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Regionali, per Renzi cinque scenari e un "aiutino"

Il test elettorale di domenica prossima in sette Regioni e in una serie di grandi e piccoli Comuni rischia di avere pesanti contraccolpi sulla tenuta del quadro politico nazionale. Che cosa c’è in palio? Ufficialmente municipi e Regioni, in realtà il futuro dei partiti, delle coalizioni e della legislatura.

Il premier Matteo Renzi

Le Regioni contano sempre meno e alcune di esse andrebbero certamente riaccorpate secondo logiche territoriali, geomorfologiche e socio-economiche nuove. Tuttavia, il test elettorale di domenica prossima rischia di avere pesanti contraccolpi sulla tenuta del quadro politico nazionale. Alle urne sono chiamati i cittadini di sette regioni e di una serie di grandi e piccoli Comuni, complessivamente 23 milioni di aventi diritto, pari al 40% dell’elettorato italiano. Che cosa c’è in palio? Ufficialmente la guida di alcuni importanti municipi e di sette amministrazioni regionali. In realtà il futuro dei partiti, delle coalizioni e della legislatura.

Il premier negli ultimi giorni sta girando in lungo e in largo il Paese, con una particolare attenzione per le Regioni a rischio sconfitta per il centrosinistra, vale a dire Veneto, Liguria e Campania. I precedenti non gli consentono, infatti, di dormire sonni tranquilli. Nel 2000 D’Alema si dimise da Palazzo Chigi (gli subentrò Giuliano Amato) a causa della cocente sconfitta alle regionali del Lazio (vittoria di Francesco Storace, del centrodestra). Nel 2009 Veltroni fu costretto a lasciare la segreteria nazionale del Pd (era stato eletto nel 2007 con le primarie, conquistando una maggioranza del 76%) a seguito della debacle alle regionali in Sardegna. Probabilmente Renzi non rischia nulla di tutto questo. Comunque vadano le regionali, resterà presidente del Consiglio e segretario del Pd, ma bisognerà capire con quale forza e autorevolezza. Come documentano i sondaggi più attendibili, la luna di miele tra l’ex sindaco di Firenze e gli italiani è già finita, se è vero che circa un terzo degli elettori che hanno votato Pd alle ultime elezioni europee sarebbero già in fuga verso i lidi dell’astensione o verso altre forze di sinistra o liste civiche di area. 

Gli imprevisti sul versante economico (sentenza della Consulta sulle pensioni e bocciatura Ue della manovra sull’Iva), oltre che comportare per le casse dello Stato esborsi aggiuntivi, hanno contribuito ad appannare la leadership renziana. E altre nubi s’addensano all’orizzonte in vista della discussione, al Senato, sulla riforma della scuola. Ma queste partite il premier potrà gestirle con spavalderia o prudenza a seconda di come andranno le elezioni regionali. Quattro sembrano gli scenari possibili.

Primo scenario: 6-1. Il centrosinistra strappa la Campania al centrodestra e si conferma alla guida di tutte le regioni, tranne il Veneto, che resta nelle mani della Lega. A quel punto Renzi può cantare vittoria sulla minoranza interna e blindarsi a Palazzo Chigi fino al 2018 senza più temere le imboscate dei suoi oppositori. Il centrodestra si disintegra, una parte di Forza Italia esce dal partito e fonda un gruppo di sostegno all’esecutivo per riprendere la collaborazione sulle riforme. Il Carroccio diventa il primo partito di centrodestra e va all’incasso chiedendo le primarie per la leadership. Secondo scenario: 5-2. Il centrosinistra non sfonda e conferma le sue cinque Regioni, senza riuscire a conquistare né il Veneto, che resta a guida leghista, né la Campania, che rimane a Caldoro (Forza Italia). É la conferma che l’onda renziana rallenta, ma sotto sotto il premier non si dispera più di tanto, perché in questo modo ha un problema in meno: dover decretare la decadenza di un presidente della Regione del Pd, in seguito alla condanna per la legge Severino (De Luca), dopo averlo appoggiato (con imbarazzo e a malincuore) in campagna elettorale.

Terzo scenario: 5-2. Il centrosinistra strappa la Campania al centrodestra, ma perde la Liguria, che finisce nelle mani di Toti (Forza Italia). In questo caso Renzi ha due problemi: gestire il caso De Luca, in base alla legge Severino, e subire il processo interno al suo partito, visto che in Liguria il centrosinistra si è spaccato dopo le primarie e Renzi non è riuscito, nonostante le sue apparizioni a Genova e in altre province liguri, a far vincere la Paita. In questo caso il centrodestra potrebbe rianimarsi e forse iniziare a invertire la tendenza negativa, mentre la navigazione parlamentare dei provvedimenti targati Renzi potrebbe subire rallentamenti o battute d’arresto.

Quarto scenario: 4-3. É il peggior risultato possibile per Renzi, che in quest’ipotesi vincerebbe in Umbria, Marche, Puglia e Toscana, dove nessun sondaggio, peraltro, mette in discussione le vittorie del centrosinistra, mentre perderebbe nelle tre regioni in bilico (Veneto, Campania e Liguria). Se ciò accadesse, le ricadute sulla legislatura potrebbero essere imprevedibili. Il premier potrebbe forzare la mano e far saltare il tavolo, cercando di andare alle elezioni anticipate già in autunno, per neutralizzare tutti gli oppositori interni al suo partito, che oggi sono assai numerosi sia alla Camera sia al Senato. Un presidente del consiglio indebolito dalle urne ben difficilmente avrebbe forza e autorevolezza per completare le riforme. In questo caso il soccorso azzurro a Renzi potrebbe arrivare anche dallo stesso Berlusconi, a quel punto nuovamente sulla scena come interlocutore prezioso e decisivo per Palazzo Chigi. 

D’altronde l’ex Cavaliere ha tutto l’interesse a non andare a votare per le politiche, perché si rende conto che la sua pattuglia di parlamentari si assottiglierebbe non poco e a guadagnare, sul versante delle opposizioni, sarebbero più che altro Grillo e Salvini. A prescindere da quale dei 4 scenari si materializzerà domenica sera, a urne chiuse, l’ipotesi di un nuovo patto del Nazareno viene data come assai probabile dagli attenti osservatori della politica. In questa fase storica Renzi e Berlusconi hanno bisogno l’uno dell’altro, e troveranno il modo di tornare a collaborare.