• L’INSEGNAMENTO

Sant’Antonio Maria Claret e la fede trasmessa ai bambini

Fedele alle parole di Gesù, Antonio Maria Claret - oggi la sua memoria liturgica - aveva molto a cuore di istruire i piccoli nelle verità di fede e di morale. Una missione che il santo reputava fondamentale per la salvezza delle anime e oggetto di diversi suoi insegnamenti. Come pure il catechismo agli adulti.

«Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio» (Mc 10, 14). Sant’Antonio Maria Claret (1807-1870) ebbe sempre presente nella sua opera di pastore di anime e missionario le parole di Gesù sui bambini. Questo fatto riveste un significato tanto più importante se si pensa che il fondatore dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria e delle Religiose di Maria Immacolata, autore di una quantità enorme di libri (che, raccomandava, devono essere brevi), infaticabile apostolo del Rosario («il Domenico di questi tempi», lo chiamava la Madonna), arcivescovo, mistico, confessore dei reali di Spagna e destinatario di vari altri incarichi di cui - per il suo desiderio di annunciare il Vangelo al mondo intero - avrebbe fatto volentieri a meno, fu un vulcano di iniziative e si proponeva di continuo di usare il tempo a un solo fine: la maggior gloria di Dio e, di conseguenza, la salvezza delle anime.

È proprio per conseguire questo fine che Claret aveva tanto a cuore di insegnare ai piccoli le verità di fede e di morale di cui la Chiesa, per mandato divino, è maestra. Un’avvertenza: le molteplici attività del nostro santo, cui abbiamo fatto cenno, avevano come loro premessa la preghiera. Erano la meditazione e il rapporto costante con Dio - fin dalle prime ore del giorno (massimo alle 3 era già in piedi) - a generare la sua carità. Perciò, nel fare l’elenco dei sette mezzi di cui più si serviva «per ottenere la conversione dei peccatori, la perseveranza dei giusti e il sollievo per le anime del Purgatorio» (Aut. 264), Claret metteva al primo posto la preghiera. Sapeva bene che gli scopi che si prefiggeva potevano essere raggiunti solo implorando l’aiuto di Dio e di Maria Santissima, mediatrice di tutte le grazie. Pregava e faceva pregare.

Subito dopo la preghiera, il mezzo indicato dal santo nella sua Autobiografia (scritta per obbedienza) è il catechismo ai fanciulli. Come dire, la prima applicazione pratica ispirata dalla contemplazione. Scrive Claret: «La prima cosa che facevo era istruire i bambini nella dottrina cristiana, sia per la predilezione che ho sempre avuto per questa forma d’insegnamento, sia perché sapevo che era la cosa più importante, essendo il catechismo il fondamento dell’edificio dell’istruzione religiosa e morale. Inoltre i bambini lo imparano facilmente, lo ricordano a lungo e vengono preservati dall’errore, dal vizio, dall’ignoranza, e avviati alla virtù più facilmente, perché sono più docili degli adulti. Nei bambini c’è solo da piantare; negli adulti bisogna prima sradicare le erbacce e poi piantare. C’è poi un altro vantaggio: con i piccoli si conquistano i grandi, con i figli i genitori, perché i figli sono tutt’uno col cuore dei genitori» (Aut. 275).

Claret, nel suo ministero, non tralasciava nulla. Predicava alle persone di ogni stato sociale ed ecclesiale: clero, frati, suore, bambini e adulti, poveri e ricchi, dotti e ignoranti. Lo stesso faceva con la scrittura. Molta della sua vastissima produzione - più di 120 scritti, tra libri e opuscoli, più una gran quantità di volantini e immaginette attraverso cui otteneva mirabili conversioni - è rivolta a qualche precisa condizione di vita (ai giovani, alle signorine, ai seminaristi, ai sacerdoti, ai padri di famiglia, ecc.). «La moltitudine delle sue opere, semplici e pie, istruirono il popolo - scrive Valverde - e lo mantennero nella pietà per molti anni». Ma per l’appunto, guardando a Gesù e all’esempio di tanti santi, Claret si sentiva come calamitato innanzitutto verso l’insegnamento ai più piccoli, perché «un bambino, conservato nell’innocenza con una buona educazione, è agli occhi di Dio un tesoro più prezioso di tutti i regni del mondo» (Aut. 276). Scrisse anche un opuscolo ad hoc, che già dal titolo - La vocazione dei bambini - mostra come egli considerasse essenziale il ruolo dei piccoli nei disegni celesti.

Lo stesso Claret compose personalmente quattro catechismi, uno per i bambini fino a sette anni, uno per la gente comune, un terzo più esteso e l’altro illustrato. Anche il catechismo agli adulti - è bene almeno farvi cenno, per rendere conto della sua lucidità in fatto di rimedi per la salvezza eterna - era da lui indicato come un mezzo di estrema importanza: con esso, infatti, gli adulti «vengono liberati dalla loro ignoranza, che è maggiore di quanto si possa pensare, anche in quelle persone che ascoltano prediche con frequenza, perché i predicatori suppongono l’uditorio istruito, ed è proprio tale istruzione che manca comunemente tra i cattolici. Così [con il catechismo] vengono istruiti sui propri doveri e sul modo di adempierli» (Aut. 287).

Tornando ai bambini, Claret non solo insegnava loro i fondamenti della fede cattolica ma si serviva della loro collaborazione per trasmettere quelle stesse verità ai più grandi, che le ignoravano. A tal fine, nel primo anno di permanenza a Cuba, istituì la Confraternita della Dottrina Cristiana (1851). Le domeniche monsignor Claret faceva una processione con i fanciulli, che terminava «in qualche cortile o piazza. Ivi si collocavano due tavolini, due bambini vi salivano, e a voce alta si rivolgevano le domande. Così gli astanti e il popolo, che accorreva a questa novità, imparavano la dottrina di cui tanto avevano bisogno» (Aut. 560).

A conferma di questa sua specifica sollecitudine, anche a Roma, durante il Concilio Vaticano I - siamo negli ultimi suoi mesi terreni - il mistico spagnolo catechizzava i bambini, servendosi del Catechismo di san Roberto Bellarmino, di cui aveva trascritto in un quadernetto una serie di domande e risposte. A proposito, è interessante il fatto che lo stesso Claret elogiasse l’apprendimento mnemonico del catechismo, riferendo la sua esperienza personale: se infatti da bambino non capiva certe frasi che ripeteva «come un pappagallo», col passare degli anni gli tornavano alla mente «quelle grandi verità» apprese a memoria e ne coglieva l’esatto significato (Aut. 26).

In una lettera del 16 luglio 1869 a padre Giuseppe Xifré (superiore generale e cofondatore dei Clarettiani), il santo esortava a riflettere sulle parole: Catechizare parvulos, pauperes et ignaros (insegnare il catechismo ai bambini, ai poveri e agli ignoranti). Aggiungeva quindi che fosse necessario che alcuni confratelli - a cominciare dalla Spagna, dove ce n’era bisogno e perché così volevano il Signore e la Madonna - tenessero scuole per i fanciulli come i Lasalliani, di cui elogiava l’opera («credo che sono quelli che attualmente fanno più bene alla Chiesa, e dai quali si deve sperare di più»). Sul finire della missiva scriveva: «Con queste scuole saranno di gradimento a Dio e alle genti, e senza quelle saranno sempre calunniati dai viziosi, che vogliono peccare, e non amano d’essere ripresi. Come dice Gersone, nell’occuparsi degli adulti si fatica due volte, e a volte senza frutto. Ma nell’occuparsi dei fanciulli c’è solo una fatica, e comunemente di grande profitto e trascendenza».

 

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