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Amarcord

Quando Berruti trionfò, io c’ero (con mio cugino Russ e Cassius Clay)

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Due giorni fa è morto Livio Berruti, campione olimpico nei 200 metri piani ai Giochi di Roma 1960. E il sottoscritto era presente. Vi racconto come andò.

Sport 11_08_2026
Livio Berruti nel 1957 (Roma archivio storico via LaPresse)

La carriera di Livio Berruti è stata ampiamente esposta nei “coccodrilli” mediatici dei giorni scorsi, perciò non starò a ripeterla. Dirò solo che, nel momento esatto in cui divenne leggenda, io c'ero. 1960, Olimpiadi di Roma. Pochi mesi fa, nel commemorarlo, il Tg1 mostrò la foto di un giovanissimo Cassius Clay, non ancora Muhammad Alì, con al collo la medaglia d’oro conquistata proprio in quelle olimpiadi. Nella foto teneva un braccio sulla spalla di un bambino. Quel bambino era il sottoscritto non ancora decenne (vedi foto qui in basso).

Che ci facevo là? Il fatto è che in quelle olimpiadi gareggiava per la squadra americana un mio cugino. Questi, figlio del fratello di mio padre, portava il mio stesso nome e cognome. Essendo nato negli USA, dove suo padre era emigrato da ragazzo, ed essendo che ai suoi tempi si usava dare al primogenito il nome del nonno, ecco Rosario Cammilleri, olimpionico di lotta greco-romana. Solo che, negli States, “Rosario” suona messicano e femminile, perciò mio cugino era diventato Russ (pronuncia ross), così come facevano, correttamente, gli italo-americani per meglio integrarsi. Vinse alcune medaglie al di fuori delle olimpiadi, ma soprattutto portava il cuginetto italiano con sé: nel villaggio olimpico, settore USA, o in giro per Roma, dove, non arrivando io a superare con la testa l'argine del Tevere, per farmi vedere il fiume mi sollevava con una sola mano. Lo vidi combattere nella Basilica di Massenzio contro un bestione turco e poi con una specie di Ivan Drago sovietico.

Nel campus sgranai gli occhi al vedere l'abbondanza della mensa americana, dove mi abbuffai di gamberi (costosi in Italia) e vidi Frank Sinatra, John Wayne e Bing Crosby venuti in visita alla squadra yankee. Fu mio cugino a presentarmi quel giovane nero alto e a insistere per fotografarmi con lui. Erano molto amici, e mi disse di tenerlo d'occhio perché quello avrebbe fatto carriera. Infatti. Quella fu l'unica volta in cui vidi entrambi. I voli a quel tempo erano carissimi e poi ostava la lingua: da noi a scuola insegnavano il francese, l'inglese fece il botto dopo, con i Beatles e il beat. La squadra olimpica americana era sterminata, come si può vedere nei filmati inaugurali del tempo. Nell'atletica, soprattutto, con loro non c'era partita. La star era Wilma Rudolph, detta “la gazzella nera”. Vinceva tutto lei ed era pure carina. Come Forrest Gump, aveva avuto un'infanzia poliomielitica, ma poi era esplosa come velocista, la più veloce del mondo.

Per tutto ciò la nazione ospitante (era la prima volta per l’Italia e a tutt'oggi la sola) emise un boato all'unisono quando Livio Berruti polverizzò tutti, soprattutto i favoritissimi americani, eguagliando il record mondiale dei 200 metri. Quell'uomo bianco dalle gambe lunghissime e che, singolarmente, correva con gli occhiali scuri, gareggiava con la maglia delle Fiamme Oro, cioè la polizia, e io in mezzo alla polizia c'ero cresciuto: mio padre e una pletora di zii. Perciò quella strepitosa vittoria era per me doppiamente di famiglia, sia come italiano che come cucciolo di P.S.

Berruti era anche un bel giovane, tant'è che gli fu attribuito un flirt con l'altra bellezza-lampo delle gare, Wilma Rudolph. Niente di strano: per le americane il mito del latin-lover era sempre un must. Anche mio cugino non scherzava: una volta, mentre assistevamo alle gare di lotta, mi disse di attenderlo un attimo e si assentò. Dopo due ore, mi toccò andare a fare il bimbo smarrito nel palco della giuria. Lo chiamarono con l'altoparlante e finalmente eccolo. Era andato a fare il cascamorto con le nuotatrici tedesche, scordandosi di me.