• LETTURE PER L'ESTATE/12

Quando la Commedia può salvarci la vita?

Persino nei lager la poesia e l’arte hanno consentito a molti deportati di non ridursi a bestie, ma di conservare la loro umanità, quell’aspirazione a «seguir virtute e canoscenza». Rileggiamo Con Dante in esilio, Se questo è un uomo Il Vangelo di Dante.

Nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321 moriva Dante. Si sono avviate in questi giorni le celebrazioni del settecentesimo anniversario della morte del poeta con il restauro e la riapertura della sua tomba a Ravenna il 5 settembre dinanzi al Presidente della Repubblica Mattarella.

A tema per questo importante anniversario vorrei proporre Dante e la salvezza: come può la Commedia aiutare a vivere il presente e la contemporaneità in mezzo alle fatiche ordinarie, ma anche a quelle straordinarie, in un mondo che sembra sprofondare sempre di più nel male, nell’egoismo e nelle guerre, che ha dimenticato la diritta via?

Persino nei lager la poesia e l’arte hanno consentito a molti deportati di non ridursi a bestie, ma di conservare la loro umanità, quell’aspirazione a «seguir virtute e canoscenza». Ne parla Nicola Bultrini, poeta e saggista, in Con Dante in esilio. La poesia e l’arte nei luoghi di prigionia (edizioni Ares).

Dante compie un viaggio – e con un viaggio terribile letteralmente inizia anche la deportazione -, di espiazione e di salvazione, che condurrà il poeta al Purgatorio e infine al Paradiso. Anche gli internati si vedono condotti attraverso un’esperienza auspicabilmente tesa a una salvezza, ma anche gli internati sanno che la salvezza finale non può che passare attraverso una forma di espiazione; una redenzione, una purificazione spirituale, di coscienze e di cultura.

Tanti semplici prigionieri, ma anche tanti scrittori e intellettuali importanti (ad esempio, Guareschi e Gadda) si sono affidati a Dante nei lager e in altri luoghi di prigionia.

Bultrini documenta la forza rigeneratrice e salvifica della Commedia nei lager, evidente in tante testimonianze, come ad esempio quella di Primo Levi nel romanzo memoriale Se questo è un uomo.

Maturato nei mesi di prigionia ad Auschwitz tra il 1944 e il 1945, scritto tra il dicembre 1945 e il 1946, il romanzo-documentario nasce dall’esigenza impellente di raccontare il trattamento disumano e bestiale riservato ai deportati. Levi non accetta, però, di essere trattato come una bestia e in tutti i modi cerca di conservare ciò che l’uomo ha di suo peculiare:
Se mi avanzano dieci minuti tra la sveglia e il lavoro, voglio dedicarli ad altro, a chiudermi in me stesso, a tirare le somme, o magari a guardare il cielo e a pensare che lo vedo forse per l’ultima volta; o anche solo a lasciarmi vivere, a concedermi il lusso di un minuscolo ozio.

Levi utilizza più volte immagini tratte dall’Inferno dantesco per descrivere il suo viaggio verso Auschwitz e l’esperienza nel campo di sterminio: il campo di raccolta di Fossoli è una sorta di Limbo, dove si radunano uomini vinti dalla paura e presi dall’incertezza; ad Auschwitz il camion che trasporta Levi a destinazione è come l’imbarcazione che trasporta i dannati da una sponda all’altra del fiume Acheronte, mentre il soldato tedesco di scorta che accompagna Levi assomiglia al traghettatore Caronte, anche se non ha la stessa rabbia e, a tratti, appare addirittura gentile; il campo appare come «una perpetua Babele in cui tutti urlano ordini e minacce in lingue mai udite» simile all’atmosfera che Dante trova dopo aver varcato la porta dell’Inferno.

Un giorno, Levi viene scelto da un francese di nome Jean come compagno per trasportare il rancio al proprio gruppo di internati. Jean è un «pikolo», ovvero ha diverse mansioni, tra cui quella di portare la marmitta piena di cibo. Durante il percorso dalla cisterna alle cucine Jean, che già conosce il francese e il tedesco, chiede a Levi di insegnargli l’italiano. Questi sceglie di spiegare il canto di Ulisse, perché riguarda tutti gli uomini.

Il canto XXVI dell’Inferno si presta a descrivere sia l’atteggiamento dei nazisti che la condizione dei deportati: la natura umana può arrivare a comportarsi come le bestie, dimenticandosi la naturale disposizione al bene («seguir virtute e canoscenza»), come coloro che hanno concepito i campi di concentramento o che sorvegliavano i deportati; al contempo, gli internati nel campo di concentramento sono ridotti ad una condizione disumana, animalesca, anzi ancora peggiore di quella degli animali, ad un numero di matricola privo di una qualsiasi dignità.

I versi che Ulisse pronuncia ai compagni dinanzi alle colonne d’Ercole per spronarli al cammino («Considerate la vostra semenza:/ fatti non foste per viver come bruti,») sono uno stimolo per Levi e per Jean a non lasciarsi annichilire o ridurre ad un livello bestiale, ma a recuperare almeno per un po’ di tempo la propria umanità ricordandosi, lì nel lager, di quanto renda l’essere umano davvero tale.

Quando recita questi versi Levi ha come un sussulto, come se li senta «per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio».

Levi ha dimenticato chi è e dove è. Jean chiede di ripetere. Levi sta che gli sta facendo del bene. È il suo riscatto.  È la rivendicazione di qualcosa che riguarda lui e Jean e tutti gli altri – come ha sottolineato anche Guareschi – ma anche qualsiasi altro uomo sofferente. Proprio nella sua sofferenza Levi è come se sentisse «la voce di Dio». Per la seconda volta potrebbe cedere alla tentazione di pregare, perché è Dio stesso che chiama alla preghiera (Bultrini).

Quella tentazione dura solo un istante. Levi la allontana. Non vuole cedere a credere a quello a cui non ha creduto fino a quel momento. Levi, riflette Bultrini, «si affida per anni e anni all’intelletto, anche dopo la detenzione nei lager […] nel tentativo disperato di capire». Non riesce, però, a liberarsi dei fantasmi del lager che ha tentato di affrontare solo con la ragione. L’arte può aiutare, può salvare, «ma fino ad un certo punto».

L’arte come estetica, ben distante da una valenza e pregnanza spirituale, è un’arte però senza speranza, nel senso che non lascia sperare e che nel naufragio è di aiuto relativo (Bultrini).

Se Ulisse è un sommerso, anche Levi alla fine lo è («lo ripete tante volte che cerca, ma non può, capire. Fino al suo folle volo, quello meno aulico ma non meno tragico di Ulisse, giù dalla tromba delle scale»).

«Altri sono i salvati», quanti si sono fatti catturare non solo dal valore artistico e umano della Commedia, ma anche dalla grazia divina che sovrabbonda nel capolavoro cui «ha posto mano e cielo e terra», dal suo alto e riconosciuto pregio pastorale e salvifico. Molti lettori, catturati dalla bellezza dei versi e delle storie del capolavoro dantesco, sono stati poi attratti alla verità della fede cattolica e si sono convertiti.

Questo sottolinea Giovanni Galletto in Il Vangelo di Dante (edizione Fede e Cultura). Il sottotitolo delinea con precisione il senso dell’opera: quando la Fede incontra la Poesia. Il Divino Catechismo della Commedia.

In profondo contrasto con il maggiore filosofo italiano del Novecento, quel Benedetto Croce che sosteneva che la Commedia fosse poesia e arte laddove emergesse l’aspetto intuitivo del Sommo poeta e mancasse, invece, la dimensione morale e teologale, lo scrittore mostra come poesia, visione dell’uomo, etica e religione non siano àmbiti separati, ma appartengano a quella visione unitaria dell’esistenza che caratterizza l’uomo medioevale e ancor più il genio di Dante.

Proprio per questa ragione papa Benedetto XV riconosceva in Dante «il cantore […] più eloquente del pensiero cristiano» ed esortava i cristiani: «Quanto più vi dedicherete a lui con amore, tanto più la luce della verità illuminerà le vostre anime e più saldamente resterete fedeli e devoti alla santa fede».

Tutt’altro che superata dal punto di vista morale e teologale, come capita invece di sentire nei corsi di formazione per gli insegnanti oppure in ambienti ecclesiastici, la Commedia è pienamente in linea con il credo cristiano e può essere considerata un vero e proprio catechismo. Lo attestano san Giovanni Paolo II, papa Benedetto XVI, papa Francesco.

Troppo spesso oggi si dà, invece, per scontato il giudizio sul superamento della Commedia. Si salva l’aspetto artistico del capolavoro, nel migliore dei casi, misconoscendo il valore dottrinale e morale profondamente attuale ancora oggi. La Commedia permetterebbe da sola di affrontare un percorso completo di morale e di religione. Dante mette, infatti, a tema la ragione, la libertà, le virtù teologali e cardinali, i peccati e i vizi capitali.

Dante tratta della creazione e del peccato originale, del Paradiso terrestre, della redenzione operata da Dio attraverso l’incarnazione, della Chiesa una, santa e cattolica, dell’escatologia (la fine del mondo, la parusia e la resurrezione dei corpi). Sono affrontati e spiegati, poi, anche i sacramenti. Le preghiere, pressoché assenti nell’Inferno, attraversano gli altri due regni.

Soprattutto Dante ha raccontato la sua visione, come attesta nella lettera a Cangrande della Scala, per accompagnare tutti i viventi dalla condizione di peccato e di tristezza alla felicità non solo di questa terra ma per l’eternità.

Tanti altri saggi hanno documentato il valore salvifico della Commedia raccontando esperienze di uomini cambiati dall’incontro con la bellezza dell’opera. Ne parleremo la prossima settimana.