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Quei lavoratori "sequestrati" da politici e pm

Sulle banchine del porto di Taranto, rimangono in attesa di destinazione un milione e 800 mila tonnellate di coils e acciaio, prodotti dall’ILVA dopo la disposizione di sequestro degli impianti, per un valore commerciale stimato di un miliardo di euro.

Lavoratori dell'ulva

Sulle banchine del porto di Taranto, rimangono in attesa di destinazione un milione e 800mila tonnellate di coils e acciaio, prodotti dall’Ilva dopo la disposizione di sequestro degli impianti, per un valore commerciale stimato di un miliardo di euro.
Anche accogliendo l’invito del Presidente della Regione Puglia, lo scorso 22 gennaio l’azienda aveva presentato alla Procura un'istanza di dissequestro vincolato del materiale prodotto, fermo dallo scorso 26 novembre, finalizzando il ricavato della commercializzazione alla gestione del garante dell’Autorizzazione Integrata Ambientale, al pagamento degli stipendi e alle opere di ambientalizzazione previste.

L'Ilva ha stimato che il milione e 700mila tonnellate di merci vale un miliardo di euro. I pm avevano già respinto la richiesta dell'Ilva e ieri altrettanto ha fatto il gip. Con queste motivazioni, fra l’altro: "Nessuna norma dell'ordinamento giuridico contempla la possibilità di una restituzione di beni sottoposti a sequestro preventivo, per giunta in favore di soggetti indagati proprio per i reati di cui i beni sottoposti a vincolo costituiscano prodotto, sulla base di esigenze particolari o dichiarazioni di intenti circa la destinazione delle somme ricavabili dalla vendita dei beni, che vengano ad essere dedotte dall'interessato".
E aggiunge: “Invocare l’istituzione della figura del Garante di cui all’art. 3 comma 4 Legge 231/2012” (la cosiddetta 'Salva Ilva, ndr) non consente di ritenere in alcun modo modificato nè il quadro degli elementi che integrano le condizioni di applicabilità del sequestro preventivo nè la disciplina della medesima misura cautelare reale”.

Decisione formalmente ineceppibile, ma che elude almeno due problemi.
Il primo, come abbiamo già sottolineato su queste colonne (vedi…), attiene al merito dei provvedimenti dei magistrati di Taranto, che hanno sollevato, con i loro interventi, il problema dell’inquinamento prodotto dal polo siderurgico, avvalendosi di perizie, da loro disposte, che escludono violazioni delle leggi e che dichiarano – l’ha raccontato l’avvocato dell’Ilva ai giornali – che le concentrazioni nell’aria di diossine e altre sostanze inquinanti diffuse dallo stabilimento risultano inferiori ai valori di riferimento.
Oltretutto, quella perizia e un altro studio ufficiale in materia, escludono un nesso di causa ed effetto diretto tra aumento del numero dei tumori ed emissioni da parte dell’Ilva.

Ma c’è anche di più. Tra due settimane, l’ARPA (Agenzia Regionale per la prevenzione e la protezione dell’ambiente), dirà se la nuova AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) per l’Ilva, disposta dal Ministero dell’Ambiente, renderà sicuro il territorio di Taranto rispetto alla questione salute.
Nel frattempo, però, il direttore dell’ARPA, ha dichiarato in un’intervista ai giornali che “nelle due centraline di rilevamento al rione Tamburi, già nel 2011 il valore era di 4 microgrammi, più basso di quello di Linz” (n.d.r.: nella città austriaca c’è un polo siderurgico che produce 5 tonnellate di acciaio all’anno, mentre a Taranto se ne producono 8) e aggiunge:“Noi abbiamo fatto tre campagne, ciascuna di 8 ore in un anno: i valori definiti dalla legge regionale sulle diossine erano di 0,4 nanogrammi, nel 2012 il valore medio rilevato in Ilva è stato di 0,18”.

In base a questi elementi oggettivi, è lecito chiedersi se nei confronti dell’Ilva – che tutti dichiarano essere una realtà fondamentale dell’industria manifatturiera italiana – si stia agendo con un certo accanimento?
Come si tutela la salute delle migliaia di lavoratori dell’ILVA, posta che questa sia stata compromessa – come in realtà non dimostrano i dati di fatto richiamati – facendoli rimanere disoccupati e senza stipendio?
Perché questa è la conseguenza drammatica dei provvedimenti dei giudici di Taranto ed anche dell’ultimo diniego al dissequestro del materiale prodotto.

Intanto, per mettere un punto fermo alla vicenda, si rinvia alla decisione che il 13 febbraio prenderà la Corte Costituzionale. Il gip di Taranto, infatti, sostiene che finchè la Corte Costituzionale non si sarà pronunciata sulla questione di legittimità sollevata dai giudici tarantini sulla legge 231/2012 'Salva Ilva', “ogni ulteriore istanza che fosse fondata esclusivamente sulle norme già impugnate davanti al giudice delle leggi, non potrebbe determinare una decisione nel merito”. Davanti alla Corte, si discuteranno l’ordinanza firmata dal GIP di Taranto, nella quale si sostiene che il decreto salva-Ilva viola 17 articoli della Costituzione, i due conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato che la Procura di Taranto ha sollevato nei confronti del Governo e l’ordinanza emessa dal Tribunale di Taranto in funzione di giudice d’appello, sempre sul decreto del Governo.

Uno scontro tra poteri dello Stato che si gioca sulla sorte dei lavoratori, che a tutt’oggi non conoscono quale sorte gli attenda. Tutto questo, mentre il Presidente della Regione Puglia dice che “la giustizia deve fare il suo corso e che lo Stato si adoperi per vigilare sulla riqualificazione ambientale e per assicurare la cassa integrazione dei lavoratori” e poi parla di “orizzonti”. Il suo è quello del “diritto alla salute e la riqualificazione ambientale, ma anche il miglioramento degli impianti siderurgici che sono vetusti”.
Dipanare questo caos non sarà compito facile per la Corte Costituzionale e per il suo nuovo presidente, Franco Gallo, specie se continuerà – e i presupposti ci sono tutti – questo braccio di ferro, che si consuma, tra l’altro, in piena campagna elettorale.