a cura di Anna Bono
  • Rifugiati

Rimandata di un anno la chiusura dei campi profughi in Kenya

L’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, spesso porta i paesi africani a esempio di generosa accoglienza nei confronti dei rifugiati. Certo non è il caso del Kenya che dimostra per quelli ospitati nei suoi grandi campi profughi di Kakuma e Dadaab insensibilità e incuria. Il 24 marzo il governo kenyano aveva annunciato che entro due settimane avrebbe chiuso entrambi i campi che ospitano più di 414.000 persone, in gran parte di nazionalità somala. Aveva dato all’Unhcr 14 giorni di tempo per organizzare il rimpatrio o il trasferimento di tutti i rifugiati in altri stati disposti a ospitarli. “Questa volta non c’è spazio per ulteriori trattative e negoziati” aveva detto il ministro dell’Interno Fred Matiang’i, riferendosi al fatto che dal 2016 il Kenya ha più volte deciso e revocato la chiusura dei campi. Invece anche questa volta, scaduti i termini, i campi non sono stati chiusi perché è intervenuta l’Alta Corte del Kenya a proibirlo. Si può solo immaginare lo stato d’animo dei rifugiati ancora una volta lasciati nell’estrema incertezza del loro destino. Poi il 26 aprile il governo, dopo aver incontrato l’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi, ha deciso che i campi sarebbero rimasti aperti. “Il Kenya non chiuderà i campi – ha dichiarato Grandi – continuerà a offrire ospitalità, ma chiede comprensibilmente piani per l’avvenire. I colloqui continuano”. Infine, il 30 aprile, il ministro dell’Interno ha annunciato che i due campi chiuderanno il 30 giugno 2022. L’evacuazione dei rifugiati, rimpatriati, riallocati o forniti di permessi di soggiorno per motivi di lavoro, avrà inizio il 5 maggio 2022. È da più di 30 anni che il Kenya ospita dei rifugiati, non è più in grado di assicurare loro standard minimi di esistenza – sostengono le autorità del paese – e inoltre i campi pongono seri problemi di sicurezza perché c’è la prova che alcuni degli attentati messi a segno in Kenya dai jihadisti somali al Shabaab sono stati progettati al loro interno. Finora in realtà la minaccia di chiudere i campi è stata usata dal Kenya per rinegoziare i contributi dell’Unhcr, i suoi finanziamenti.