Raul Castro incriminato. Giustizia per un vecchio crimine, pressing su Cuba
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Il Dipartimento di Giustizia Usa ha annunciato ieri, 20 maggio, l’incriminazione di Raul Castro, fratello del defunto Fidel. Per un crimine commesso dal regime 30 anni fa: l'abbattimento di due aerei nel 1996 che soccorrevano i profughi cubani.
Il Dipartimento di Giustizia Usa ha annunciato ieri, 20 maggio, l’incriminazione di Raul Castro, fratello del defunto Fidel. Causa dell’incriminazione è un vecchio caso: l’abbattimento, il 24 febbraio 1996, di due aerei da turismo, con l'uccisione di tre cittadini americani e uno cubano, intenti a soccorrere profughi in fuga dal “paradiso comunista”.
«L’aereo di mio figlio, che volava su acque internazionali per salvare diseredati, fu abbattuto da un Mig-29 di fabbricazione russa, appartenente alla Forza Aerea Cubana – spiegava al giornalista Federico Guiglia, del settimanale Liberal, Miriam de la Penha, madre di Mario, uno dei due piloti uccisi – Il missile era grande quasi quanto il piccolo aereo senza armi di Mario. Non l’hanno neppure preavvertito, gli hanno sparato a freddo, lo hanno fucilato in aria. E Fidel in persona ha rivendicato l’assassinio». Fidel Castro, in persona, intervistato dalla rivista Time, l’11 marzo 1996 si assumeva la responsabilità dell’abbattimento, con poche e fredde parole: «Hanno buttato giù gli aerei, sono professionisti. Hanno fatto ciò che ritenevano giusto fare. Queste sono persone di cui noi ci fidiamo, ma io mi assumo la responsabilità per quanto accaduto». Per “noi” Fidel Castro intendeva “noi” regime, ma soprattutto “io e Raul”: suo fratello era allora responsabile della difesa di Cuba
I motivi di Castro erano solo politici, la sicurezza non c’entrava. Aveva abbattuto i due aerei dei volontari dell’associazione "Hermanos al Rescate", perché soccorrevano i fuggitivi, segnalando la posizione delle loro imbarcazioni alla Guardia Costiera americana, permettendone il salvataggio. Perché avevano lanciato volantini anti-castristi su Cuba, senza per altro neppure violare lo spazio aereo dell’isola: avevano sfruttato solo il vento favorevole. E perché avevano celebrato, lanciando in mare corone di fiori, i morti della strage del “Trece de marzo”, rimorchiatore pieno di profughi affondato dai militari cubani (che con eccesso di zelo e sadismo avevano anche affogato i naufraghi usando gli idranti). Per queste azioni dimostrative, l’aviazione cubana aveva avuto l’ordine di abbattere gli aeroplanini da turismo, fuori dallo spazio aereo cubano, nel cielo sopra acque internazionali.
Questo è il delitto alla base dell’incriminazione. Ma perché la giustizia ha tardato tanto? Per motivi politici. E perché il Dipartimento di Giustizia si sveglia solo nel trentesimo anniversario del crimine? Sempre per motivi politici. Trump, infatti, pare deciso a chiudere i conti con la dittatura cubana, o almeno ci sta provando. Dopo aver catturato il dittatore venezuelano Nicolas Maduro, a Cuba non arriva più il petrolio di Caracas, il maggior mezzo di sostentamento del regime comunista. Da una settimana, all’Avana e in altre città dell’isola scoppiano rivolte contro il governo, causate dalle condizioni di vita sempre più dure. Il regime castrista cerca di canalizzare la rabbia popolare contro gli Stati Uniti, responsabili del blocco del petrolio, a sua volta causa della mancanza di energia elettrica e carburante. Ma almeno una parte della popolazione dà la colpa al regime stesso e al suo ultimo presidente, Miguel Diaz Canel.
Il 13 maggio, riporta la Reuters, centinaia di cubani inferociti si sono riversati nelle strade di diversi quartieri periferici dell'Avana, bloccando le vie con cumuli di immondizia in fiamme, sbattendo pentole e gridando “Accendete le luci!” e usando il vecchio slogan rivoluzionario castrista: “Il popolo, unito, non sarà mai sconfitto!”. Nelle settimane scorse L’Avana è rimasta al buio nei peggiori blackout a catena dall’inizio dell’anno. Il ministro dell'Energia, Vicente de la O Levy, in un discorso televisivo, ha detto che le 100mila tonnellate di petrolio greggio russo arrivate ad aprile sono state consumate e che la rete ora dovrebbe funzionare praticamente senza avere più riserve.
Nel pieno della protesta, era atterrato a Cuba il direttore della Cia, John Ratcliffe, per negoziati sulle riforme del paese. I cubani hanno rassicurato gli Usa di non costituire una minaccia nazionale, di non ospitare basi straniere (russe o cinesi) e di essere disponibili all’apertura economica, anche a investitori statunitensi. Ma non intendono cambiare il sistema comunista a partito unico, né cambiare la catena di comando.
Ecco allora che, una settimana dopo, arriva un giro di vite in più: l’incriminazione di un leader storico del regime, quale Raul Castro. Accompagnato dall’appello ai cubani, in lingua spagnola, del Segretario di Stato Marco Rubio. Che è stato più che esplicito sugli intenti dell’amministrazione Trump: il popolo cubano è amico e ha diritto a un futuro migliore, ma il regime cubano è il maggior ostacolo alla normalizzazione dei rapporti. «Il presidente Donald Trump sta offrendo un nuovo percorso tra gli Stati Uniti e una nuova Cuba - ha detto Rubio, che per altro è figlio di genitori cubani (ma emigrati negli Usa prima che Castro prendesse il potere) - Una nuova Cuba in cui avete una vera possibilità di scegliere chi governa il vostro Paese e di votare per sostituirlo se non sta facendo un buon lavoro».


