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S'avanza il partito dei giudici

La discesa in campo del procuratore antimafia Pietro Grasso, nelle liste del PD, è solo l'ultimo caso di magistrati che entrano in politica, un fenomeno in crescita e per certi versi inquietante. Nel silenzio degli organi di autogoverno.

Il partito dei giudici

Tra le notizie di fine anno, desta meraviglia quella del procuratore antimafia Pietro Grasso che chiede l’aspettativa al Consiglio Superiore della Magistratura per candidarsi in Parlamento. Lo fa con una conferenza stampa, tenuta insieme al segretario del Partito Democratico. È un suo diritto e non vi è alcuna norma che lo impedisca. Anzi, nel caso di Grasso, c’è da ammirare la sua decisione - diversa da quella che prendono la quasi totalità dei suoi colleghi - di lasciare definitivamente la magistratura, perché contestualmente all’aspettativa ha chiesto il pensionamento anticipato dalla sua professione, che avrebbe potuto svolgere per almeno altri otto anni.

Resta però da chiedersi, perché un procuratore antimafia – autore di arresti eccellenti, come quelli di Provenzano e Bagarella, giudice a latere nel maxi-processo istruito da Borsellino e Falcone e chiamato proprio da quest’ultimo al Ministero della Giustizia – scelga di divenire parlamentare. Si può legittimamente nutrire qualche dubbio che il suo servizio allo Stato possa essere più proficuo in questa veste (magari da Ministro dell’Interno o da Presidente della Commissione Antimafia, come riferiscono le cronache) e non, piuttosto, dal suo apprezzato ruolo di magistrato che ricopre dal 1969.

Grasso ha dichiarato che ha scelto di fare politica da “dilettante” e quindi “per diletto” - come ha precisato - “Porto avanti delle idee, un programma – ha sostenuto -. Un progetto di rivoluzione del sistema giustizia che va affrontato in modo graduale Se questo sarà accettato bene. Altrimenti…”.

Quali sono queste idee? Quelle derivanti dalla sua esperienza, che gli consentono di guardare al fenomeno della criminalità organizzata in stretta connessione con la criminalità economica e quindi d’immaginare linee d’intervento adeguate per debellare i due fenomeni interconnessi. Che la politica abbia bisogno di un magistrato per affrontare questo tema, dimostra a quale livello indecoroso sia giunta. In uno Stato “normale” non ci sarebbe bisogno di affidarsi a coloro che Leonardo Sciascia chiamava i “professionisti dell’antimafia”, al fine di rescindere il legame palese che pur esiste tra la delinquenza e ambiti consistenti del potere e del sottopotere. Né ci sarebbe bisogno di far eleggere in Parlamento magistrati che “lottano” contro le mafie, perché i magistrati non devono “lottare”, ma “solo” condurre indagini e pronunciare sentenze.

Anche questa vicenda conferma il perpetuarsi di un’anomalia tutta italiana che comporta l’”avventurarsi” in politica di esponenti dell’ordine giudiziario, per giunta senza che trascorra un lasso di tempo adeguato che separi il passaggio dalla funzione di magistrato a quella di parlamentare. Esiste perfino una norma, cosiddetta “di garanzia”, che imporrebbe al magistrato che si voglia candidare nello stesso collegio in cui ha operato, di lasciar trascorrere sei mesi, ma non viene mai applicata, come tante altre norme di cui si fa carta straccia.

Ci sono casi di magistrati che svolgono la loro funzione privilegiando l’esposizione mediatica, partecipando ad assemblee pubbliche di connotato politico, esternando le loro posizioni e le loro decisioni. Svolgendo un ruolo che a loro non dovrebbe appartenere e che di fatto si tramuta in militanza politica. Di fronte a questi casi, l’organo di autogoverno della magistratura non interviene e, di fatto, asseconda così la costruzione di carriere politiche in ragione di un’attività che per sua natura dovrebbe essere autonoma, indipendente e imparziale, quindi trasparente e priva di condizionamenti di altra natura. Certamente, il caso di Antonio Ingroia – rispetto al quale l’annunciata candidatura di Grasso sembra la “risposta” che ha inteso dare il PD – è esemplare da questo punto di vista. L’ex procuratore di Palermo, dopo il temporaneo “esilio” guatemalteco, si appresta a tesaurizzare in termini elettorali - nella lista “arancione” di un altro magistrato in aspettativa, il sindaco di Napoli, o in quella di Monti: il “dilemma” sarà sciolto in questi giorni - lo scontro che per mesi lo ha visto protagonista contro la più alta carica dello Stato.

Disinvoltura per certi versi analoga a quella di un altro magistrato, Stefano Dambruoso, esperto di antiterrorismo a livello internazionale, che dopo la “delusione” provocata dal PDL che non lo candidò qualche anno fa in Puglia contro Vendola, ora è approdato a “Italia Futura” di Montezemolo e confluirà nella lista montiana.

È degli ultimi anni, soprattutto, l’incremento spropositato del numero dei magistrati eletti in Parlamento. Nelle prime legislature repubblicane la presenza di magistrati era molto scarsa e in genere si trattava di giudici ormai a riposo per limiti di età. Ora, l’andazzo è divenuto normalità e coinvolge giudici impegnati fino al giorno prima in inchieste delicatissime, senza che il legislatore si sia posto il problema delle  ineleggibilità e delle incompatibilità nell'accesso alle cariche pubbliche. Paradossali alcuni casi, come quello della Procura di Bari, che oltre ad esprimere un sindaco, Michele Emiliano, in carica da otto anni, è stata “fucina” di parlamentari, peraltro tutti dello stesso colore politico. O quello dell’attuale assessore all’ambiente della regione Puglia, Lorenzo Nicastro, titolare di inchieste contro il predecessore della giunta Vendola, Raffaele Fitto, e contro la precedente giunta Vendola. O quello, in Campania, del pubblico ministero Giuseppe Narducci, nominato da De Magistris assessore alla Legalità, titolare dell’inchiesta contro il parlamentare del PDL Nicola Cosentino e dimessosi per “divergenze” dopo solo un anno. O quello, in Sicilia, dell’ex governatore Lombardo, che due anni fa, dopo il “ribaltone” di cui fu protagonista, affidò incarichi ad un folto elenco di magistrati.

Insomma, il rapporto magistrati-politica-partiti desta inquietudine, al pari di un’altra questione, pur importante – che riguarda interamente i giudici questa volta – che il Governo in carica è riuscito a sollevare all’inizio dell’anno (quando i meriti ci sono, devono essere riconosciuti anche al Governo Monti): i dati su stipendi, consulenze e indennità non solo degli ottomila magistrati ordinari, ma anche di quelli in organico all’Avvocatura dello Stato, al Tar, alla Corte dei Conti, al Consiglio di Stato, al fine di contenere i relativi emolumenti, che si sommano allo stipendio base, dentro la modica cifra dei 294.000,00 annui.

Ambedue i problemi fanno parte della cosiddetta “questione giustizia”, insieme a quello del sovraffollamento delle carceri, della lungaggine dei processi, della carcerazione preventiva, dell’obbligatorietà dell’azione penale, della separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti e via dicendo. Una questione interamente irrisolta, che grava come un macigno sulla democrazia italiana.