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S'avvera il sogno islamista: Santa Sofia torna moschea

La Corte Suprema dà ragione a Erdogan: dichiarata illegale la decisione di Atatürk del 1934 di trasformare Santa Sofia in museo, e ora potrà quindi essere usata come moschea. Erdogan deve ancora decidere se l'antica basilica cristiana resterà anche come museo, secondo la struttura sotto la protezione dell'Unesco.

Santa Sofia

L’aveva sognato, l’aveva invocato in interminabili comizi più e più volte dal primo giorno che è “sceso” in politica, ha per anni lanciato segnali e provocazioni, da oggi le ambizioni di Erdoğan diventano realtà: Santa Sofia perde lo status di museo.

Il più antico quotidiano in lingua inglese del paese, lo Hürriyet Daily News, il 5 giugno già rivelava che il “sultano” aveva dato istruzioni al Consiglio Esecutivo Centrale del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) per elaborare un piano d’azione che spogliasse quella che fu la basilica di Santa Sofia della veste secolarizzata di museo.  

Il Consiglio di Stato aveva chiesto un mese per analizzare il caso, il verdetto sarebbe già dovuto arrivare, le timide proteste della comunità internazionale avevano prolungato l’attesa. Adesso è ufficiale: la Corte Suprema ha deciso che la cattedrale, simbolo della cristianità e della feroce conquista islamica, potrà tornare una moschea. E saremo costretti a chiamarla, di nuovo, Ayasofya.

Non è ancora chiaro come Erdoğan deciderà di muoversi. Se Santa Sofia tornerà a tutti gli effetti un luogo di culto esclusivamente islamico o se semplicemente sarà legale tornare a pregare Allah, ma senza smettere l’abito del museo patrimonio dell’Unesco; lo deciderà, di fatto, la capacità dell’Occidente di spaventare il sultano. Che, intanto, va detto, con l’ennesima vittoria s’è laureato campione del panislamismo. Anche perché il successo sta solo, semplicemente, nell’averla messa di nuovo al centro della contesa.
Neanche un’ora dopo la decisione del tribunale amministrativo turco e Erdoğan già diffondeva, esultante, la fotografia della sentenza sui suoi canali social.

Per la corte la decisione del governo Atatürk di trasformarla in museo, impedendo il culto ad Allah, era illegale.

E il fatto che tutto ciò avvenga  esattamente alla vigilia dell’anniversario del fallito golpe, la dice lunghissima. Il sultano aveva ammesso già diversi mesi fa di sognare la celebrazione della sua potenza, quando in quel 15 luglio 2016 il mondo pensava di essersi liberato dell’islamista, per aprire le porte di Hagia Sophia e ringraziare Maometto ed Allah della protezione.
La notizia ha reso giubilanti i turchi islamici che per un momento hanno potuto dimenticare la grave crisi economica e bearsi del sogno di un ritorno all’impero turco ottomano. La stampa turca ha, infatti, registrato dozzine di persone che di fronte il museo di Santa Sofia si sono riunite per gridare, “Allah Akbar”.

Erdoğan non pensava di trovare così pochi ostacoli internazionali davanti a sé. Non lo immaginava quando nel 2013 fu consentito ai muezzin di cantare l’adhān dai minareti dell’edificio per due volte al giorno; quando il 1 luglio 2016 fu consentito l’utilizzo dei minareti per cantare il primo adhān, per la prima volta dopo 85 anni, rivolto all’intera città in occasione della notte del destino (Laylat al-Qadr); nel giugno del 2017, avvenne la grande manifestazione dell’Anatolia Youth Association dinanzi l’edificio per chiederne il ritorno a moschea e la recita del Corano al suo interno in diretta televisiva, su Trt, sempre in occasione della notte del destino.

L’anno scorso, intanto, il primo secco no era arrivato dall’Unesco: essendo la struttura in questione un patrimonio dell’umanità ed essendo la Turchia contraente della convenzione per la protezione del patrimonio mondiale, qualsiasi proposta di modifica dovrebbe prima essere sottoposta all’attenzione dell’ente e ricevere pertanto approvazione. L’Unesco sembrava aver fatto svanire ogni sogno, ma il 2020 ha dimostrato che niente riesce a fermare l’egemonia di Erdoğan.

Per poco meno di mille anni, la basilica è stata il cardine della cristianità orientale ospitando la sede del Patriarcato di Costantinopoli: cuore pulsante della nuova Roma, pietra angolare dell’ordine politico e religioso. Per diversi anni basilica cattolica e poi assaltata, profanata e sfigurata in ogni mosaico ed affresco, come primo gesto dell’invasione islamica, per essere fino al 1931, moschea.

Quando Atatürk cercò di donare un carattere laico al Paese, decise di farne un museo: emblema proprio di quella nuova Turchia capace di fondere i tratti orientali con quelli occidentali.

Ad oggi, gli unici ad aver dimostrato la sofferenza e ad aver denunciato la pericolosità del gesto del sultano sono solo la Chiesa Ortodossa, nella figura del patriarca Kirill, la Casa Bianca, il Cremlino e la timida Grecia già abbondantemente vessata dalla prepotenza turca e che, con il ministro degli esteri cipriota Nikos Christodoulides, ha invitato la Turchia a rispettare i suoi obblighi internazionali.
Lamentele che da sole avevano rallentato la corsa turca, resta da capire cosa accadrà ora e come reagiranno. È certo però che pesa più di un macigno il silenzio di tutti i capi di Stato europei e quello delle gerarchie della Chiesa cattolica.

Mentre qualcuno non si stupisce, altri denunciano la beata ignoranza alla radice del silenzio. Sarà, forse, infatti, il silenzio di chi ignora il sogno imperiale della nuova Turchia, l’allargamento che passa per tutte le bisettrici. Dal sunnismo fino ai Fratelli musulmani, dalla Somalia (qualcuno si documenti sul caso Silvia Romano) fino alle Filippine passando per Indonesia e Bosnia. Un sogno che si abbevera al nazionalismo ottomano e si fortifica dei finanziamenti alla costruzione di moschee e scuole, non solo in Turchia, e soprattutto della forza nuova che i giovani musulmani di tutta Europa infondono ad Erdoğan quando arrivano per studiare da imam nelle sue scuole.

Sarà ignoranza il silenzio per la falsificazione della storia. Per la pulizia etnica, le purghe confessionali (anche di queste ore), i sacerdoti confessionali sotto scorta, le sempre più numerose chiese diventate museo mentre sono circondate da moschee. E gli attentati costanti alla cristianità. Come la chiesa Sainte-Sophie de Nicée (Iznik), da poco diventata moschea.
Sarà ignoranza non cogliere che uno chiave della politica estera turca è la ricerca dell’egemonia religiosa, che per l’islam non è mai solo religiosa, infatti.
Ecco, allora, la definitiva svolta islamista della Turchia con Santa Sofia simbolo dell’islam politico dell’Akp e dei Fratelli musulmani.

La volontà di una parte influente della comunità internazionale potrà imporre dei limiti ad Erdoğan? Nessuno lo sa.
Con questo verdetto, intanto, il sultano, spiana la strada per la conquista del titolo di condottiero del mondo islamico, riportando Istanbul al suo antico ruolo: la Sublime Porta fra Occidente ed Oriente, il punto di passaggio fra la cristianità e il dar al-islam.

“Erdoğan è già riuscito nella sua brutta svolta: imbarazzare Washington, deridere Bruxelles, umiliare Atene, sfidare Mosca.  Non possiamo permettere agli studiosi, agli intellettuali, agli artisti turchi, di combattere da soli. Colui che è ripugnante alla mortificazione del passato deve sapere che Santa Sofia merita la parola di Francia. […] Nella mente di questo specialista del ricatto diplomatico, la riconversione di Santa Sofia in moschea è una dichiarazione di guerra e si aspetta una Monaco della civiltà”. Così sul Figaro scriveva pochi giorni fa lo storico delle religioni Jean-François Colosimo