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Reddito di cittadinanza per campani: i grillini ci ricascano

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L'idea del governatore campano Fico di un reddito di dignità per i campani significa rischiare di replicare gli stessi errori - assistenzialismo, rischio di abusi e scarsissima efficacia sul piano occupazionale - aggravati da un ulteriore elemento: l'insostenibilità economica. 

Editoriali 19_05_2026

Il reddito di cittadinanza versione campana torna al centro del dibattito politico. Roberto Fico lo aveva evocato già in campagna elettorale, immaginandolo come uno dei simboli identitari della nuova amministrazione regionale. Poi era arrivato il freno di Vincenzo De Luca, che aveva invitato a evitare «derive propagandistiche», raffreddando l’ipotesi di una misura regionale sul modello del sussidio grillino nazionale. Oggi, però, il progetto riemerge con forza. E con esso tornano tutte le perplessità che avevano accompagnato il reddito di cittadinanza nella sua esperienza italiana: assistenzialismo, costi insostenibili, rischio di abusi e scarsissima efficacia sul piano occupazionale.

Fico nei giorni scorsi ha rilanciato il tema inaugurando la nuova sede del Collocamento mirato al rione Luzzatti, a Napoli. In quell’occasione ha spiegato che «il reddito per le persone in difficoltà resta sempre un obiettivo, insieme con l’accompagnamento al lavoro», precisando che la platea dovrebbe essere «certificata dall’Inps» per individuare chi non dispone di alcuna opportunità di reddito. Parole che rimettono sul tavolo un progetto mai davvero archiviato e che, anzi, sembra destinato a diventare uno dei pilastri politici della nuova giunta regionale campana.

Il problema è che il precedente nazionale non induce all’ottimismo. Il reddito di cittadinanza, nato con la promessa di eliminare la povertà e rilanciare l’occupazione, si è trasformato negli anni in una gigantesca macchina assistenziale che ha prodotto consenso politico molto più che lavoro stabile. La misura, costata decine di miliardi allo Stato, non ha inciso in maniera significativa sul tasso di occupazione nel Mezzogiorno, mentre ha alimentato una cultura della dipendenza dal sussidio pubblico. In molti casi, soprattutto nelle aree economicamente più fragili, il reddito è diventato un’alternativa al lavoro, non un ponte verso il reinserimento professionale.

Riproporre oggi quello schema in Campania significa rischiare di replicare gli stessi errori, aggravati da un ulteriore elemento: la sostenibilità economica. Secondo le prime stime, un reddito regionale di dignità potrebbe costare circa un miliardo di euro all’anno. Una cifra enorme per le casse della Regione Campania, già alle prese con difficoltà strutturali e con la necessità di finanziare sanità, trasporti, infrastrutture e politiche industriali. Dove trovare quelle risorse resta un interrogativo senza risposta. E il timore è che l’operazione finisca per trasformarsi nell’ennesima promessa politica senza copertura reale, utile soprattutto a consolidare consenso in un territorio storicamente segnato da disoccupazione e disagio sociale.

Il punto centrale, però, riguarda l’impostazione culturale della misura. Dietro la formula “reddito di dignità” si intravede infatti la stessa logica assistenzialistica che aveva caratterizzato il reddito di cittadinanza nazionale: l’idea che il sostegno economico possa sostituire una strategia organica di sviluppo e creazione di lavoro. Una scorciatoia politica che può produrre consenso immediato, ma che rischia di congelare il problema anziché risolverlo.

Non a caso dal centrodestra sono arrivate critiche durissime. Severino Nappi, vice coordinatore regionale della Lega in Campania, ha parlato apertamente di «solita propaganda grillina». «Le uscite di Fico su formazione e lavoro sembrano la prosecuzione dei banchi a rotelle e del Superbonus: tanta propaganda, pochi risultati e soldi pubblici spesi male», ha dichiarato. E ancora: «È la solita cultura assistenzialista grillina che, come dimostra il fallimento del reddito di cittadinanza, ha creato consenso ma non occupazione». Per Nappi, dopo sei mesi a Palazzo Santa Lucia, «la Regione non ha ancora una politica seria né sul lavoro né sulla formazione».

Parole che intercettano un tema reale. La Campania continua a registrare livelli di disoccupazione elevati, soprattutto giovanile, e il nodo non può essere sciolto semplicemente distribuendo sussidi. Il rischio è quello di creare un circuito vizioso nel quale il sostegno pubblico diventa permanente, senza alcuna reale prospettiva di emancipazione economica. Anche perché l’esperienza degli anni passati ha mostrato tutti i limiti dei controlli.

Le cronache giudiziarie legate al reddito di cittadinanza sono state numerose. In tutta Italia sono emersi casi di percettori senza requisiti, truffe organizzate, dichiarazioni false e benefici ottenuti indebitamente. A Napoli la Procura aprì fascicoli su pratiche presentate anche da cittadini stranieri inconsapevoli, utilizzati da intermediari senza scrupoli per ottenere illecitamente il sussidio. Episodi che misero in luce falle enormi nei meccanismi di verifica e controllo. Ed è difficile immaginare che una Regione possa gestire in modo più efficiente e impermeabile un sistema tanto complesso e delicato.

Certo, Fico insiste sul fatto che il nuovo strumento dovrebbe essere accompagnato da politiche attive del lavoro. Il presidente della Regione richiama il ruolo dei centri per l’impiego, gli investimenti pubblici e il sostegno alle aziende private, dalle start-up alle imprese consolidate. Ma anche qui il precedente nazionale suggerisce prudenza. Uno dei principali fallimenti del reddito di cittadinanza fu proprio il sistema dei navigator e delle politiche attive, incapaci di trasformare il sussidio in occupazione vera. Molti beneficiari non furono mai realmente inseriti nel mercato del lavoro, mentre i centri per l’impiego si dimostrarono spesso strutturalmente impreparati.

La sensazione è che il “reddito di dignità” rischi di essere soprattutto una bandiera politica, utile a rilanciare l’identità del Movimento 5 Stelle in Campania. Una misura dal forte impatto simbolico, ma dai contorni economici e organizzativi ancora molto nebulosi. In una regione che avrebbe bisogno di attrarre investimenti, sostenere imprese, migliorare infrastrutture e creare occupazione stabile, la tentazione di tornare alla logica del sussidio appare più come una risposta demagogica che come una strategia di sviluppo.

La vera sfida, infatti, non è distribuire denaro pubblico, ma creare le condizioni perché i cittadini non abbiano bisogno di sussidi permanenti. Ed è proprio qui che il progetto di Fico mostra tutte le sue fragilità: nella convinzione che il consenso possa ancora essere costruito promettendo assistenza, anziché opportunità.