• LA MANOVRA

Quella fragile Stabilità voluta da Renzi

Una Legge di Stabilità piena zeppa di contraddizioni: più spesa pubblica, ma risparmi (soprattutto a spese delle Regioni), taglio dell'Irap, ma aumento del debito, nel rispetto dei paletti europei. L'unica logica è quella elettorale: Renzi mira a ingraziarsi tutte le categorie.

Matteo Renzi

Basta politiche restrittive, bisogna tornare a spendere per rilanciare l’economia. Nel contempo, però, bisogna ridurre i servizi per i cittadini (lo Stato non può pagare tutto a tutti) e tagliare gli sprechi. Sembra schizofrenica e contraddittoria la nuova legge di stabilità che il governo sta approntando in queste ore.  Taglio dell’Irap per agevolare le imprese; aiuti a queste ultime anche nella defiscalizzazione dei costi del lavoro, al fine di rilanciare le assunzioni; risparmi imposti alle regioni (con inevitabili sacrifici per il welfare); possibilità di aumentare di poco il debito pubblico, pur di far ripartire i consumi, ma sempre restando fermi nel recinto angusto dei limiti imposti dall’Europa (tetto del 3% nel rapporto deficit-Pil).

Le incognite della prima legge di stabilità targata Renzi sono tantissime. Anzitutto la sua entità è lievitata, in pochi giorni, da 20 a 30 fino a raggiungere i 36 miliardi. Addirittura, nel corso della seduta del consiglio dei ministri di due giorni fa, si è passati in due ore da 30 a 36 miliardi. Troppo scontata la battuta: il governo dà i numeri. In realtà sta solo cercando di ridare ossigeno al circuito produttivo, attivando meccanismi virtuosi di fiducia nella ripresa economica e di incremento degli investimenti, anche a costo di accrescere il disavanzo pubblico.

Abbastanza scontata appare anche l’interpretazione dietrologica che alcuni commentatori ne hanno dato: manovra prettamente elettorale, che consentirà a Renzi di presentarsi agli elettori, in caso di elezioni anticipate nella prossima primavera, come colui che ha invertito la rotta, ha rilanciato produttività e consumi e merita di proseguire il suo lavoro anche nella prossima legislatura, cominciandola da premier formalmente incoronato dal suo elettorato e non attraverso una manovra di palazzo.

Per realizzare il maxi-taglio fiscale promesso nella legge di stabilità ed estendere gli sgravi, il premier dovrà ulteriormente indebitare l’Italia e puntare tutto sul taglio delle spese. Si parla di 15 miliardi di riduzione dei costi della macchina statale, attraverso cure dimagranti imposte ai ministeri e, soprattutto, alle Regioni.

Proprio in questi giorni è uscito un interessante saggio del giornalista Salvo Toscano, intitolato La camera grassa. Una dieta per i consigli regionali degli sprechi (edizioni Rubbettino), che smaschera scandali e sprechi che si annidano nei meccanismi di funzionamento dei gruppi parlamentari (trasferimenti di denaro attraverso il sistema dei rimborsi) e nelle spese folli dei gruppi consiliari regionali. Ma, come evidenzia Toscano citando studi attendibili, negli ultimi anni i risparmi alla spesa pubblica hanno gravato per il 64% sulle amministrazioni locali, per il 19% sullo Stato centrale e per il 17% sugli enti di previdenza. «In altre parole –si legge nel testo - Roma ha fatto pagare le periferie, risparmiandosi i salassi». Questo significa che le Regioni hanno già ridotto abbondantemente i loro bilanci, anche a seguito delle inchieste giudiziarie. Ora toccherebbe a ministeri, Camere, enti di sottogoverno, società partecipate, come ha peraltro indicato il commissario Carlo Cottarelli nel suo rapporto sulla spending review.

E invece il governo si accinge a ingaggiare un lacerante braccio di ferro con le Regioni, che per realizzare i tagli previsti da Renzi nella legge di stabilità dovrebbero ridurre i servizi sanitari e quelli del trasporto pubblico, penalizzando i cittadini (attraverso nuovi aumenti delle aliquote dei tributi locali) e aprendo la strada a prevedibili processi di disgregazione sociale e di rivendicazione territoriale. Soprattutto le regioni del sud farebbero molta fatica a sostenere la cura dimagrante ipotizzata nella manovra in discussione in queste ore. Il gap con le altre regioni del centro-nord potrebbe acuirsi e creare fatture difficilmente sanabili. Azzerate o quasi le distinzioni ideologiche sinistra-destra, potrebbe riproporsi un nuovo bipolarismo muscolare centro-periferia legato alle sofferenze di alcuni territori.

Ma Renzi intende capitalizzare elettoralmente la sua immagine di innovatore e può farlo solo se riesce a galvanizzare le imprese, mediante il taglio dell’Irap, e a tenere buoni i sindacati, ammorbidendo le modifiche dello Statuto dei lavoratori e incentivando nuove assunzioni. Il gioco, però, non può durare a lungo, perché prima o poi questi trucchi contabili potrebbero non dare gli esiti sperati. Ecco perché il premier potrebbe essere tentato di forzare la mano, andando a elezioni anticipate. Ammesso e non concesso che Napolitano accetti di sciogliere le Camere e di prendere atto che ben difficilmente riuscirebbe a dar vita a nuovi governi in questa legislatura.

Ma il premier italiano potrebbe avere in mente anche un altro disegno: utilizzare la sponda francese per rimettere in discussione tutti gli accordi europei, approfittando delle serie difficoltà che anche l’economia tedesca (stremata da politiche di rigore) sta mostrando in questi mesi. Anche perché la legge di stabilità potrebbe essere bocciata in sede europea e i mercati azionari e obbligazionari, contrassegnati ultimamente da una certa volatilità, potrebbero non dare troppo credito ai roboanti annunci di Palazzo Chigi e stabilizzarsi solo di fronte a concreti segnali di ripresa dell’economia italiana, che però non arriveranno prima dell’inizio del 2015. Matteo potrebbe tentare il tutto per tutto e puntare sul rimescolamento di carte per stabilire nuovi rapporti di forza tra gli Stati europei e ridiscutere i parametri di politica economico-finanziaria, fiscale e sociale. Scenario realistico secondo alcuni, azzardato secondo altri. Presto capiremo chi ha ragione.