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Quelli che vogliono la rivincita su Paolo VI

Nel cammino di avvicinamento al Sinodo sulla famiglia, appare sempre più chiara la strategia volta ad ottenere cambiamenti dottrinali facendo leva sui divorziati risposati, un fenomeno volutamente sovra-rappresentato.

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La serie di articoli fin qui dedicati al dibattito sul Sinodo per la Famiglia ci consente di fare una prima, sommaria, sintesi di alcuni punti da chiarire. La questione fondamentale è che sta andando in scena una rappresentazione mediatica della situazione della famiglia e delle sfide della Chiesa in materia che è molto lontana dalla realtà, anche lasciando da parte i discorsi sul significato del sacramento e dell’indissolubilità del matrimonio, che pure abbiamo affrontato abbondantemente su La Nuova BQ.

1. A seguire gli interventi sui giornali, le dichiarazioni di alcune conferenze episcopali e, alla fine, del cardinale tedesco Walter Kasper, relatore all’ultimo Concistoro, si ha l’impressione che l’unico argomento all’ordine del giorno – o comunque quello su cui si giocherebbe la credibilità del Sinodo - sia la comunione per i divorziati risposati. La carrellata che abbiamo iniziato a fare attraverso i continenti ci dice che questa è una vera e propria impostura. Le sfide per la Chiesa in materia di famiglia sono molte, variano da continente a continente e da regione a regione; e se proprio un denominatore comune vogliamo trovare è la difficoltà del cristianesimo a incidere sulla cultura, così che – anche in popoli che sono cristiani da alcuni secoli – sotto la superficie cristiana resistono credenze e riti pagani anche in materia di famiglia. Allora magari si dovrebbe prendere in considerazione la domanda su come mai la fede non generi cultura, condannandosi così alla sterilità. Non dimentichiamo poi che a livello di istituzioni internazionali si assiste a un attacco senza precedenti contro la famiglia naturale.

La questione dei divorziati risposati è dunque un problema che riguarda soltanto Europa e Stati Uniti, ma anche qui è un problema statisticamente marginale, e inoltre è la conseguenza di un grave problema che viene prima e che riguarda la difficoltà a vivere un “per sempre”, ad assumersi responsabilità, a capire il valore del sacramento, a riconoscere e volere la verità di un rapporto. Concentrarsi sui divorziati risposati è allora come voler curare un sintomo ignorando la grave malattia che lo ha generato.

Il fatto però che tutti i media non parlino di altro e che a questo gioco si prestino volentieri eminenti cardinali lascia intendere che ci sia una volontà ben precisa che non ha niente a che vedere con la misericordia e la vicinanza a persone sofferenti.

2. In questo senso grande attenzione va rivolta ai termini usati. Anche il cardinale Kasper, ad esempio, è solito parlare di “famiglia tradizionale” laddove invece il termine giusto è “famiglia naturale”. Non è una differenza da poco. “Tradizionale” non solo dà immediatamente una sensazione di vecchio, destinato a soccombere di fronte all’incalzare della modernità, ma soprattutto fa riferimento alla tradizione che, in quanto tale, può cambiare. Tante tradizioni, infatti, non sono né belle né umane. Tanto per restare sul tema famiglia: nessuno può negare che quella delle spose bambine sia una tradizione e che altrettanto si possa dire delle mutilazioni genitali femminili. Ma sono tradizioni che una popolazione civile dovrebbe spazzare via in nome della sacra dignità della persona umana. Tradizione perciò, nell’ambito della cultura e della politica, non è un termine necessariamente positivo e certamente non richiama a un valore imperituro. Inoltre è un frutto della società, della sua cultura. “Naturale” invece attiene alla natura umana, allo scopo per cui l’uomo è stato creato, richiama a quella legge che il Creatore ha scolpito nel cuore di ogni uomo. E questo viene prima di ogni società e di ogni cultura, vale per ogni uomo, di ogni tempo e di ogni latitudine. “Famiglia naturale” perciò richiama a una realtà eterna, immutabile, sempre moderna, al contrario di “famiglia tradizionale”.

3. Sempre restando sul tema dei divorziati risposati, un’altra clamorosa menzogna è l’impressione offerta di una realtà di persone escluse dalla Chiesa o quantomeno marginalizzate e desiderose invece di essere accolte a pieno titolo. Accoglienza che troverebbe un ostacolo insormontabile nel divieto di accesso alla comunione. Persone che soffrono per questa esclusione e che si aspettano quindi dalla Chiesa, ovvero dal prossimo Sinodo, un gesto di speranza e – diciamolo pure – di misericordia. La realtà è ben diversa: non solo abbiamo visto che in Germania, Svizzera, Austria sono gli stessi episcopati che da anni promuovono un magistero parallelo, ma l’indagine compiuta per noi dal sociologo Massimo Introvigne ha rivelato quello che sospettavamo: anche in Italia la stragrande maggioranza dei divorziati risposati già si accosta alla comunione senza problemi, e molti di loro senza neanche confessarsi. C’è poi un’altra parte – la testimonianza pubblicata ce lo dimostrava – che prendendo invece sul serio le indicazioni della Chiesa trova la possibilità di una vera conversione. Del resto, scopo della Chiesa è quello di farci arrivare alla santità, non quello di democratizzare i sacramenti, come fossero dei servizi che lo Stato-Chiesa deve garantire a tutti i suoi cittadini-fedeli.

La cosa buffa è che, data questa realtà, il cardinale Kasper - con la sua proposta di riammettere i divorziati risposati ai sacramenti in alcune circostanze e dopo un cammino penitenziale -, se a noi pare un “pericoloso sovversivo” che con la scusa della pastorale vuole cambiare la dottrina della Chiesa, alle comunità tedesche, austriache ecc., si presenta come un fastidioso reazionario che vuole introdurre condizioni e imporre paletti laddove già da tempo c’è il far west eucaristico.

4. Un altro luogo comune imposto dal “Sinodo dei media” recita pressappoco così: il mondo è cambiato rapidamente in questi ultimi decenni, ci sono ormai tante coppie conviventi o di divorziati risposati – per non parlare di coppie omosessuali, ci arriveremo presto -, una situazione assolutamente nuova che richiede quindi nuove risposte da parte della Chiesa, ovviamente sul piano pastorale. Il mondo è molto diverso rispetto a quando Giovanni Paolo II scrisse la Familiaris Consortio (1984), figurarsi poi il riferimento alla Humanae Vitae di Paolo VI (1968) che, secondo qualche vescovo tedesco, è ormai fonte di confusione.  Insomma fino ad oggi nella Chiesa - abbarbicata a difesa della sua dottrina brandita ovviamente come clava contro i poveri peccatori per cui non c’è mai stata misericordia - non si sarebbero mai presi in esame i problemi nuovi posti dalla crisi della famiglia e dai tanti cambiamenti sociali e culturali. 

Anche questa una clamorosa menzogna, come peraltro ha spiegato il cardinale Carlo Caffarra mostrando l’assoluta attualità della Familiaris Consortio. Infatti leggendo questa enciclica si scopre che tutto quello che viene oggi spacciato per novità assoluta era già tutto presente – anche come sollecitudine pastorale per le persone coinvolte in fallimenti familiari – già nella Familiaris Consortio. Ma poi, sempre sullo stesso tema, si è già espressa la Congregazione per la dottrina della fede nel 1994 e ancora l’allora cardinale Ratzinger nel 1998 scriveva una lettera chiarificatrice per rispondere a domande e obiezioni che sono esattamente le stesse di oggi. Insomma, di questo problema si è parlato e riparlato già alcuni decenni fa, e delle risposte chiare e definitive sono già state date. Ed è impensabile che Kasper e soci non le conoscano.

5. Ma allora perché tutta questa messinscena, questa costruzione di una falsa realtà? Non c’è dubbio che qualcuno vuole usare i prossimi Sinodi sulla famiglia per prendersi la rivincita sulla Humanae Vitae. Anche allora Paolo VI era stato blandito per anni dal mondo laico e da quei vescovi che dopo il Concilio si aspettavano cambiamenti dottrinali importanti in materia di morale sessuale e familiare, salvo poi passare repentinamente al linciaggio quando quella enciclica che riaffermava la dottrina della Chiesa su vita e famiglia fu pubblicata deludendo i “progressisti”. Ma da allora si è sviluppato in alcuni episcopati, nei seminari, negli ordini religiosi un Magistero parallelo che ha insegnato e propagato come dottrina della Chiesa ciò che era frutto di alcuni intellettuali e teologi ansiosi soltanto di “essere del mondo”. Intellettuali, teologi e vescovi che hanno palesemente disobbedito ai Papi, teorizzando anzi il valore di una disobbedienza che non poteva che essere “profetica”. E sono gli stessi che oggi esaltano papa Francesco, scoprendosi più papisti del Papa, scatenando anche una caccia agli “eretici”, rei di non accodarsi a questa rivoluzione ormai inarrestabile.

Costoro pensano di poter tenere in ostaggio il Papa così che – sulla spinta di una realtà falsificata dai media e di un’aggressività di certi episcopati che impongono l’ordine del giorno – prenda quelle decisioni che non sono riusciti a fare prendere a Paolo VI, e che non potevano neanche sognarsi di far prendere a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. E sarebbe solo il primo passo: perché se sulla famiglia la dottrina - ciò che la Chiesa ha professato per Duemila anni - può cambiare, allora qualsiasi altra verità di fede può essere rivista e riformata. Questa sì che sarebbe la fine della Chiesa.

C’è solo un piccolo ostacolo per costoro da superare: quella promessa di Gesù, Colui che guida in modo misterioso la Sua Chiesa, per cui le forze dell’inferno non prevarranno.