San Francesco Saverio

«Talmente grande è la moltitudine dei convertiti che sovente le braccia mi dolgono, tanto hanno battezzato...», scriveva il più grande missionario dell'epoca moderna nonché patrono delle missioni, san Francesco Saverio (1506-1552), il cui esempio può essere un potente antidoto in tempi di crisi per la fede e quasi di vergogna nell’annunciare Cristo

Riscoprire l’esempio di san Francesco Saverio (1506-1552), considerato il più grande missionario dell’epoca moderna, può essere un potente antidoto in tempi di crisi per la fede e quasi di vergogna nell’annunciare Cristo. Anche perché lo stesso percorso spirituale del gesuita spagnolo reca traccia di una straordinaria conversione interiore. Questo campione di Dio, che nel 1927 fu nominato patrono di tutte le missioni assieme a santa Teresa di Lisieux e già nel XVIII secolo era stato scelto come protettore di tutto l’Oriente, era nato da una famiglia nobile della Navarra e cresciuto cristianamente, ma avviatosi allo studio della teologia a Parigi si era mostrato più attratto dalla vita mondana piuttosto che dai richiami del Signore. Fu l’incontro in collegio con Ignazio di Loyola a smuoverne lentamente il cuore, a partire proprio da un insegnamento di Gesù: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?», gli ripeteva spesso sant’Ignazio.

L’avversione verso questi ammonimenti fraterni si trasformò in gratitudine, testimoniata tempo dopo da Francesco: «Ti ringrazio, o Signore, per la provvidenza di avermi dato un compagno come questo Ignazio, dapprima così poco simpatico». Il suo profondo mutamento culminò nel voto fatto il 15 agosto 1534 a Montmartre assieme a Ignazio e altri cinque compagni, nucleo dal quale pochi anni più tardi sarebbe nata ufficialmente la Compagnia di Gesù, con alcuni tratti distintivi: su tutti, lo slancio all’annuncio di Cristo e la promessa di recarsi ovunque il papa avesse indicato. Il desiderio iniziale di partire per la Terrasanta dovette essere accantonato per la guerra tra Turchi e Veneziani, ma quegli uomini di fede non rimasero certo inoperosi e animarono la Riforma cattolica.

Lo spartiacque nella vita di Francesco fu il 1541, quando Ignazio lo scelse per una missione nelle Indie Orientali al posto di un compagno che si era ammalato. Dopo 13 estenuanti mesi di viaggio per mare arrivò a Goa, colonia portoghese, dove iniziò il suo apostolato tra gli infermi e i prigionieri, venendo presto chiamato «padre buono» e andando in giro con un campanello per attirare i bambini e insegnare il catechismo. In quest’opera di evangelizzazione si fece aiutare da interpreti per tradurre nelle lingue indigene le più importanti preghiere e verità di fede. Fondò chiese e scuole, raggiungendo i vari villaggi a piedi o a bordo di piccole barche. Il numero di conversioni fu enorme. «Talmente grande è la moltitudine dei convertiti che sovente le braccia mi dolgono, tanto hanno battezzato e non ho più voce e forza di ripetere il Credo e i comandamenti nella loro lingua», scriveva.

Predicò poi in Malesia e nell’arcipelago delle Molucche (Indonesia) tra difficoltà e pericoli, da cui usciva fortificato con la preghiera e l’offerta della sofferenza a Dio. L’incontro con il giapponese Anjiro - che aveva lasciato la patria per un delitto commesso e, pentitosi, si era convertito al cristianesimo - spinse Francesco ad andare in Giappone. Pur tra le ostilità dei bonzi, con l’aiuto di Anjiro la predicazione del santo riuscì a far sorgere una viva comunità cristiana, facendogli scrivere che «dinanzi al gran numero delle persone che venivano a rivolgerci domande e a discutere, la mia gioia e la mia consolazione furono tali che mi sembra di poter dire in tutta verità che mai in vita mia sia stato altrettanto felice». Il successivo progetto di diffondere il messaggio di Cristo in Cina fu fermato dalla polmonite che lo portò alla morte sull’isola di Sancian, al termine di dieci anni di missioni in cui si stima che battezzò 30 mila persone.

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