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Riaperto il caso Daniel Pearl. Prova di nervi per Biden e il Pakistan

Un primo test per la politica estera di Biden, nei rapporti con i suoi alleati più difficili: la settimana scorsa, in Pakistan, la Corte Suprema ha liberato i rapitori del giornalista ebreo americano Daniel Pearl, decapitato nel febbraio 2002 a Karachi. 

Omar Sheikh

Un primo test per la politica estera di Biden, nei rapporti con i suoi alleati più difficili: la settimana scorsa, in Pakistan, la Corte Suprema ha liberato i rapitori del giornalista ebreo americano Daniel Pearl, decapitato nel febbraio 2002 a Karachi. Non si tratta solo di un vecchio caso, ma di una ferita che si è riaperta che ora metterà alla prova sia il governo pakistano di Imran Khan che la nuova amministrazione democratica americana.

L’omicidio di Pearl suscitò emozioni fortissime perché fu compiuto da Al Qaeda a pochi mesi dagli attacchi dell’11 settembre. Prima che le decapitazioni dei prigionieri da parte dei jihadisti, filmate e pubblicate online, diventassero una tragica e crudele consuetudine, nel febbraio del 2002 il video dell’assassinio del giornalista aveva scioccato il mondo per la sua crudeltà. Daniel Pearl, caporedattore per l’Asia meridionale del Wall Street Journal, sposato da due anni con la collega francese Mariane, incinta al quinto mese, era in Pakistan dalla fine del 2001. Stava indagando sulla rete di jihadisti nel Paese, coinvolta negli attacchi dell’11 settembre e nella successiva guerra in Afghanistan.

L’indagine di Pearl era ricchissima di spunti. Il Pakistan, guidato dal generale Parvez Musharraf, era ufficialmente il principale alleato degli Usa nella lotta al terrorismo, ma le regioni tribali del Nord del Paese erano di fatto la principale retrovia dei Talebani. Pearl indagava sulle connessioni fra le organizzazioni jihadiste pakistane, i Talebani e Al Qaeda. Evidentemente aveva già scoperto “troppo”, perché nel gennaio 2002 venne attirato in una trappola, a Karachi, dove fu rapito. Avrebbe dovuto intervistare un imam radicale (che poi si scoprì essere estraneo ai fatti), ma invece di incontrare lui, fu sequestrato da una banda di terroristi qaedisti, capeggiata da Ahmed Omar Saeed Sheikh, cittadino britannico-pakistano, radicalizzatosi negli anni 90, già autore del rapimento di turisti occidentali nel Kashmir nel 1994. Per quel primo episodio, Sheikh era stato incarcerato in India nel 1994, ma era stato liberato cinque anni dopo, in uno scambio di prigionieri con i Talebani.

La banda di Omar Sheikh non condusse alcuna reale trattativa. Presentandosi come un movimento di liberazione nazionale, inviò messaggi al quotidiano Washington Post con richieste politiche molto ambiziose, come la liberazione dei sospetti terroristi imprigionati a Guantanamo. La decapitazione, filmata, effettuata dopo aver ottenuto una lunga dichiarazione del prigioniero (che si disse ebreo, già una colpa agli occhi dei jihadisti), avvenne pochi giorni dopo questi primi contatti. Lo scopo, dunque, era quello di uccidere, non di ricattare.

Le autorità pakistane arrivarono molto in fretta ai colpevoli e li arrestarono. Omar Sheikh venne condannato a morte nel giugno 2002, per rapimento, terrorismo e omicidio. Al momento della sentenza, il colpevole si fece vedere molto sicuro di sé e convinto che la pena capitale non sarebbe mai stata eseguita. Perché “questa è una guerra decisiva fra l’islam e gli infedeli – disse allora – e tutti devono dimostrare da quale parte stanno”. In effetti, dal suo punto di vista aveva ragione: la sentenza capitale non venne mai eseguita. E nell’aprile 2020 venne assolto dalle accuse più pesanti. Il tribunale che ha riesaminato il caso ha prosciolto Omar Sheikh dalle accuse di omicidio e terrorismo, confermando quella di rapimento (ma non ai fini di estorsione), riducendo la pena a 6 anni di carcere, già ampiamente scontati. Ha dunque disposto l’immediata scarcerazione di Omar Sheikh e due suoi complici. Tuttavia la famiglia Pearl e il governo pakistano stesso sono ricorsi in appello presso la Corte Suprema. Ma il massimo organo giudiziario pakistano ha confermato la sentenza di assoluzione e disposto la liberazione di tutti gli uomini coinvolti nel caso Pearl.

Per quale motivo? La Corte Suprema non ha ancora pubblicato le sue motivazioni, ma il tribunale che ha spiccato la sentenza di doppia assoluzione ritiene che non vi fossero prove sufficienti. Parrebbe aver tenuto conto anche di un’altra confessione: Khalid Sheikh Mohammed, tuttora considerato la mente dell’11 settembre, era stato catturato dagli americani e interrogato (e torturato con il waterboarding) a Guantanamo, dove aveva confessato, fra le altre cose, di essere lui ad aver materialmente decapitato Daniel Pearl. Tuttavia ciò non scagionerebbe affatto Omar Sheikh che resta il principale sospettato di aver organizzato e condotto il rapimento e l’assassinio del giornalista. Gli americani, che hanno condotto una loro indagine, ne sono assolutamente certi.

Ma dopo l'assoluzione confermata dalla Corte Suprema, sono poche le vie legali che restano a disposizione della famiglia Pearl per ottenere giustizia. La palla passa alla diplomazia e alla politica. La nuova amministrazione Biden, che si ritrova alle prese con questo caso difficile proprio nei giorni del suo insediamento, chiede l’estradizione di Omar Sheikh, per processarlo negli Usa. Ma è difficile che l’ottenga: secondo i legali del rapitore (perché tale è ancora, anche agli occhi della giustizia pakistana) un’estradizione sarebbe illegale, soprattutto dopo una sentenza del massimo organo giudiziario del Paese. La via politica è più concreta: il governo pakistano ha chiesto alla Corte di rivedere la sentenza e nel frattempo sta tenendo Omar Sheikh in carcere. “Faremo tutti gli sforzi possibili per non farlo uscire dal carcere e perché la sentenza sia ritirata”, ha dichiarato il procuratore generale del Pakistan.

Oltre che per l'amministrazione Biden, questo è un test importante anche per il Pakistan, che vuole liberarsi dell’immagine nefasta di governo che fa il doppio gioco con i terroristi.