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ideologia

Rowling vs Amnesty, rimossa la lista dei gruppi sgraditi ai trans

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Colpevole di sostenere solo donne e non le varie versioni arcobaleno, anche il centro di sostegno fondato dalla scrittrice inglese per le vittime di violenze era bollato come «anti-diritti» nel rapporto pubblicato e poi ritirato dalla celebre Ong. Riflettori accesi su una querelle che mostra quali sono i veri diritti negati: quelli di chi non si adegua ai dettami LGBT.

Attualità 17_07_2026

Beira’s Place, il centro di sostegno per donne sopravvissute a violenze sessuali, fondato da J.K. Rowling, è finito nel mirino di Amnesty International UK. L’Ong impegnata nella difesa dei diritti umani l’ha inserito nella lista nera dei «movimenti anti-diritti» perché si occupa solo di donne, e non anche di trans. Il rapporto intitolato A Growing Threat – the Anti-Rights Movement in the UK, pubblicato l'8 luglio, incasellava, infatti, il Beira’s Place e oltre cento altre realtà associative come «ramificazioni» del cosiddetto movimento gender critical (la corrente di pensiero secondo cui il sesso biologico è immutabile e fondamentale per definire le categorie di uomo e donna).

Senza perdere un attimo, i legali di Beira’s Place hanno infiammato la stampa inglese notificando ad Amnesty una diffida perentoria, pretendendo pubbliche scuse da collocare in assoluta evidenza sulla home page del sito ufficiale. Ed Amnesty, nel giro di appena dodici ore, ha oscurato temporaneamente il dossier dal proprio portale web. L’organizzazione umanitaria ha successivamente annunciato l’avvio di un’indagine interna, senza tuttavia chiarire se tale rimozione si tradurrà in un’esclusione permanente del centro dal rapporto. È la Rowling che ha dato enfasi alla vicenda e sta mantenendo viva la querelle scagliandosi contro il dossier e accusando l’Ong di voler subdolamente far passare l’idea che esistano gruppi di cittadini indegni di vedersi riconosciuti i propri diritti fondamentali, cioè quelli che non sposano i dettami LGBT. 

La controversia ha riacceso, così, i riflettori su uno dei conflitti più aspri e polarizzanti della storia recente del Regno Unito: la rivendicazione delle persone transgender di accedere e occupare i medesimi spazi e servizi a esclusivo beneficio delle donne biologiche. E da giorni la stampa britannica è letteralmente travolta da un serrato scontro tra accaniti detrattori e sostenitori della causa.

Beira’s Place opera come un presidio altamente specializzato, attivo a Edimburgo e nella regione del Lothian, ed è strutturato per accogliere unicamente donne che abbiano subito violenze o stupri. Fondato dalla celebre scrittrice nel 2022, il centro rivendica la propria natura di spazio rigorosamente riservato al sesso femminile, agendo in assoluta aderenza alle prerogative e alle tutele previste dall’Equality Act 2010. Ma nel Regno Unito, per l’opinione pubblica, non è ancora bene chiaro chi siano le donne, da qui il casus belli. 

La creatrice della saga di Harry Potter si è imposta negli ultimi anni come una delle voci più autorevoli, e sistematicamente bersagliate, nel panorama intellettuale britannico per la salvaguardia dei diritti ancorati al “sesso biologico”. Rowling difende con ostinazione l’assunto che gli spazi e i servizi (i bagni pubblici!) destinati alle donne debbano essere tracciati in base al sesso anatomico registrato alla nascita, e non sull’autopercezione dell’identità di genere. Qualche anno fa, gli attivisti LGBT+ hanno persino tentato, invano, di spingere le forze dell’ordine ad arrestare la scrittrice per l’accusa di “misgendering”, dopo aver pubblicamente definito India Willoughby, una personalità televisiva transgender, un maschio. Negli anni, al coro di chi obietta che le donne transgender siano donne a tutti gli effetti, e che qualunque distinguo ne disintegri l’identità e la dignità, s’è unita anche l’Onu, che scese in campo contro J.K. Rowling, tacciata di transfobia per una serie di post su X e per un successivo saggio in cui ribadiva che solo il sesso biologico possiede una consistenza oggettiva e reale.

La Rowling, a sua volta sopravvissuta a esperienze di violenze domestiche, ha poi concepito e finanziato la nascita del Beira’s Place in seguito alle accese polemiche che avevano travolto il Rape Crisis Centre di Edimburgo, all’epoca diretto da una donna transgender.  È in questo solco che si inserisce il controverso rapporto con cui Amnesty International ha voluto denunciare quello che ritiene essere «il progressivo e preoccupante arretramento dei diritti LGBT+» oltremanica, imputandone la responsabilità anche alla mancata riforma della legislazione sul riconoscimento di genere, al trattamento riservato ai richiedenti asilo LGBT e alle ripercussioni della pronuncia della Corte Suprema del Regno Unito sul caso For Women Scotland.

Sotto la scure del dossier di Amnesty è finita così anche For Women Scotland, l’associazione che ha condotto e vinto una serie di storiche battaglie giudiziarie contro l’esecutivo scozzese e in particolare una: la sentenza secondo cui, ai fini della legislazione in materia di pari opportunità, il termine “donna” si riferisce al sesso biologico, e non anche gli uomini che si definiscono donne.
Scorrendo il novero delle 117 realtà all’indice dei cattivi redatto da Amnesty, si scopre che nessuna associazione di matrice islamica è menzionata. Nessuna. Al contrario, il documento fa piazza pulita delle realtà cattoliche, inserendo nell’elenco di proscrizione dalla Conferenza dei Vescovi cattolici d’Inghilterra e Galles alla Catholic Medical Association, fino alla storica testata giornalistica Catholic Herald.

E pensare che Amnesty International nasce nel 1961, quando l’avvocato Peter Benenson lamentava sulle colonne dell’Observer che bastava sfogliare un qualunque giornale per imbattersi quotidianamente nella storia di un uomo imprigionato, torturato o ucciso soltanto perché le sue idee erano sgradite al potere costituito. La missione originaria che Benenson impresse alla sua creatura era di una semplicità disarmante: adottare i prigionieri politici. E lo fecero, in particolare dal blocco sovietico. 
Non è ancora ben chiaro come sia avvenuto il passaggio dal difendere la vita e la libertà dei dissidenti di coscienza al perorare il diritto degli uomini di accedere alle toilette femminili.

A completare il quadro di contraddizioni, proprio questa settimana l’ex segretario generale di Amnesty International, Irene Khan, è stata designata ambasciatrice speciale delle Nazioni Unite per il Bangladesh: un Paese che punisce severamente le opinioni considerate offensive nei confronti della religione islamica, mantiene in vigore la criminalizzazione dell’omosessualità e applica norme discriminatorie verso le donne all’interno del diritto di famiglia. E non sa cosa siano i bagni trans.



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