• IL BELLO DELLA LITURGIA

Sant’Agata, la luce della forza spirituale

La martire e patrona di Catania è tra le sette sante invocate nel Canone Romano, la più antica preghiera eucaristica della Chiesa. Vastissima la produzione iconografica su di lei, dalla Teoria delle vergini (Sant’Apollinare Nuovo) al dipinto caravaggesco di Giovanni Lanfranco, con un forte contrasto luministico: qui il raggio di luce investe simbolicamente Agata, esaltandone la fede.

Giovanni Lanfranco, Sant’Agata visitata in carcere da San Pietro e l’Angelo, Parma – Galleria Nazionale

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima” (Mt 10, 28)


Agata è tra le sette sante citate nella formula del Canone Romano, la principale e più antica tra le preghiere eucaristiche. Con lei si ricordano Perpetua e Felicita, Lucia, Agnese, Cecilia e Anastasia. Tutte furono martiri: la sua festa liturgica si celebra il 5 febbraio.

Sempre insieme ad altre vergini, Agata compare nella prima raffigurazione artistica che la riguarda, numero zero di una generosa produzione iconografica disseminata lungo tutto il Belpaese, frutto della profonda devozione popolare nutrita nei suoi confronti. In Sant’Apollinare Nuovo, a Ravenna, anche lei sfila nella processione che dal porto di Classe conduce le giovani verso la Madonna con il Bambino, in una lunga teoria musiva di matrice bizantina (Teoria delle vergini), risalente a maestranze attive nel VI secolo.

Nella ripetizione di gesti e colori delle figure sfavillanti sul fondo oro, riconosciamo Agata per la scritta sopra il suo capo. La palma del martirio, la corona della vittoria e il velo di vergine consacrata riassumono, per simboli, la sua vicenda agiografica.

Il nome Agata, dal greco, significa “buona”. Doveva, però, essere anche bella la fanciulla siciliana che, a soli quindici anni, decise di donarsi a Dio. Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone, ne fece un bellissimo “ritratto” (oggi custodito all'Accademia Carrara) quando realizzò il polittico della Madonna della Rosa per una chiesa domenicana bergamasca, all’inizio del 1500.

Agata occupa lo scomparto sinistro della cimasa. Lunghi capelli ondulati le scendono sulle spalle e sul vestito che, luminoso come l’aureola, si staglia sul cielo azzurro e sulle nuvole che appaiono dietro la sua figura. La santa, dall’espressione seria e matura rispetto alla tenera età, tiene tra le mani, questa volta, non solo la palma ma anche il dettaglio iconografico che richiama il martirio a lei inflitto: le sue mammelle posate su un piatto.

Accadde quanto segue: all’inizio del 251 arrivò a Catania il proconsole Quinziano con il compito di convincere tutti i cristiani ad abiurare la loro fede. Il funzionario romano s’invaghì di Agata che nonostante le forti pressioni, i tentativi di seduzione e le violenze inflittele, non si piegò mai al volere del proconsole. Fu processata, chiusa in carcere e torturata: mediante tenaglie le furono strappati i seni.

Il pittore Giovanni Lanfranco, attenendosi alla descrizione contenuta negli Atti del martirio della giovane siciliana, racconta nella tela caravaggesca conservata a Parma di quando san Pietro, apparso ad Agata durante la prigionia, miracolosamente la guarì dalle ferite. È, la sua, una visione notturna, la cui drammaticità è suggerita dal forte contrasto luministico. Il raggio di luce, emanato dalla luna e dalla torcia tra le mani dell’angelo, investe simbolicamente la giovane, sottolineandone la forza spirituale.

La santa morì, stremata, dopo l’ennesimo tentativo, fallito, di piegarne la volontà e la fede, mettendola al rogo. Le sue reliquie sono custodite nella Basilica Cattedrale di Catania, a lei intitolata.