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Riprendiamoci i nostri figli (per il bene di tutti)

La cultura odierna ha eliminato l’autorità genitoriale e il valore della tradizione, trasformando i giovani nei migliori consumatori sul mercato. Dal Sessantotto in poi non sono più i padri a dettare il tono e lo stile, ma i figli, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Su questi temi si sofferma l’interessante saggio “Riprendiamoci i nostri figli”, di Antonio Polito

Un tempo era universalmente riconosciuto il valore della tradizione. Negli ultimi decenni è avvenuto un fatto inedito: una generazione si è rifiutata di consegnare alla successiva quello che i padri e i nonni avevano loro consegnato. I figli crescono oggi in un clima culturale che dà per scontati la bontà della natura, la sacralità della spontaneità o, meglio, dello spontaneismo (la tendenza a voler sembrare spontanei ad ogni costo), il rifiuto dell’autorità dei padri, eliminata la quale finalmente si potrà crescere ed essere davvero se stessi.

«L’imperativo del tempo», scrive Antonio Polito nell’interessante saggio Riprendiamoci i nostri figli (Marsilio Editori), «ci dice esattamente di interrompere la catena di trasmissione tra le generazioni, come catena presunta di vera e autentica libertà».

Strutturato come un viaggio nella solitudine dei genitori, il libro presenta dodici tappe, come una moderna via crucis: la condizione dei giovani italiani, peggiore che nel resto d’Europa (l’Italia detiene il record dei Neet, giovani che non studiano, non lavorano, non svolgono formazione), il rimprovero che è divenuto ormai intollerabile per i figli, la lingua usata in modo virale (non più in base a regole, ma specchio di un pensiero emotivo), la libertà di consumare («mai in precedenza i minorenni erano stati tanto numerosi e tanto attivi, e dunque così corteggiati»), la presenza dello smartphone e dell’iPhone (che fa entrare in tasca il mondo alla nuova generazione rendendola «più anarchica e più conformista allo stesso tempo»), la sinergia tra le idee pericolose e la possibilità di diffonderle (oggi esiste, ad esempio, la possibilità «di nascondersi dietro un nickname e da lì colpire indisturbati»), la cultura dello sballo, la condizione drammatica dei genitori che può perfino peggiorare quando chiedono aiuto («per esempio se si rivolgono ad uno psicologo»), la difficoltà della stessa Chiesa «a trasmettere i propri valori alle generazioni più giovani», la crisi della politica, lo scontro tra diritto naturale e diritto positivo, gli errori commessi dai genitori.

Lo spontaneismo «disancorato da ogni autorità e tradizione» trasforma i giovani nei migliori consumatori sul mercato. Dal Sessantotto in poi non sono più i padri a dettare il tono e lo stile, ma i figli: per la prima volta sono i genitori che devono assomigliare ai figli, imitarli, seguire le mode e le tendenze giovanilistiche.

Se in altre epoche i giovani facevano di tutto per diventare adulti il più presto possibile, il nostro è invece un tempo in cui gli adulti fanno di tutto per restare sempre giovani (Polito).

Diventare adulti comporta scelte e responsabilità, rimanere giovani permette di differire l’assunzione di compiti e di dilazionare le decisioni. La maturità si configura come risposta alla vocazione, alla chiamata, al compito che nella realtà ci viene assegnato. L’uomo scopre così di essere una persona, non un individuo: persona, perché, come descrive un possibile etimo della parola (per e sono), risuona (quindi si compie e si conosce) nel rapporto con gli altri, non individuo, ovvero uomo considerato esclusivamente nella sua singolarità. 

La nostra epoca propone il modello del giovanilismo e dell’eterna adolescenza improntata ad una dimensione edonistica e gaudente. Rifiutato il rapporto responsabile con un altro, l’io si chiude in un rapporto narcisistico con se stesso. Nel mito, Narciso vide la propria immagine riflessa nell’acqua e s’innamorò di quella, ignaro che fosse la sua stessa immagine. Nell’acqua trovò la morte. L’atteggiamento narcisistico ben descrive l’uomo contemporaneo tutto proteso all’ammirazione e all’amore di sé. Il mito di Narciso anticipa il destino di distruzione e di morte che attende un uomo e una civiltà che siano in maniera egocentrica e autoreferenziale incapaci di riversare l’amore sugli altri.

Esistono ancora genitori che educano o che vogliono educare, ma sono, per lo più, rimasti soli:

Nessun limite, nessun obbligo che provenga dalla famiglia trova più una legittimazione nel mondo di fuori. Noi diciamo ai nostri figli di studiare e la scuola li promuove anche se non studiano. Noi ci raccomandiamo di non fare uso di droghe e le star dei social sdoganano lo spinello libero (Polito).

I genitori possono aspirare ad un’unica forma di legittimazione, quella che proviene dal consenso dei figli, concesso solo nei confronti dell’accondiscendenza, del permissivismo.

Tutte le agenzie educative, dalla scuola alla Chiesa, dalla politica ai media, si sono ritirate dalla lotta e hanno accettato la disruption (ovvero la rottura, la spaccatura). A parlare della disfatta educativa, della condizione giovanile non sono più gli educatori, gli insegnanti, i preti, ma gli psicologi, come a voler colpevolizzare i genitori dinanzi ai figli.

La cultura odierna ha eliminato l’autorità genitoriale con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti: aggressività o cieca violenza, senso di sfiducia e di autostima, perdita dell’idea di autorità, incapacità di diventare papà o mamme e di creare una famiglia, assenza del senso del limite e del senso del sacrificio con conseguente inadeguatezza di fronte alle sconfitte e alle frustrazioni, atteggiamenti nevrotici o psicotici. Quale può essere la via per uscire da questa situazione? Che cosa occorre?

In primis a padri e madri bisognerebbe dire:

non credete più a chi vi colpevolizza, riprendetevi i vostri figli, ribellatevi a chi sta alienando la vostra potestà, credete di nuovo possibile la vostra missione. Servirebbe una Santa Alleanza tra genitori e insegnanti, insegnanti, idoli del pop, stelle dello sport, per rilanciare il tema dell’educazione come la prima e vera emergenza nazionale, da cui dipendono tutte le altre; perché è nella disruption della famiglia che affondano le radici della nostra crisi. Dovremmo sottoporre a una critica di massa la cultura del narcisismo (Polito).

Dovremmo smetterla di sentire «con un sorriso compiacente» canzoni che inneggiano all’edonismo come unica via nel rifiuto di ogni sacrificio e responsabilità (il parterre musicale offre un panorama molto variegato ed eterogeneo che presenta il fil rouge dell’evasione dal quotidiano e del becero assaporamento dell’istante, perché di nulla si può essere certi).

In secondo luogo è

onesto fare un po’ di autocritica, guardarci allo specchio. Anche la famiglia […] ha commesso gravi errori, cedendo troppo allo spirito del tempo, accettando un clima culturale che non la considera più la principale agenzia di formazione dei giovani. E sono spesso i genitori a importare nelle loro famiglie le idee e gli stili di vita che ne minano il ruolo (Polito).

Infine, e questa è la questione fondamentale, rifacendosi al saggio La bellezza disarmata di don Julian Carron e a Il rischio educativo di don Luigi Giussani, Polito richiama l’urgenza di una proposta educativa: ai nostri giovani «serve una proposta vivente, un testimone o […] un’autorità, cioè qualcuno che fa crescere, che genera con la sua presenza» (Julian Carron).

L’esperienza dell’autorità

sorge in noi come incontro con una persona ricca di coscienza della realtà. Così che essa si impone come rivelatrice, ci genera novità, stupore, rispetto.  […] L’esperienza dell’autorità richiama infatti l’esperienza più o meno chiara della nostra indigenza e del nostro limite. Ciò porta a seguirla e a farci suoi discepoli (Luigi Giussani, Il rischio educativo).

Se gli adulti, i genitori sono lasciati soli dinanzi all’affascinante e drammatico compito dell’educazione dei figli, i giovani si trovano quasi sempre senza adulti che vogliano stare con loro e impegnarsi in un cammino, senza esempi positivi, senza testimoni e maestri: sono corteggiati da troppi idoli, da troppi guru e falsi maestri, che non sono portatori di vera speranza, ma di disperazione.

A noi tutti, figli e genitori, occorre un luogo che ci prenda sul serio, che prenda sul serio le nostre domande, i nostri bisogni, il nostro desiderio di compimento. In un luogo si cresce animati dalla speranza nella certezza che si può camminare anche quando la luce è fioca. Perché insieme, per mano, non si cade e se si cade qualcuno ci aiuta a rialzarci.