologo e consulente della Presidenza del Consiglio dei Ministri per le politiche di Natalità, che “l’ottimismo batte il calcolo economico. E che più si è giovani, più si è positivi”. Perché, evidentemente, anche rimandare il primo figlio ad un’età adulta è già indice di uno sguardo pessimista sulla vita che ha nella paura il suo primo motore.

Dunque, torniamo sempre al punto di partenza: la paura. Che va affrontata per essere sconfitta, come ha fatto Papa Leone nel suo appello e che non va nascosta o peggio ancora giustificata come un fatto ineluttabile che ci trasciniamo come pesante fardello sul futuro.



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