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Referendum giustizia, solo la Littizzetto ne parla (male)

La Rai non sta garantendo copertura sufficiente ai referendum che si svolgeranno il prossimo 12 giugno insieme alle elezioni amministrative. A dirlo non sono solo i promotori, ma la stessa Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. L'unico accenno al voto, in prima serata, è quello della Littizzetto che "andrà al mare". Almeno ne parla.

Fabio Fazio, Luciana Littizzetto

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni due giorni fa ha tirato le orecchie alla Rai perché non starebbe garantendo copertura sufficiente ai referendum che si svolgeranno il prossimo 12 giugno insieme alle elezioni amministrative, indette in 974 comuni su tutto il territorio nazionale.

Il richiamo dell’Agcom è chiaro: «La Rai e tutti i fornitori di servizi di media audiovisivi e radiofonici operanti in ambito nazionale sono chiamati ad offrire ai cittadini un’informazione corretta, imparziale e completa sui quesiti referendari e sulle ragioni a sostegno delle due opzioni di voto, favorevoli e contrarie ai referendum, osservando i principi di pluralismo, obiettività, completezza e imparzialità dell’informazione».

Non propriamente in linea con questi indirizzi dell’Autorità può considerarsi l’esternazione di Luciana Littizzetto, in occasione dell’ultima puntata di Che Tempo Che Fa su Rai Tre. L’attrice ha dichiarato di andare al mare il 12 giugno invece di votare per i cinque quesiti referendari sulla giustizia. Le parole della comica e conduttrice non sono cadute nel vuoto. Il deputato di Italia Viva e segretario della commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi, è stato tra i primi a commentare l'episodio con un tweet: «Il monologo di Littizzetto contro i referendum Giustizia, che ha scatenato proteste tra gli spettatori, è buona informazione da servizio pubblico? Che ne pensa l'Agcom che a pochi giorni dal voto fa solo richiami generici? Che dice il neocommissario Capitanio?». I parlamentari leghisti hanno presentato una interrogazione. La Littizzetto, secondo chi ha criticato la sua esternazione, avrebbe calpestato il contratto di servizio e tutti i principi che dovrebbero ispirare la programmazione della tv pubblica.

Infelice la sua uscita, non solo per l’evidente faziosità ma anche per la scarsa conoscenza delle caratteristiche del referendum abrogativo. Il nostro ordinamento costituzionale non prevede il referendum propositivo. Dunque è chiaro che chi vota “sì” è favorevole all’abrogazione delle leggi esistenti e chi vota “no” vuole lasciare le cose come stanno. Ma criticare questo meccanismo e bollarlo come figlio del carattere complicato dei politici vuol dire fare populismo becero. Che i quesiti siano tecnici è in questo caso inevitabile. Ma a proporli non sono stati i partiti, bensì centinaia di migliaia di cittadini e cinque consigli regionali che hanno in questo modo stimolato l’iniziativa politica su un tema decisivo per la democrazia: quello del funzionamento della giustizia.

Gli appuntamenti informativi in Rai sul referendum della giustizia sono 45, ma i sostenitori del “sì” lamentano da settimana la scarsa visibilità degli spot televisivi, che si stanno svolgendo in orari in cui solamente una piccola fetta del pubblico può permettersi di assistere. E le altre tv dedicano alla consultazione referendaria spazi risibili. D’accordo c’è la guerra, d’accordo c’è la crisi economica, va bene c’è il rischio vaiolo delle scimmie, ma ignorare una consultazione referendaria che sta avendo comunque il merito di riportare al centro del dibattito pubblico questioni che attengono al rapporto tra il potere giudiziario e gli altri poteri, e che incidono sulla qualità della vita di cittadini, imprese e istituzioni, ha davvero poco di democratico.

Poi va detta un’altra cosa. Anche gli stessi promotori, o almeno alcuni di essi, tipo per esempio alcuni leghisti, non si stanno più di tanto impegnando nella campagna referendaria, pur essendosi intestati inizialmente i cinque quesiti. L’ambiguità di stare al governo e quindi di sostenere la riforma Cartabia, che in parte neutralizza quei quesiti, sta generando un cortocircuito nella linea del Carroccio, mentre appare più lineare quella del Pd, che dice di votare “no” il 12 giugno perché ritiene sufficiente la riforma proposta dal Ministro Guardasigilli. La Lega rischia dunque lacerazioni interne ed è timida nel sostegno ai referendum, anche perché non può permettersi di mettere la faccia su un eventuale fallimento come il mancato raggiungimento del quorum. Intelligente e strategica la posizione di Fratelli d’Italia, che si sta distinguendo per suggerimenti di voto differenziati. Il partito della Meloni chiede ai suoi elettori di votare “no” al referendum sull’abolizione della legge Severino e a quello sull’introduzione di maggiori limiti alla custodia cautelare e “si” agli altri tre (separazione delle carriere dei magistrati, equa valutazione dei magistrati, riforma del Consiglio superiore della magistratura).

Il monologo della Littizzetto ha avuto paradossalmente il merito di risvegliare l’attenzione su un appuntamento elettorale che da settimane è marginale nel dibattito pubblico. Tuttavia, anche su questo, sembra destinata a prevalere la linea Draghi: far fallire il referendum e riportare il pallino nelle mani dell’esecutivo, che a quel punto potrà riformare la giustizia secondo il volere di Palazzo Chigi e non in base al responso delle urne.

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