• 150 ANNI DELL'ITALIA UNITA

Quel ponte che finisce per dividerci

Polemiche sulla festa (con annesso ponte) del 17 marzo per celebrare l'unità d'Italia. Il ministro Calderoli chiede di non chiudere gli uffici...

Garibaldi
Uniti, unitissimi, anzi divisi. La festa nazionale – una tantum – che il prossimo 17 marzo dovrebbe celebrarsi in tutt’Italia per festeggiare l’unità del Paese sancita centocinquant’anni fa, si sta trasformando nell’ennesima occasione di divisione. Deciso il Pdl a far valere il diritto alla grande festa nazionale, una prima significativa incrinatura sul fronte tricolore è arrivata dalla presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, la quale, pur ritenendo essenziale il festeggiare, ha fatto presente che lo stop del 17 marzo costerebbe alle imprese quattro miliardi di euro.

Un prezzo un po’ troppo altro in tempo di crisi. L’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato ha mostrato di condividere la preoccupazione: «Meglio ricordare l’unità d’Italia sui luoghi di lavoro che fare il ponte». La questione si complica e presenta risvolti che vanno al di là della celebrazione patriottica, in quanto quella dell’unità d’Italia sarebbe l’unica festa in calendario che permetterebbe un significativo «ponte». Così, nella schiera dei «pontieri» s’iscrivono sia il ministro Paolo Romani («Sono per la festa: se c’è solo questo ponte, per una volta si può non lavorare»), sia la leader Cgil Susanna Camusso («Visto il calendario credo si possa anche dare un po’ di riposo ai lavoratori»).

Sulla situazione già movimentata non poteva mancare una dichiarazione della Lega. Ed ecco che il ministro alla Semplificazione Roberto Calderoli (questa volta non semplifica ma complica), dice pubblicamente di aver votato a suo tempo contro la proposta: «Lo ribadisco oggi: non è accettabile che la festa del 17 marzo comporti la chiusura di molti uffici pubblici. In un periodo di crisi come quello attuale appare paradossale caricarsi dei costi di una giornata festiva: un evento significativo quale il 150esimo dell’Unità d’Italia può essere celebrato degnamente lavorando e non restando a casa».

Certo, qualcuno sospetta che al di là delle motivazioni socio-economiche, a far capolino nella sortita del ministro del Carroccio sia un pizzico di sentimento autonomista e anti-unitario, lo stesso che fa venire l’orticaria a qualche amministratore leghista di fronte al tricolore. Insomma, ci si divide persino nel decidere come festeggiare l’unità. Speriamo soltanto che la soluzione finale non sia all’italiana: si andrà tutti a lavorare, ma vestiti da Garibaldi…

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