• IL LIBRO

Rosario Livatino, un giudice come Dio comanda

Domani, domenica 9 maggio, è in programma la cerimonia di beatificazione del giudice Rosario Livatino, ucciso in odium fidei il 21 settembre 1990 da quattro uomini della Stidda. Una figura straordinaria, che alla professionalità unì una grande fede, come spiega il libro “Un giudice come Dio comanda” (Il Timone), a firma di Alfredo Mantovano, Domenico Airoma e Mauro Ronco.

È il primo magistrato in epoca moderna a essere beatificato, con la cerimonia che si terrà domani, domenica 9 maggio 2021, nella cattedrale di Agrigento e che sarà presieduta dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle cause dei santi: parliamo del “giudice giusto”, del “giudice giovane” Rosario Livatino. Ucciso in odium fidei il 21 settembre 1990, mentre dalla sua residenza a Canicattì si recava al lavoro ad Agrigento percorrendo la strada statale n. 640, aveva solo 38 anni, eppure - come si legge nel Decreto sul suo martirio autorizzato da papa Francesco il 21 dicembre 2020 - era già finito sotto l’occhio dei gruppi mafiosi “emergenti” del suo territorio a causa della «[…] sua nota dirittura morale per quanto riguarda l’esercizio della giustizia, radicata nella fede. […] Dai persecutori, il Servo di Dio era ritenuto inavvicinabile, irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante».

Di questa straordinaria figura, ancora poco nota e in parte incompresa, tratta il libro Un giudice come Dio comanda - Rosario Livatino, la toga e il martirio a firma di Alfredo Mantovano, Domenico Airoma e Mauro Ronco (Il Timone, 14 euro), rispettivamente vicepresidenti e presidente del Centro Studi Livatino.

Chi era l’uomo e il magistrato Livatino? In quale contesto storico, sociale e legislativo si trovò a operare? In cosa si distingue da figure maggiormente note quando si parla di contrasto alla mafia, come i magistrati palermitani Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, entrambi a loro volta uccisi nel 1992? Ancora: come traduceva la fede nell’ordinarietà della sua vita lavorativa e privata? E cosa può insegnarci oggi questo magistrato fuori dal “sistema”? Sono questi solo alcuni degli interrogativi che i tre autori vanno a sciogliere in Un giudice come Dio comanda, peraltro facendo largo riferimento alle sentenze di merito, divenute definitive, pronunciate nei tre tronconi processuali relativi al suo omicidio.

Livatino era una persona riservata ma nel contempo disponibile, era un lavoratore instancabile, preciso e attento fin nei minimi dettagli, che non ha mai fatto un “copia e incolla”, ed era un fine conoscitore della legge, che applicava con rigore, pur nel rispetto delle persone che era chiamato a giudicare. Un uomo che poneva la propria coscienza Sub tutela Dei, come ben si comprende dalla frase che annotò sulla propria agenda il 18 luglio 1978, a soli 26 anni, giorno del suo ingresso in magistratura: «Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige». E questo mettersi al servizio di Dio, tramite la giustizia, lo portò già in vita a sacrificarsi in prima persona: su tutto, nella scelta di non mettere su famiglia, ma anche nel non volere la scorta, decisioni entrambe fondamentalmente prese per non mettere in pericolo altre vite umane, assieme alla propria.

Ed è stata proprio la sua coerenza nel giudicare, il suo porsi sotto il Padre anziché sotto un padrino, il suo essere fuori dal “sistema”, così come la scelta di non tutelarsi a livello personale, pur in un contesto che vedeva il quadro normativo di contrasto alla mafia ancora agli albori (per esempio con l’assenza dei cosiddetti “pentiti” o del “carcere duro”, 41 bis, per i mafiosi) e in un clima geografico e sociale che lo vedeva esprimere sentenze anche nei confronti dei mafiosi suoi compaesani, a determinare la scelta degli “emergenti” della “Stidda” di Canicattì di commissionare alla “Stidda” di Palma di Montechiaro la sua uccisione. Un delitto che va ben oltre la vendetta per una sentenza pronunciata da Livatino; un delitto compiuto con efferatezza da ben quattro killer, che è stato sfruttato dalla “Stidda” anche per dare un segnale della propria potenza da un lato allo Stato e dall’altra alla contrapposta organizzazione mafiosa “Cosa nostra”; e un delitto compiuto, come si diceva, in odium fidei, che in occasione della beatificazione ci porta a guardare a una figura che al giorno d’oggi ha molto da insegnare, a magistrati e non.