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Scelta docenti, libertà negata alle paritarie

In base alle nuove norme alla scadenza degli attuali contratti, le scuole non statali dovranno attingere alla graduatoria delle statali.

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Le vacanze estive scorrono ad altissima velocità, come al solito, e già si scorge all’orizzonte la ripresa della scuola, con tutto il suo carico di incertezze, domande, problemi vecchi e nuovi.
Per le scuole paritarie, in modo particolare, giunte all’estate in molti casi arrancando, con l’acqua alla gola a causa dei tagli ai finanziamenti e delle accresciute incertezze sulle prospettive future, è ancora una volta tempo di domandarsi che fare, come muoversi, a che santo votarsi per continuare ad offrire un servizio di qualità senza caricare le famiglie di oneri che selezionerebbero inevitabilmente l’utenza.


Dopo alcuni anni di battaglie (non del tutto vittoriose) per mantenere almeno invariati i già magri contributi statali, e di reiterate proposte alle istituzioni (buoni scuola per le famiglie, detrazioni/deduzioni d’imposta, contributi statali inseriti nelle norme generali sull’istruzione, etc..), affinché la parità sancita dalla legge 62/2000 possa finalmente giungere ad una piena attuazione anche economica (passando dunque dal piano esclusivo dei costosi doveri per gli enti gestori a quello dell’effettivo diritto di libera scelta educativa per le famiglie), pare affiorare nel mondo della scuola paritaria una certa stanchezza, quasi un sottile scoramento, probabilmente accentuato dalla amara constatazione che tante belle promesse non sono state mantenute. Anzi…


Alle croniche incertezze economiche si aggiunge ora, tra l’altro, anche la questione del personale docente, che in base alla legge di cui sopra le scuole non statali devono assumere con abilitazione per ottenere e mantenere il riconoscimento della parità.

E’ una questione assai delicata (di cui il 28 agosto u.s. ha scritto anche La Repubblica: “La Gelmini bocciata da Cl: "inqualificabile"), perché una delle prerogative fondamentali delle scuole non statali, che permette loro di esercitare il fondamentale diritto alla libertà di impostazione educativa, è proprio quello della scelta degli insegnanti, che possono essere assunti senza attingere necessariamente alle graduatorie, ma ai quali è chiesto invece di condividere il progetto educativo dell’ente gestore.

In Italia, però, dal 2007 (con l’abolizione delle Scuole di Specializzazione per l'Insegnamento Secondario - SSIS) ai giovani laureati non è più stata data la possibilità di abilitarsi, per cui più di 60.000 giovani, in questi anni, hanno iniziato ad insegnare nelle scuole, statali e paritarie, anche senza il titolo di abilitazione, seppure con rapporti di lavoro a tempo determinato.

Coloro che, in base alle nuove norme recentemente approvate (DPR 249/2010) intendono ora conseguire l’abilitazione, dovranno superare alcune prove di selezione per accedere alla fase del Tirocinio Formativo Attivo (TFA); se però non sarà rivisto e profondamente modificato il fortissimo contingentamento dei posti messi a disposizione nelle diverse classi di concorso (i posti per il TFA previsti dal MIUR sono pochissimi, e per alcune classi di concorso quasi pari a zero) a tanti giovani che aspirano a continuare l’insegnamento presso le scuole paritarie – e a tanti altri utilizzati abitualmente come supplenti dalle scuole statal i- sarà di fatto preclusa la possibilità di abilitarsi ed una eventuale carriera come docenti. E per le scuole paritarie sarà l’ennesimo smacco, perché una volta esauriti i termini previsti dalle regole europee sulla durata massima dei rapporti di lavoro a tempo determinato (36 o 60 mesi, che si derogano invece per la scuola statale…), saranno costrette ad attingere alle graduatorie statali per l’assunzione dei docenti.

Così “non esisterà più libertà di scelta, gli insegnanti saranno massificati e controllati interamente dallo Stato. Tutt’altro rispetto alle scelte liberali di principio fatte da questa compagine governativa, non solo in materia di scuola, ma anche per tutto il resto”, come hanno denunciato Mario Mauro e Maurizio Lupi.

A questo punto ci chiediamo: alla scuola non statale conviene davvero la parità? Conviene davvero tutto questo lottare per poche briciole di finanziamento (lo 0,6% del contributo erogato alle scuole statali, a fronte del 12% di alunni iscritti alle paritarie….), dovendo sottostare a regole e doveri che, volendola assimilare alla scuola statale, in alcuni casi ne limitano la possibilità di movimento e la libera espressione? Conviene ancora, se nemmeno si potrà più assumere liberamente il personale docente?

Non è una domanda retorica che prelude necessariamente ad una risposta negativa; è però una domanda legittima, che alla luce delle difficoltà attuali vorrebbe aprire un dibattito. Un dibattito che possibilmente rilanci la legge di parità, spingendola verso una piena, ragionevole e definitiva attuazione, o che quantomeno contribuisca a rimettere al centro della pubblica attenzione la parola “libertà”. Quella libertà di cui le scuole, le famiglie, la società intera, hanno sempre più bisogno per vivere, educare e costruire il bene comune.

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