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Risarcita per aborto, ma dietro c’è l’inganno dell’autodeterminazione

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Una clinica del Nuovo Messico è stata condannata dal tribunale a versare a una donna e all’eredità di un bambino abortito 200 mila dollari. Il tribunale ha riconosciuto che quel bambino era persona. Ma lo ha fatto solo per regole procedurali, perché mancava il consenso della donna all’aborto.

Vita e bioetica 06_10_2026

Nell’aborto è sempre la donna ad essere al centro, non il bambino. Anche nel caso in cui un aborto venga risarcito. Siamo nel Nuovo Messico (USA). Nel 2020 una donna si reca nella clinica Southwestern Women’s Options per abortire il suo bambino alla 26^ settimana di gestazione. Arrivata in clinica, la donna è con piena evidenza sotto effetto di sostanze psicotrope, ossia di metanfetamina, come si appurerà dopo. Però la clinica decide ugualmente di praticare l’aborto seppur fosse evidente a tutti che la donna non fosse in grado di prestare un consenso informato valido.

Quest’ultima trascina in tribunale la clinica e così arriviamo ai giorni nostri. Il 14 settembre scorso, un tribunale statale del Nuovo Messico, nella causa Wabbington v. Boyd, ha archiviato il caso perché le parti sono arrivate ad una transazione per morte ingiusta. La clinica dovrà versare complessivamente alla donna e agli eredi del bambino 200 mila dollari. Infatti il nascituro, secondo il tribunale, era persona e quindi la sua morte è degna di risarcimento a favore degli eredi. È la prima volta negli States che un medico che ha praticato un aborto viene condannato a risarcire i danni per morte ingiusta. L’ingiustizia della morte non sta nell’aborto in se stesso – lo Stato del Nuovo Messico infatti lo permette – ma nel fatto che è stato praticato senza consenso della madre. Quindi è stato un aborto praticato con negligenza, al pari di qualsiasi altra operazione chirurgica eseguita senza la dovuta diligenza. Sul piano giuridico questa transazione conferma che nel Nuovo Messico, come in tutti gli Stati in cui è permesso abortire, l’aborto è legittimo – al pari di una appendicectomia – ma può diventare illegittimo se non si rispettano mere regole procedurali.

L’avvocato della donna ha voluto mettere in evidenza un’apparente contraddizione: nel Nuovo Messico «puoi ottenere un risarcimento per la morte di un bambino non nato, ma puoi comunque ucciderlo». È una contraddizione per il buonsenso, ma non è tale se ci caliamo nella prospettiva giuridica interna. La vertenza era di carattere civile, ma sul piano penale la mancanza del consenso della madre avrebbe dovuto configurare omicidio con dolo. Ciò a significare che il bambino diventa persona solo è voluto dalla madre e questa quindi non ricorrerebbe mai all’aborto. In tale caso, se tu medico lo uccidi compi un omicidio e, mancando il consenso, provochi una morte ingiusta risarcibile in sede civile. Se invece la madre non lo vuole, il nascituro non è persona ma solo un grumo di cellule e dunque abortire non configura omicidio.

Questo pronunciamento giudiziario è stato salutato da molti siti pro-life e cattolici come una vittoria, ma vittoria non è, anzi è una sconfitta perché conferma la logica abortista: senza il consenso l’aborto è illecito e dunque va risarcito, con il consenso l’aborto è lecito. Ma va da sé che il bambino è sempre persona, con o senza il riconoscimento della madre, e quindi abortirlo configura sempre un omicidio.

Il principio volontaristico capace di trasformare magicamente un organismo in persona è però applicato in modo schizofrenico. Se la donna può decidere se porta in grembo una persona o una non persona, perché non può esercitare questo stesso potere anche dopo la nascita? Perché la donna può decidere della soppressione del figlio solo fino alla nascita e non anche dopo ricorrendo alle stesse motivazioni addotte per abortire: versa in condizioni economiche tali che sarebbe difficoltoso crescerlo; il padre l’ha abbandonata; il figlio le crea disagio psicologico; si scoprono patologie più o meno gravi del bambino? Quindi quei 200 mila dollari non celebrano prima di tutto l’identità personale di quel povero bambino, ma l’autodeterminazione della donna, vero cardine del fenomeno abortivo. Se sua madre non lo avesse voluto, quella vita sarebbe valsa zero dollari.