• IL DIBATTITO SUL FINE VITA

Saviano e le ragioni di una legge

Lo scrittore interviene con un videomessaggio in favore dell'eutanasia criticando il disegno di legge sul fine vita.

saviano


Lo scrittore Roberto Saviano ha messo in rete un videomessaggio per dichiarare «illiberale» il disegno di legge sul fine vita in discussione alla Camera, sostenendo che quel testo «complica le cose», le «burocratizza», non difende la «libertà di decidere».

Il disegno di legge in questione, presentato in seguito alla morte di Eluana Englaro, la donna in stato vegetativo dal 1992, che si è spenta dopo la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione, stabilisce che fornire acqua e nutrimento a una persona in coma non può essere considerato accanimento terapeutico. Alimentazione e idratazione, insomma, non possono essere considerate delle cure da poter sospendere.

Saviano, autore di best seller sulla criminalità organizzata, apprezzato editorialista di Repubblica e narratore in programmi televisivi di successo, da molti indicato persino come leader ideale del Pd, scende dunque in campo per dire no alla legge in discussione in Parlamento. Non si limita più, come fece a «Vieni via con me» di Fabio Fazio, al racconto di storie particolari, anche se a senso unico, dando voce soltanto ai fautori dell’eutanasia o del diritto a interrompere alimentazione e idratazione, come nei casi di Piergiorgio Welby e di Peppino Englaro. E da quelle storia ora trae le conseguenze legislative spiegandoci perché quella legge non va.

Saviano critica i «pro life» perché con il loro nome farebbero apparire «pro morte» tutti quelli che non la pensano come loro, e afferma che in gioco non c’è soltanto la questione dei malati in stato vegetativo e l’accanimento terapeutico, ma più in generale la libera sessualità, il libero pensiero, in una parola la democrazia.

Il diritto del testamento biologico (in realtà quello dell’eutanasia voluta da Welby) viene dunque inserito in quella cornice di battaglie per i «diritti individuali» che caratterizzano molte società occidentali, le quali, per essere veramente «moderne» e «democratiche», devono prevedere non solo il divorzio e l’aborto, ma anche il riconoscimento giuridico e possibilità di adozione per le coppie gay, la manipolazione degli embrioni, e, per l’appunto, il suicidio assistito. Ancora una volta, dunque, in nome della «libertà di scelta» si finisce per voler mettere in discussione valori fondamentali e la stessa intangibilità della vita umana.

L’apparato mediatico è enorme, formidabile: le «storie» a senso unico narrate con commozione a «Vieni via con me» hanno inchiodato davanti alla tv milioni di spettatori italiani; questo nuovo videomessaggio, indirizzato all’happening «Le ragioni del cuore» al che ha visto protagonisti a Roma Beppino Englaro e il deputato Ignazio Marino, viene lanciato e rilanciato in rete.

Ancora una volta, però, vale la pena ragionare al di là delle emozioni e di certi messaggi suadenti. Ricordando ad esempio che nei Paesi dove l’eutanasia è legge già da molti anni, a decidere poi effettivamente sono i medici e non i malati. Le ricerche più recenti dimostrano, ad esempio, che in Belgio, dove l'eutanasia è legge da qualche anno, in un caso su tre la morte viene indotta senza la richiesta o il consenso del paziente. Il disegno di legge, pur con tutti i suoi limiti, rappresenta dunque il ragionevole tentativo di arginare l’intervento della magistratura sui singoli casi, com’è accaduto per Eluana.

Pone dei limiti e dei confini. Vieta ogni forma di eutanasia e di suicidio assistito. Vieta anche l’accanimento terapeutico, stabilendo che «nessun trattamento sanitario può essere attivato a prescindere dall’espressione del consenso informato» e che «in casi di pazienti in stato di fine vita o in condizioni di morte prevista come imminente, il medico debba astenersi da trattamenti straordinari non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati rispetto alle condizioni cliniche del paziente o agli obiettivi di cura».

Afferma soprattutto, in accordo con la Convenzione Onu sui diritti delle persone in condizione di disabilità, che «alimentazione e idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, devono essere mantenute fino al termine della vita, ad eccezione del caso in cui le medesime risultino non più efficaci nel fornire al paziente i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo. Esse non possono essere formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento».

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