• A ROMA

San Camillo e il Crocifisso che gli parlò

La chiesa romana di Santa Maria Maddalena custodisce preziose reliquie di san Camillo de Lellis. Tra esse, il Crocifisso ligneo che in un momento di grande turbamento del santo infermiere lo rassicurò, esortandolo a continuare l’opera che aveva iniziato...

Cuore dell’Ordine camilliano, e dei devoti di san Camillo de Lellis, è la chiesa di Santa Maria Maddalena a Roma che conserva, al suo interno, preziose reliquie del santo infermiere. Ogni metro, ogni centimetro quadrato di questo luogo narra la sua straordinaria esperienza di Dio, le sue gesta eroiche e quelle dei religiosi camilliani che nel tempo ne hanno abbracciato lo specifico carisma di “essere testimoni dell‘Amore Misericordioso di Dio”. Qui si respira san Camillo de Lellis - di cui oggi ricorre la memoria - “a pieni polmoni”. E quel suo corpo, conservato in una teca di vetro in una cappella laterale, sembra ancora parlare, sembra ancora gridare ai suoi compagni la frase che è divenuta simbolo del suo impegno verso gli ammalati, i sofferenti: “Più cuore in quelle mani!”.

La storia architettonica di questa chiesa ha il suo inizio nella preesistente chiesa dell’Arciconfraternita del Gonfalone che fu ceduta al santo nel 1586. Solo nel 1694 iniziò l‘ampliamento e la trasformazione della chiesa. Al centro della facciata, conclusa dall’architetto Giuseppe Sardi solo nel 1735, una croce e un’iscrizione: “O CRUX AVE SPES UNICA PIIS ADAUGE GRATIAM”: “Salve, o Croce, unica speranza, accresci ai devoti la grazia”.

La chiesa di Santa Maria Maddalena è composta da un’unica navata, con sei deliziose cappelle laterali. Sopra, la cupola di raffinata bellezza, attribuita a Carlo Fontana, in cui sono affrescate la gloria della Santissima Trinità, la Vergine Maria e i Santi. E poi, vi è lo splendido organo del Settecento, situato nella controfacciata, decorato in oro e figure di stucco. Sopra l’altare maggiore, campeggia un grande quadro di santa Maria Maddalena in preghiera e la croce camilliana portata in cielo dagli angeli, opera del giovanissimo artista Michele Rocca. Le pareti, in alto, presentano sei statue che raffigurano le virtù della buona Confessione: Humilis, Secreta, Simplex, Verecunda, Fidelis, Lacrymabilis.

Il tutto, in questa chiesa, è un’armonia che cattura l’anima, per condurla verso le vette del Cielo; colori e forme raccontano la bellezza di essere cristiani. Ma, oltre a questi tesori artistici, la chiesa conserva - nell’annesso museo della casa generalizia dei Camilliani - preziose reliquie e oggetti quotidiani appartenuti a san Camillo de Lellis: un vero e proprio forziere di ricordi. All’interno delle vetrine della Sala Capitolare si possono ammirare documenti di grande importanza storica, manoscritti, dipinti e numerose suppellettili religiose. Di grande rilievo, e collocato nel nuovo spazio espositivo del museo, è il bellissimo dipinto di Sebastiano Conca raffigurante san Camillo che assiste gli ammalati al Colosseo. Fra gli oggetti di uso quotidiano di padre Camillo troviamo: il Crocifisso ligneo da tavolo; il suo abito religioso, nero, con l’inconfondibile croce rossa sul petto; alcune bende utilizzate per fasciare la piaga della sua caviglia ulcerata; il calice e una ciotola usata per celebrare l’Eucarestia. Ma, sicuramente, il tesoro più prezioso è la reliquia del suo cuore, conservata nella stessa stanza dove il 14 luglio del 1614 il santo lasciò la terra per volare in Paradiso.

Essendo entrato un Padre [P. Ottavio Pace] nella Infermaria, vidde ch‘esso Camillo senza parlare, ma solamente mirando fisso al quadro del suo Crocifisso, faceva segni con gli occhi, e con tutto il volto di parlar con lui, et essendosi accorto d‘esser visto, subito cessò, rasserenandosi nel volto. Quando sonò l‘Ave Maria di mezzo giorno, egli salutò la Beata Vergine; nonostante, che la sua lingua fosse tanto asciutta, ch‘appena la potesse muovere”. Così viene raccontata la morte del santo dallo storico camilliano, padre Sanzio Cicatelli, nella sua famosa agiografia del 1615.

Ma lo sguardo di san Camillo non si è rivolto solo in quell’istante alla Croce. La sua missione, la sua esperienza di vita, la sua spiritualità sono state sempre rivolte a quel signum che contraddistingue il Cristianesimo, tanto da farlo divenire il simbolo dello stesso ordine religioso da lui fondato, l’Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi, detti più comunemente Camilliani: una croce rossa in campo nero. E sempre a quel Crocifisso ha voluto volgere lo sguardo nel momento della redazione del suo testamento: “Lascio a Gesù Cristo crocifisso tutto me stesso, e confido che per sua pura bontà e misericordia mi accoglierà, benché io sia indegno di essere ricevuto da così grande Maestà Divina, come già una volta qual buon padre, accolse il suo figlio prodigo”.

Termini costanti, dunque, nella sua vita: “Croce” e “Cristo crocifisso”. E, proprio sull’altare di una cappellina intitolata al santo, è conservato il Crocifisso di legno di pino - realizzato da autore ignoto - che san Camillo trovò nell’ospedale di San Giacomo degli Incurabili (dove prestava servizio come infermiere) e che custodì gelosamente, portandolo con sé, quando lasciò quel luogo. In questi giorni così particolari, di memoria, la Croce è stata disposta nella prima cappellina laterale di sinistra rispetto all’altare maggiore; gli occhi del Cristo ligneo volgono verso la navata centrale. Quel Crocifisso è lo stesso che parlò a san Camillo e che reca con sé una delle storie più affascinanti della biografia del santo.

Insieme ai primi compagni, san Camillo era solito riunirsi a pregare in una saletta dell’ospedale San Giacomo dove era custodito questo Crocifisso. Ma, “non molto tempo dopo che loro havevano cosi incominciato a congregarsi (fusse pure per grand’invidia del Demonio ch’antevedendo il frutto grande che poteva da quella radunanza riuscire volesse subito spiantargli, overo avenisse pure per gran providenza d’Iddio ch’a piu alti pensieri, et à maggiore impresa gli chiamasse) occorse ch’un certo huomo maligno del istesso Hospidale sdegnato che Camillo non havesse chiamato anche lui all’Oratorio disse a’ Signori Guardiani non so che falsità di loro, mettendogli in sospetto quella lor radunanza come aspirasse ad impadronirsi del Hospidale. Del che ingelositi quei Signori havendo fatto chiamar Camillo come capo de gli altri, et inventore di quella novità, gli prohibirono espressamente che mai più non si congregassero insieme. Ordinandogli ancora che dismettessero subito l’Oratorio facendone levare alhora il Crocifisso con dirgli che volendo essi far oratione andassero alle Chiese delle quali dicevano esserne molte in Roma” (Padre Sanzio Cicatelli, Vita del Padre Camillo de Lellis, 1615).

Camillo rimase molto turbato da questo episodio, tanto da dubitare della sua missione. Ma Cristo stesso gli venne in soccorso: quella stessa notte, san Camillo sognò che Cristo si staccava dalla croce e, andandogli incontro, gli diceva queste parole: “Non temere pusillanime, continua, perché questa non è opera tua, ma opera mia!”.

 

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